Madre che resta di Patrizia Baglione 

Recensione di Anna Maria Curci

Di Madre che resta di Patrizia Baglione, volume uscito alla fine del mese di giugno del 2024, ho letto e apprezzato i testi che lo compongono, precisi nel dettato, testimoni di una notevole dote, posseduta dall’autrice, di individuazione dell’essenzialità nel dare voce poetica all’esperienza dolorosa, oltre ogni termine (le parole “orfano” e “orfana” da sole non bastano, infatti, a definire la situazione di mancanza) e oltre ogni tabù (l’interruzione di gravidanza) della perdita di un figlio. La “madre che resta” ha perso un figlio in grembo e il lutto si manifesta qui, qui viene detto, mentre altrove esso viene per lo più taciuto e nascosto. 

Tra le immagini ricorrenti, mai ripetitive, giacché a ogni apparizione si aggiunge un particolare nuovo nel dire, nel nominare – ricorro intenzionalmente a questo verbo, centrale nella Postfazione di Francesca Del Moro, ampia e ottimamente argomentata, e che reca il titolo Nominare la perdita: versi per un bambino mai nato -, colpiscono quelle relative all’acqua, nascita, morte, rinascita, approdo, in un susseguirsi di sorti e di forme. «Un sorso d’acqua/ che non disseta»,  p. 20, “Ho chiesto al porto/di ancorare a sé/ ogni disgrazia,/ portarsi a fondo pagine strappate:/ siamo pesci di mare contratto» (sequenza quinario, senario, settenario, endecasillabo, decasillabo a p. 33); «ho ripreso gli occhi in fondo al mare», p. 56.  

All’acqua si accorda talvolta l’altra direttrice, quella relativa alla lingua, alla nominazione: «Vieni e ascolta/ ho da dire fiumi di vocali/ oltre l’isola del pianto.», p. 24. La ricerca di linguaggi e parole intraprende itinerari con altri incontri, altre pietre miliari: «Provo a scrivere parole/ che non hanno avuto ossa», p. 7; «Lo nomino appena il tuo verbo/ per accudirlo nella pancia,/ attorno a un capo che sa di seta/ il geranio mi cresce dentro», p. 40. 

Succede allora che la lingua prova a ricongiungersi, dopo lo strazio, con il corpo, ad anelare l’unità, con un futuro semplice sonoro e luminoso, al quale si affianca, subito dopo, la nozione esatta di una unione nella solitudine (la lingua tedesca ha una parola per indicare l’intimo isolamento dal resto del mondo di una coppia: Zweisamkeit, letteralmente: “solitudine in due”), vibrante di tutti i timbri dell’ombra e del silenzio: «Torneremo a essere un corpo/ di uccello che canta nell’alba/ prima di schiantarsi di sete./  Qualcuno ci chiederà la parola,/ a noi che, inermi, resteremo in silenzio/ dentro la lingua di madre.// Nessuno sapeva di noi» p. 69). 

Patrizia Baglione, Madre che resta. Postfazione di Francesca Del Moro, Amazon Italia 2024

Anna Maria Curci

Patrizia Baglione (Arpino, 1994), già laureata in Scienze dell’educazione, studia per conseguire la laurea Magistrale in Linguistica Moderna. I suoi testi sono apparsi in diverse riviste letterarie: «L’Astero Rosso», «Poetarum Silva», «Inverso», «Transiti Poetici», «Poesia del nostro tempo», «Atelier», «Formafluens Megazine». Ha pubblicato La mia voce (Quid Edizioni, 2019); Malinconia delle nuvole (Kimerik Edizioni, 2020) – silloge presentata su Rai Radio Live – e Nero crescente (RPlibri, 2022); quest’ultimo testo è stato recensito da Franco Manzoni sulle pagine del «Corriere della Sera» nella rubrica ‘Soglie’. Dirige il blog «Versolibero». È redattrice di «Laboratori Poesia», «Lucaniart Megazine», «Larosainpiu, «Emme24», «litblog Finestre». Collabora con «Pubblicazioni Letterariæ» e con Giovanna Frene per «Inverso».