Ombre e luci nella poesia di Rosa Maria Salvia

Lettura e scelta poesie di Maurizio Rossi

Tutto questo non è mai stato facile” mi sembra racchiuda il mondo poetico di Rosa Salvia, che pure coincide con il suo mondo, il Mezzogiorno e in special modo la Lucania: niente è stato facile per i contadini e i braccianti, per chi che ne era la voce e tutti coloro che avevano a cuore quelle regioni. Anche la scelta della mediazione poetica non è mai  facile, se ci si dispone a raccontare sentimenti e il tempo, senza scadere in una scontata nostalgia o nella “celebrazione” di chi ci ha preceduto. C’è ovunque, nei versi dell’autrice, un presente in cui le assenze che hanno radicato abitano nel cuore strapazzato come un cencio “Lascia le idee arruffate, libere/ e giovani dentro il mucchio di cenci/ del mio cuore”; la presenza è testimonianza di persone e cose – non più corpo e voce, certo – ma viventi nel “continuum” dell’esistenza. Volgendosi indietro si percepiscono molte cose, ci si riappropria, nella memoria, di affetti e avvenimenti un tempo sfuggiti, non compresi appieno; si trovano le frasi, le parole non dette.

I versi dell’autrice scorrono nella narrazione mai gravata da simboli o immagini troppo costruite: le parole che usa si lasciano cogliere, senza sforzo apparente, fedeli alla loro funzione di nominare oggetti e astrazioni.

Ci sono ombre, non solo nel titolo della silloge; ma, come  afferma la poetessa,  le ali della primavera sono bianche e la luce rende trasparente il mare Tirreno: il futuro è perciò denso di novità e anche di speranza, se non si ha paura di volgersi indietro e accogliere le ombre, persino quella della persona che si era un tempo bisogna/ essere qui, diceva la ragazza / del corteo nella notte di marzo.”

Per vedere le ombre, bisogna camminare nella luce, chiarezza e oscurità sono inseparabili.

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Come tutto questo non è mai stato facile

Come tutto questo non è mai stato

facile: siamo a questo

mondo come piangenti

ma con la primavera

dalle bianche ali, le acque

del Tirreno saranno

trasparenti di luce.

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Bilanci

Lascia le tue camicie nel cassetto

spiegazzate dalla tua malagrazia

sgualcite anche se nuove, e verdoline

come l’eschimo dei tuoi vent’anni.

Lascia le idee arruffate, libere

e giovani dentro il mucchio di cenci

del mio cuore. Sopravvivi, mio sposo,

al tempo ove più non è voce e sguardo.

Quest’autunno sale da solchi e sonno

illividisce il verde alla vetrata

un gran vento è venuto e passato.

L’acacia sfiorita più non porta

il merlo nerobianco che l’ottobre

ha allontanato, custode delle ombre.

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Forbice e filo mi sono cari

Forbice e filo mi sono cari che

a te erano cari e nomi antichi che

sussurravamo, come il macramè

e misteriosi, come sari e faglia

e fresco lana: il paniere di paglia

teneva spilli e fili colorati

e pensieri spaiati. Tu eri questo:

non come quando deliravi – quasi

una lieve morte – di quel tuo gatto

del focolare, ma quando, apprendista,

la tua sorte era questa: tra la trama

e il fato. Eri la voce nella notte

se studiavo di nascosto: a quest’ora!

Poterti dire, ora: nonna, sono qui.

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Il saluto

Lieve come nel sogno

il bacio di saluto.

Un’ala di farfalla.

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Ero una ragazza comunista

Ero una ragazza comunista, ero

figlia di un preside. Pensavi per me

a un avvenire improbabile ma io

pensavo invece che l’avvenire fosse

un’altra vita, come il comunismo.

Con una cinquecento bianca come

la luce del mondo che verrà – contro

ogni disfatta e fortuna – giravo

attraverso paesi desolati.

Sotto le insegne di sali e tabacchi

strideva un megafono. Nelle strade

contadini, manifesti e poeti.

Pure tu eri stato ribelle: fosti

esiliato dalle scuole del regno

per onta al professore

che rideva di quei tuoi pantaloni

rattoppati e passati da taluni

dei fratelli. Il tuo solo

avere era quel coltello d’argento

custodito dentro un tessuto viola

da tre generazioni

che non avevano altro argento. Su una

spiaggia – prima di tutto era un inverno –

gelata, con cabine

assurdamente bianche, il comunismo

cadde. Ma tu te ne eri andato prima.

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Rosa Maria Salvia, studiosa del Mezzogiorno contemporaneo, ha scritto numerosi saggi storici pubblicati, tra gli altri, da Teti, Edizioni Scientifiche Italiane, Calice Editori, Franco Angeli. Alcune sue liriche figurano ne L’Antologia dei poeti lucani dal Risorgimento ad oggi, a cura di Gerardo Capoluongo (La Fucagna 1972) e in Poesia lucana d’oggi, a cura di Luigi Reina (Il Portale 1992). Altre sue poesie inedite hanno vinto il Premio “Enza Perri” (1967) e il Premio “CIAS” (1968); nel 2020 si è classificata terza al Premio letterario “Beppe Salvia”. Ora che sei ombra, la sua prima raccolta poetica, ha vinto nel 2021 la XX edizione del Premio InediTO – Colline di Torino.

Rosa Maria Salvia, Ora che sei ombra, Arcipelago Itaca, Osimo (AN), 2023

Maurizio Rossi 1/5/2024