Per Felice Di Nubila

Un ricordo di Anna Maria Curci della vita e dell'opera dell'intellettuale lucano

 

in memoria

 

tutto sgomenta
nel giorno del distacco
da voci care

una diceva
“poesia salva la vita”
e non capivi

 

il fondo doppio
della frase amuleto
e del sorriso

 

di nuovo sfugge
balenata d’incanto
significanza

 

(Anna Maria Curci)

 

Dallo sgomento alla ri-conoscenza: è questo l’itinerario che, nei giorni del passaggio, auspico a tutti noi nel ricordo di Felice Di Nubila. Riconoscenza per una virtù di fede nell’umano, coltivata con tenacia e impegno. Fede e fiducia, aspirazione al vero, ricerca del vero nei gesti e nelle parole, nella “parola terra materna”, per dirla con un’espressione della poetessa Rose Ausländer.

L’itinerario partirà proprio dalla parola madre-terra, la parola poetica di Boschi lupi luci, raccolta che Felice Di Nubila pubblicò circa trenta anni fa, nel 1989. Da lì prenderà le mosse e attirerà a sé, magnete e seme fecondo, le molteplici attività di Felice Di Nubila, nato a Francavilla sul Sinni il 29 dicembre 1928 e morto a Roma il 19 giugno 2018.

Alle parole che Felice Di Nubila scrisse proprio trenta anni fa, nel dicembre 1988, con le quali introduceva la propria raccolta poetica, affido il compito di intraprendere il cammino proposto: «Pensieri affiorati nelle pause di quaranta anni di attività: pause concesse al desiderio di riflessioni libere, gratuite, umane; pause dovute al bisogno di trovare soluzioni alle quotidiane incertezze anche attraverso i segni della memoria e della continuità con il passato. […] Boschi, lupi, luci. Tante luci, per fortuna! È con queste luci che sulla tristezza dei ricordi si riesce ad accendere un sorriso; è con esse che la poesia di memoria tenta di diventare anche poesia di speranza e rinnovato desiderio d’amore.»

Memoria, slancio, anelito d’amore. Già nel gruppo delle poesie giovanili, scritte tra il 1945 e il 1960 e raggruppate nella sezione Dimensione di uomo, leggiamo Ideale, dall’incipit forte e chiaro: «Giganteggi/ luminoso sull’ombra,/ sicuro su tutto l’incerto». Lo slancio verso il “luminoso sull’ombra” protende l’io lirico, ne modella l’attesa, come è scritto in Attesa di basilisco: «Nel tempo/ogni ora/ è un’attesa./ Proteso/ lo spirito/ accoglie/ il segno/ confuso/ di quanto/ già dietro/ la noia/ si lascia,/ disperde».

La “parola terra materna” scandisce i ricordi tutti: quelli d’infanzia, legati a racconti ascoltati e riascoltati, come in Il monachicchio (Leggenda lucana): «Tornava nelle veglie della sera,/ di bimbi e donne/ intorno al patriarca,/ la storia attesa del rosso monachicchio.// “Folletto che raccoglie/ l’anima tenerella/ di un bimbo,/ sceso precocemente,/ con la morte, al Limbo// Compare e scompare/ sol chi lo spoglia/ del suo cappuccio/ vince la magia”/ci raccontava la bisnonna mia.», ovvero raccolti dalle percezioni e dalle sensazioni rievocate, come avviene in 1983: «Arrivavano al mattino/ al mio letto di fanciullo/ i rumori della legnaia, degli attrezzi da fuoco,/ confusi, come un gioco,/ coi tocchi di campane/ con i passi/ degli uomini e dei muli».

Da quell’osservatorio caro al cuore, da quelle radici ricche di nutrimento e mai dimenticate, lo sguardo si allarga tuttavia sempre ad accogliere altre realtà, sì che emerge chiaramente la convinzione di una comunità umana formata da tutte le periferie, dai margini del mondo, come si legge nella poesia Agli estremi del mondo: «Nelle bidonvilles,/ formicai infiniti,/ di Lagos,/ di Dar El Salaam,/di Worry/ di Kartoum,/ col primitivo passo/ della vita/ ritrovo l’uomo/ semplice e sofferente/ dell’alba/ della storia;// lo stesso che in Lucania/ aspettava in piazza/ l’offerta di lavoro,/ pastore o mietitore/ nella marina ionica,/ o la chiamata/ per andare a far fortuna,/ emigrante in America,/ colono in Cirenaica,/ legionario in Africa Orientale.// Il tempo indifferente/ filato dal sole africano/ dà ancora quaggiù,/ ai confini roventi/ della giungla e del deserto,/ i segnali di inizio/ del giorno e della notte/ col buio e con la luce,/ come in Lucania/ negli anni senza voce/ della mia infanzia.».

Dal gesto intenzionale di condivisione dei ricordi nascono, si sviluppano e si diramano tutte le opere storiche di Felice Di Nubila, dalle conferenze – molte tenute al Villaggio Cultura Pentatonic: sulla “Basilicata come laboratorio”, su Rocco Scotellaro, su Albino Pierro (poeta con il quale Felice di Nubila coltivò una profonda amicizia e del quale conservava pressoché tutti i testi, ivi comprese le traduzioni delle poesie in svedese, in olandese, in tedesco), sul brigantaggio – alle pubblicazioni, ivi inclusa quella della quale ho avuto notizia dallo stesso Felice nel corso delle nostre conversazioni e che vedo oggi per la prima volta nella sua veste di volume: I Lucani della Basilicata verso la Modernità tra persistenze e innovazioni.   La raccolta del testimone, a partire da quello lasciato dai genitori, presenze centrali in Boschi lupi luci, è pegno e balzo in avanti, gesto generoso di inclusione e memoria, programma e progettualità, Divulgazione della Storia per le generazioni di ieri e di oggi, come recita il sottotitolo del volume che sarà presentato a Matera, Capitale Europea della Cultura 2019.

 

Anna Maria Curci, Villaggio Cultura – Pentatonic, 23 dicembre 2018