Lo spettro del visibile di Patrizia Sardisco

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Questa poetessa apre le ali al vento del dialetto siciliano, così come a quello della lingua italiana: entrambi li asseconda, ad essi intreccia il suo mondo, i suoi pensieri per generare poesie, a volte aspre, come la terra di Sicilia, altre liriche, altre ancora filosofiche, come in questa silloge.

Filosofia e Poesia si incrociano nei secoli, ora amanti, ora inconciliabili e respingenti; ma non possono ignorarsi. La poesia filosofica è ardua: alcuni la cercano lanciandosi dal monte Athos, ma affogano nel mare sottostante, senza aver lottato un solo istante con Poseidone e i suoi flutti; altri/e – come nel caso di Patrizia Sardisco – sono in grado di lottare e vincere, con la grazia delle Muse, la forza delle Scienze e la passione del Sapere: la poesia che emerge dalle onde è indubbiamente non facile, ma ne contiene il sale.

Già il titolo “Lo spettro del visibile” richiama il difficile rapporto tra oggettività- il visibile- e soggettività – ciò che l’occhio percepisce nel fenomeno della scomposizione prismatica della luce; fenomeno dibattuto, con quell’alone di mistero che adombra la componente poetica della Scienza.

La ricerca  di questa Autrice è originale anche nell’accostare – non assimilare –  la luce al suono, la  vista e l’udito, realtà e sensi senz’altro diversi,  che la parola -letta e udita, segno e suono – unisce “nell’umor vitreo migrano gli stimoli/ contro gradiente/ per trasporto attivo// ma le grammatiche/ giocano entro limiti finiti/ segmentano lo spettro del visibile/ in unità di campo tendenzialmente rigide /”; unità che fanno pensare ai fotoni e ai fonemi, particole che compongono le organicità che in esse possono essere scomposte.

Nel tempo della complessità e dell’indeterminato, Patrizia Sardisco indica la strada per conoscere e di più, per comprendere, attraverso la scomposizione e l’analisi, rimandando, con pazienza la sintesi. Evocativo in questo è “il taglio della bocca/ è segno di frazione e le espressioni/ convergono in grammatiche private/” dove il taglio, indica frazione, scomposizione; il privato è il soggettivo, ma anche il segno di individualità di espressione e di originalità.

Conoscenza è esercizio che eleva l’umano, anche in un’azione quotidiana, in un significato paziente, più umile ma non meno importante, come quando si morde la polpa e magari si rischia solo di immaginare il succo che non c’è: eppure in chi addenta il frutto accade una reazione, un cambiamento, il salivare riflesso, sintomo di comprensione e di consapevolezza di sé.

A tutto questo la poesia è sottesa, si cela dietro la tessitura dell’Autrice, ricerca – a tratti gioco – di parole per esprimere l’ineffabile; ma emerge inaspettatamente come “la lista della spesa” salta fuori da quel “libro di poesia”; e la mancanza “del sale” – cioè il sapore del cibo – viene accostato alla mancanza di sapore della vita, che divengono – nella “finzione poetica” assimilabili.

Così, in questa silloge, sembra indistinguibile  la Filosofia dalla Poesia, perché come afferma Umberto Galimberti “La Filosofia …sa che la parola è terapeutica, e questo qualche millennio prima che nascesse la psicologia, ed è alla ricerca di parole in-audite, quelle…non corrotte ancora dal logorio dell’abitudine.” (“Paesaggi dell’anima”, Feltrinelli, 2017) Non è questo che fa il poeta? Usare la parola come medicamento per la mente e per l’anima. Non è questo che opera la Sardisco?

Anche quando, dopo l’amara medicina della prima parte, concede nell’Apreslude – parte finale della raccolta – una parola-farmaco meno dura.

Il titolo di questa sezione richiama sia la silloge di Gottfried Benn, sia la forma musicale  posta da alcuni compositori -in contrapposizione al prélude – in chiusura di una un’opera musicale. E come quella forma, le ultime poesie racchiudono le tematiche già declinate in precedenza e in particolare  la parola, sia come astrazione e condensazione di una fisicità inebriante, sia come strumento che incida – lima – sia come “affilato arnese…apriscatole” che solo può aprire “la chiusa scatoletta/ rossa e polposa in succo” metafora del cuore.

In fine “Incendiaria /l’aurora meridiana di scirocco/ trasla un’idea di polvere/ dalle giaciture agli amaranti. La parola scagliata in un’altissima parabola in altissimi silenzi, come freccia penetrata nella spuma del dialetto, in un nuovo giorno che unisce tramite la polvere (particole di suono e di luce?) ere geologiche – giaciture – e amaranti, figura e sostanza in sacri miti di antiche civiltà.

 

 

Nubi di voce, accumuli per piovere.

Alonati silenzi altissimi

su un pianeta di acque antenate.

Faretre d’aria, dita su corda e coda

schiocco, fischio, parabola

parola. Altissima

ficcante tra spume di dialetto

sull’arenaria accesa.

Incendiaria

l’aurora meridiana di scirocco

trasla un’idea di polvere

dalle giaciture agli amaranti. 

 

 

sembra vuoto ma è materia mobile

il lume tra tutto questo

andare e il mio restare

muta in sostanza, dico

qui riconosco un guado, ve lo mostro

 

ma non si guarda, non si sente un ponte

lo si passa

 

  

alle sue proiezioni corticali

all’occhio la sua parte

la ristrutturazione percettiva

 

nell’umor vitreo migrano gli stimoli

contro gradiente

per trasporto attivo

 

ma le grammatiche

giocano entro limiti finiti

segmentano lo spettro del visibile

in unità di campo tendenzialmente rigide

 

la fascia di frequenza è un mare

chiuso

il valico è vocalico

 

e là la luce tace

il proprio dilagare

in altri mondi

 

  

La lista della spesa

finita in mezzo a un libro

di poesia

irretisce lo sguardo

manca il sale

 

lo spazio bianco

simula l’atto mancato

 

in forma cristallina

l’assenza corrosiva

di parola

 

 

 

Patrizia Sardisco è nata a Monreale, dove tuttora vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un Liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano (parlata monrealese). Nel 2016 pubblica la silloge in dialetto Crivu, vincitrice del Premio Internazionale Città di Marineo e menzionata al Premio Di Liegro di Roma. Nel 2018 si aggiudica il Premio Montano nella sezione “Una prosa breve”; con la silloge inedita in dialetto Ferri vruricati guadagna il secondo posto del XV Premio “Città di Ischitella-Pietro Giannone” e, nello stesso anno, per le Edizioni Cofine, dà alle stampe il poemetto Eu-nuca,  finalista al Premio “Bologna in lettere” 2019 e vincitore della sezione opere edite del Premio “Città di Chiaramonte Gulfi” 2019. Del 2019 è la silloge Autism Spectrum, vincitrice della quarta edizione del Premio “Arcipelago itaca” e segnalata al Premio “Bologna in lettere” 2020.  Nel 2021 è risultata vincitrice della XVIII edizione del Premio Città di Ischitella-Pietro Giannone,  con la silloge Sìmina ri mmernu (Semina d’inverno).