In Fabio Serpilli, autore di poesie anche in italiano, operatore culturale nelle Marche e nella sua terra anconetana, uomo che crede fortemente nella necessità della letteratura come antidoto e come veicolo di lucidità sociale, il dialetto soprattutto di quest’ultima raccolta esce naturaliter: sembra infatti essersi mescolato con le fibre del suo corpo prima di calarsi nei versi.
E i versi vibrano «una commossa malia del vivere» (Fabio Ciceroni) e l’esperienza si fa pensiero: «Io i verzi l’ho rubati a la vita / a la cità, al mare, io / nun ho inventato gnente / ché tuto era già lì / da tuto el tenpo / Parole dete a gràtise da la gente / io l’ho ’rcolte al volo / senò sarìene spèrze…» (“Ladro” – “Ladro”: Io i versi li ho rubati alla vita / alla città, al mare, io / non ho inventato nulla / che tutto era già lì / da sempre / Parole dette gratis dalla gente / io le ho raccolte al volo / sennò si sarebbero disperse… pp. 66-67).
Non una esperienza particolare, ma l’esperienza del vivere, restituita da uno specchio intimo di certezze, turbamenti, tensioni, aperture e chiusure, quell’esperienza che si fonda sugli elementi delle stagioni, su cui la saggezza misura, e ha misurato da secoli – nella propria esistenza e nella letteratura –, il sale dei giorni e del tempo, delle attese e delle loro cadute. «El zole su le rame / le scapécia el vento / e sbifa ’na parola / che adè c’è tuto / po’ al gnente / fenimo tuti / malamente // Ma io canto listéso / framèzo a riso e pianto / perché la rima armane / per ilusió de canto» (“Ilusió” – “Illusione”: Il sole sta sui rami / li spettina il vento / e sfiora una parola / che ora c’è tutto / poi nel nulla / finiremo tutti / in malomodo // Ma io canto ugualmente / tra il riso e il pianto / perché la rima rimanga / per illusione di canto /, pp. 68-69).
L’esperienza riascoltata, in una visività contrappuntata da pause o esitazioni e fissata infine in un pensiero autentico, cioè sentito come indifferibile, sul destino umano, raggrumato talora in sentenza. Nel quale pensiero non può mancare, e non sembri un controsenso, l’ironia: essa torna su ciò da cui è esclusa a priori, il dramma del vivere: «Io c’el zo ma fago fénta / che tuto è belo, tuto è / quel che c’è e che la morte / è la cosa più bela che famo / perché io ciò nustalgia del pasato, / sciguro, ma ’ncóra più / malincunia del futuro» (“Malincunie” – “Malinconie”. Io lo so ma faccio finta / che tutto è bello, tutto è / quel che c’è e che la morte / è la cosa più bella che facciamo / perché io ho nostalgia del passato, / sicuro, ma ancor più / malinconia del futuro/, pp. 142-143).
Nella declinazione dialettale («in dialetto il mondo ha un altro sapore», secondo Franco Brevini) delle cinque sezioni del libro (Malanconìa, Mal’Anconìa, Fotanconìa, Lengua de gente cuscì, Lengua de Aleluja) a surroga del viaggio nel vivere intervengono constatazione e memoria, l’io e gli altri, la lingua della propria salmodia e la lingua della gente comune (gente cuscì), il passato e il presente, sfumando ogni tragedia e affidandosi alle cose della vita, al «…sentimento della nostalgia, passando per una diffusa percezione della perdita, fino alla presenza di numerose voci, quasi un teatro (…) di figure e figuranti di una rappresentazione di piazza bruegheliana…» (Manuel Cohen).
Fabio Maria Serpilli, Mal’Anconìa Mal d’Ancona, Prefazione di Manuel Cohen – Postfazione di Fabio Ciceroni, Pasturana (AL), puntoacapo, 2021