Coltissimo poeta in lingua e in dialetto Pietro Civitareale, e narratore, traduttore, saggista, critico letterario, curatore di antologie. Per la raccolta ‘Nu munne, ju recuorde, le parole’ si affida alla lingua materna, il dialetto di Vittorito, suo luogo d’origine nella provincia aquilana, e per la prima sezione di questa, ‘Come nu suonne’, a una sorta di abruzzese convenzionale messo a punto, all’epoca, su indicazione del poeta Alfredo Luciani.
Tessitore di fitte quanto fini trame di rimandi culturali a vasto raggio, dalla poesia e dalla letteratura, alla storia dell’arte e a quella del pensiero, alla cinematografia, Civitareale adotta un abruzzese melodioso e sonoro. Al centro, con lo stesso gusto robusto per la realtà di Paul Cézanne ― il cui Mont Sainte-Victoire, dipinto infinite volte, campeggia in copertina ― le meraviglie, la meraviglia, del paesaggio. Anche qui infinite le variazioni sul tema, lungo tutta una vita, fino a configurare una sorta di poesia diaristica, che accompagna le vicende biografiche, stilistiche e di pensiero del poeta. Una presenza di rilievo, il paesaggio, di cui si avverte ― come una voragine, una eradicazione ― la scomparsa da tanta parte della poesia contemporanea. Senza scomodare le idee marxiste di struttura e sovrastruttura, c’è da chiedersi quale vuoto la poesia stia claustrofobicamente chiudendo nel recinto dell’io, negandosi ossessivamente il fluido trapasso fra le visioni di dentro e quelle di fuori.
Il recupero del paesaggio è il recupero della natura, assente dall’orizzonte delle nostre città se non in veste ridotta e addomesticata e, tranne felici eccezioni, attivamente espulsa perfino da quello dei paesi. Una perdita progressiva che fa di tutti noi degli esuli. Apre quindi il cuore alla speranza la poesia di Pietro Civitareale, che coglie intorno a sé metafore deliziose ed è indotta, e quasi obbligata, per mimesi, alla armonia delle sfumature, alla sinfonia degli accordi di cui gode il modello. Tanto grande è l’amore per il paesaggio che la metafora non è più una figura del linguaggio, ma ha tanta vividezza da diventare la realtà stessa: la vetrina del paesaggio si apre su una gioielleria dai mille riflessi d’oro e d’argento che pare di toccare con mano. Per la gioia di Pasolini, tornano le ‘luciacappelle’, le lucciole, e un paesaggio realisticamente connotato nei più minuti particolari, strabordante di stimoli visivi, olfattivi, sonori, tattili, amatissimo e animatissimo, si dispone per piani con movimenti di una messa a fuoco alternativamente dal molto vicino al molto lontano.
Qua e là, il poeta accende per noi un dettaglio, un colore, un assolo, in una concertazione che fa del paesaggio una scatola risonante d’infinito. Ma questo non basta a dissipare l’inquietudine: il paese «è nu poste fore da ju munne» e ha «n’arie accuscì strane, come quele / de nu lìuche che nen esiste». Tanto più incantato proprio perché non vi succede nulla fino al primo colpo di vento, di vita. Incantata è la sospensione del tempo e del movimento di fronte all’inesorabilità della vita e del destino che tutto agita e muove e trasforma Ma la stranezza allora non sarà quella di una inattesa, sopraggiunta, irrealtà del paese, del suo paesaggio: un incubo più che un vagheggiamento?
«Alla porte de la casa n’ome, / mana ‘mbronte, allusche l’arie // pe darse na mezza regulate: // I piove come la manne Die.»: colto in posa plastica, da bassorilievo di antica cattedrale, un uomo, l’uomo, è ironicamente individuato come l’elemento debole del paesaggio che non ne dipende in alcun modo: è ancora Dio a regolare tutto.
Il mondo è casa, prato, vi(t)a, e in cammino uomini e animali di ogni specie ed età. Ma il cammino presuppone il tempo e infatti il tempo irrompe violentemente in scena. Un tempo ciclico che non uccide la speranza, perché all’inverno tiene dietro sempre la primavera, pure inevitabilmente introduce la morte e con la morte la iattura dell’io.
E dal giovanile slancio vitale di appropriazione del mondo, di espansione nel mondo, («tanta vojje de ju munne»), si passa alla nostalgia e al ricordo di «nu munne», un mondo, il suo mondo. «Lu recorde. Parola de maggie»: una magia traumatica il ricordo, se è ricordo di un tempo che è finito. Pure mette al riparo da un confronto serrato e concede tempo per l’elaborazione del lutto. Atmosfere dimenticate e indimenticabili: azione pacificatrice del ricordo? No, finché c’è il morso della nostalgia, la spina del vagheggiamento.
Con l’ingresso del tempo, della morte, dell’io, il paesaggio si fa intimo e assume tinte espressionistiche e valenze simboliche e oniriche. Il sogno apre alle delizie del descrivere e dello scrivere, del fantasticare e dello stringere legami, del trovare relazioni con tutte le cose del mondo. Chagall in persona smalta una scala appoggiata al cielo fra figure di sogno. La morte, comunque, porta in dono il mistero ed Emily Dickinson torna per ricordarci che il paesaggio è uno scrigno di rivelazioni («i segrete che le chéuse pòrtene», «…ju mestere de la véite»). La nostalgia trascolora il paesaggio in presepe e il presepe diventa interiore e si affolla di statuine che rappresentano i personaggi di una scena familiare.
Straordinario osservatore della natura Civitareale e incredibile osservatorio sulla natura la sua poesia. Ci vuol poco da lì a riscoprire la radice comune della vita, che era già in una cultura popolare che non a caso chiama «uocchie» le gemme, con una sapienza più antica di ogni scienza. Risentirsi vivi è riscoprire l’intima consonanza con il mondo vegetale: in profondità si scoprono radici comuni alla vita tout court. Il poeta è nato dal cuore della terra e la terra gli sta a cuore. Nel suo stato di famiglia, nel suo albero genealogico, con la terra ci sono l’erba, le piante, le stagioni. «Cerchémme na canzéune / addò càntene préte i stelle»: la profonda unità del tutto sfuma di panteismo la sua poesia e il suo pensiero: il destino ultimo è la vita che rinasce dal cuore dell’ombra.
E il vento? Ha una voce anche lui e anche lui è sé stesso e insieme qualcosa d’altro. Le cose ammutoliscono al suono del vento, ma il suo tacere è oscuramente minaccioso. Il vento può rinnovare lo sguardo che così torna allo stupore delle origini e introduce nel paesaggio una forza primigenia: è infatti il soffio della vita, lo spirito del mondo, potente e demiurgico come nella poesia di Lino Angiuli. E l’identificazione con il mondo vegetale riceve in risposta la carezza odorosa del vento. I profumi sono un elemento importantissimo dell’universo sensoriale di Pietro Civitareale, forse perché sono emanazione diretta della realtà delle cose e identificativi più delle impronte digitali. È una perdita non ritrovare il profumo della terra, una perdita simbolica ma anche reale. L’odore della terra è infatti la sua realtà. Lo spirito del mondo e della vita spira tristezza.
Il poeta si dà del tu e inizia il dialogo interiore con la propria anima, mentre aprile nuziale prepara notti e giorni di nuvole e apre spiragli su brividi cosmogonici. Le vite riescono a ricamare di luce e d’ombra il muro, di più non è concesso. Il gelo, l’età, spopola e sfronda il mondo, ridotto a un elenco di assenze, che non sono solo nel paesaggio, sono nella casa, nella famiglia, nella vita e sono quelle più dolorose e immedicabili. Ma lo sfrondamento, la sfogliatura, il diradamento è propedeutico, per la poesia, a un miracolo di leggerezza, di carta velina, di vetro soffiato, complice il gelo. Il tempo stagionale diventa tempo vissuto: «ju ’mmiérne» è carico d’anni e di vecchiaia, in un intrico di foglie e rami.
Resta profondo, ad ogni età, il rapporto con il paesaggio, pure non sfugge al poeta che il rapporto è mediato dal corpo. La giovinezza è uno specchio in cui il mondo può riflettersi in maniera ricca e dettagliata, nella vecchiaia, invece, è il nostro stesso riflesso, orbato dalla mano tremante, ad occupare tutta la coscienza («Mo’ ce vàide a méjje / che m’accappe j’uocchie / che la méne che treme.»). La parola è gelata dalla vecchiaia e allora bisogna andare più a fondo, scavare di più nel senso, senza fermarsi alle antinomie. Il fondo della parola è incomprensibile? di più, è imperscrutabile, indecidibile: non resta che accettare la mescolanza di bene e di male, di gioia e di dolore, inscindibili, inseparabili. Feconda è l’unione di opposti come quella dello yin e dello yang. La vita è un’altalena di luce e d’ombra, di dimenticanza e di ricordo, c’è la presenza e c’è l’assenza, il vento ― vento anche noi, fiato, sogno, come in Shakespeare e Calderón de la Barca ― e l’aria ferma. Ma, pure, nell’assenza persiste il presentimento della forza della vita, della sua potenza segreta che, come sa farsi strada con una foglia verde tra la neve, allo stesso modo sa anche continuare in nostra assenza. Perfino «… l’arie /… sbattàive senza viénte». Sono illuminazioni e rivelazioni del mistero e sono incanti, batticuori, stupori e paure. Pur in giorni sempre più corti, pur nell’assedio di uno sgomento sempre più presente, sempre la vita «è nu spettàcule che te lasse senza fiate». È la luna, o il vento, ad annunciare il ritorno della poesia, e si riaffacciano creature che hanno qualcosa di mitico, originario, sorgivo: i cavalli, la lepre, il toro, l’edera, il salice, a toccare il fondo, il nucleo originario. Da quel fondo la parola poetica deve continuare a scaturire, intensa e intera, sorprendente e carica di meraviglia, come un parto. È solo dell’amore la comunicazione senza parole e i pensieri dell’amata scorrono fino al poeta come un profumo.
Il vedere cede il passo alla meditazione, fatta di ascolto e di contemplazione. La verità? semplicemente riposa dentro le cose, dentro la realtà, come il pensiero riposa nella mente. Basta contemplare le cose, prendere atto della loro esistenza, perché le cose parlino e si rivelino. In quello spazio si spalanca lo scrigno del paesaggio che rivela i segreti che la vita custodisce, la sua capacità di abbandonarsi fiduciosamente perché la vita custodisce il senso di tutto e tutto ha un senso. Dirà, ancora, il poeta, di sapere «che n’esiste niénte / i che ste niénte è tutte», mettendo così paradossalmente al riparo il suo pensiero da qualsivoglia deriva nichilistica. La poesia quindi si prosciuga e si fa meditativa, sapienziale, sfiorando a volte l’incisività dell’aforisma. I bilanci non sono in rosso, sono in chiaroscuro, come tutta la vita, e un attimo prima del buio la vita è ancora «na feste de contentezze / i de malencunéjje». È colorata ancora, la poesia: chiusi gli occhi per il riposo notturno, la fanciullezza e una morte vivacemente colorata alla Ensor, si danno la mano in un girotondo notturno.
Il poeta anziano non ha dubbi: il sogno appartiene alla giovinezza, anzi cose e sogni erano allora la stessa cosa, ma quando la vita declina e tramonta, è la memoria il grande deposito delle cose consumate dal tempo ed è la sola testimone della loro realtà. «Le chéuse che còntene nen so’ / quele che suonne o t’ammiénte, / ma quele che véide, quele / che tuocche che le méne»: la realtà è a misura di mano, a distanza e a portata di braccio. È il ricordo dell’esperienza vissuta che fissa la realtà una volta per tutte e fa anche del ciliegio nel giardino, che forse non esiste più, ora, una presenza fantasmatica.
La morte è integrata nella cerchia delle presenze familiari e sta, senza stridere, senza contrasto, con gli uccelli, con i peschi in fiore, con la donna amata. Questa torna a trovarlo, presente come solo sanno esserlo gli assenti, reale come solo sanno esserlo i fantasmi, silenziosa e incastonata di fiori, fatta di elementi, fatta d’acqua, di pietra, d’aria. Novella Beatrice, conduce il poeta alle soglie del mistero, «ma mò lasse che me repose. / Già la sàire pusènnnese / sopr’a i fiore sta sfujènne / tutte le rose, i ju viénte / me s’arrobbe le parole». E ancora, «uogge ju deléure m’ha lassate. / Se n’è jéite pe’ la campagne, / libbere come ju viénte.»: il dolore allenta la sua morsa, ma nel farlo si riversa su un paesaggio che cristologicamente si carica del dolore dell’uomo.
Può pure accadere che il poeta non riconosca più i suoi stessi fantasmi, ma non gli importa e abbraccia la sorte come fanno le piante, come fa il grano. Piuttosto non viene mai meno l’attesa delle meraviglie che la vita ci porterà domani. E di tanto in tanto torna a sentirsi tutt’uno con il mare, la terra, il cielo, il mondo. Pietro Civitareale è tutto qui.
«Caméine i caméine / sotto acque i viénte. / Quande i addò / cumenziétte a cammenà?». ― Ma quanto tempo è che abbiamo cominciato a camminare?, si chiede Ivo Salvini in La voce della luna. Se lo chiede anche il nostro poeta, e come Fellini porge l’orecchio alla voce degli astri e di tutte le cose vive.
Pietro Civitareale, Nu munne, ju recuorde, le parole, Edizioni Cofine, Roma 2024
di Gina Cafaro