Nissun di nun di Francesco Indrigo

Recensione di Nelvia Di Monte

Nessuno di noi sembra un titolo insolito per “una poetica – la definisce Gian Mario Villalta nella prefazione – che prende forza da una tenace passione per tutto ciò che affolla l’esistenza di tutti e lascia traccia di sé nella vita individuale”. Una possibile spiegazione («poiché nessuno di noi / si crede innocente») si trova nell’omonimo testo che chiude questa sesta raccolta pubblicata da Indrigo, autore da sempre vigile sugli aspetti che caratterizzano l’umana convivenza. Fin dal testo iniziale la poesia è delineata come una figura paziente, seduta in ultima fila, che osserva e sorride «con appena un lieve sobbalzo di sopracciglio». Nello stesso modo l’attenzione di Indrigo si posa su persone, oggetti, paesaggi, per cogliere quanto accade intorno e riflettere sulle esperienze, su attese personali e sociali, su ricordi privati che intersecano avvenimenti storici.

Gli effetti sono talora dirompenti per il contrasto tra la semplicità del vissuto immediato (e locale) e i tragici avvenimenti globali, come la guerra mediorientale o le migrazioni, le cui immagini televisive – in Linguine al pesto – colpiscono in modo assai differente i clienti estivi di un ristorante: chi si sente devastato al solo guardare e chi ne viene infastidito e chiede di cambiare canale. «L’aria si è fatta densa e feroce» conclude il testo, ma  il dialetto della Bassa friulana suona più incisivo, perché «feroce» traduce l’originale «di bestia», proprio il venir meno dell’umanità. Tuttavia il senso di impotenza verso avvenimenti  troppo grandi per essere sostenuti dal singolo può trovare un argine, come nell’invito a indignarsi, rivolto ai giovani studenti in visita al sacrario di Redipuglia, o nel contrastare l’oblio verso un passato – di guerre, oppressioni, lager… – che non è poi così lontano, e spesso nemmeno superato da tempi migliori.

La persistenza del ricordo è indispensabile, con un atteggiamento tenace ma non prevaricatore, simile a La memoria dell’erba che ricorderà i vent’anni di chi è caduto «lunc li’ talpadis dal sun, / lunc la brosa dal sanc» (lungo le orme del sogno / lungo la brina del sangue). Questa lotta per l’esistenza pervade tutta la realtà: dal lavoro perso per la chiusura di una fabbrica (in  Novis dal front, Notizie dal fronte) alle difficoltà dovute a povertà, malattia, perdita di una persona cara. Espresse senza pietismi né toni patetici, piuttosto lasciando emergere la forza e la dignità di chi sa come si affronta il dolore: «stabilisci un contatto con le pietre e scivola lento / nella buccia minerale, ogni urto ti sarà più lieve».

Molteplici tracce si annodano al presente, poiché unico è il mondo della vita e il medesimo destino incombe sugli esseri viventi, compresi animali e vegetali, personificati e a volte invidiati, ad esempio il pettirosso che, salvato, «al torna a ciapàsi il sièl. ‘I lu vardi / zî fin ch’a si fa vardâ, po ‘i stai a tiara» (si riprende il cielo. Lo guardo / andare finché si fa guardare, poi / rimango a terra). Per fortuna la vita riserva tanti momenti sereni, felici. Semplici situazioni quotidiane, dove il fatto individuale è il punto di partenza per indagare quel fattore umano che le trasforma in riflessioni tese a svelare il senso del nostro «‘I stin uchì» (Ce ne stiamo qui). Sono molto intensi alcuni testi su figure familiari, sui gesti che veicolano profondi affetti, come avviene in una poesia dedicata alla moglie: mentre lei esce a prendere il pane, gli oggetti di casa, alter ego del poeta,  diventano presenze inquiete che «mi impongono di uscire in pieno sole / ad accertarmi del tuo ritorno».

La poesia di Francesco Indrigo è prevalentemente descrittiva e narrativa, se in qualche testo si avvicina alla prosa e in altri trova accenti surreali, raggiunge i suoi esiti più compiuti nelle poesie (e qui sono molte) in cui un’esperienza calamita a sé le cose, la natura, sensazioni e pensieri. E li fonde in una scrittura tersa che orienta a una visione più attenta della realtà e ad una meditata percezione del nostro scorrere nel tempo. Così accade all’uomo che – in Da un futuro lontano – comprende lo «sfuggente  e delicato lascito» di una giovane donna ritratta al mare negli anni ’50 mentre ne accarezza la fotografia: «E tu lu sintis il rumôr / dal sorèli che dut ta ‘n colp al va zu, ta l’estât / smamìda in-tal-grun di mirt arsìt dal Maestral. / Il rispìr di ‘na manciansa ch’a doventa solitudin» (E lo senti il rumore / del sole che improvviso declina, nell’estate / svanita nel grumo di mirto arso dal Maestrale. / Il respiro di un’assenza che si fa solitudine).

Francesco Indrigo, Nissun di nun, Samuele Editore, 2018

 

Nelvia Di Monte  

 

Pubblicato il 24 gennaio 2019