Lettera a Claudio Sterpi

Il ricordo di Rosangela Zoppi

 

Roma, 10 dicembre 2019

Caro Claudio,

Quando sabato mattina tua figlia Silvia mi ha chiamato per dirmi che non c’eri più, mentre nel mio cuore si davano convegno dolore, smarrimento e rabbia, a metter pace in quel caos ha d’improvviso risuonato dentro di me una voce: quella del grande poeta inglese del Seicento John Donne:

 

Nessun uomo è un’isola, in sé completa; ogni uomo

è parte di un continente, parte di un tutto;

se il mare gli sottraesse una zolla di terra, l’Europa

diverrebbe più piccola, come lo diverrebbe un promontorio,

o il podere dei tuoi amici, o il tuo;

la morte d’ogni uomo mi rimpicciolisce

poiché io faccio parte del genere umano.

Dunque non mandare nessuno a chiedere per chi

suona la campana; essa suona per te.

 

In una società che sta smarrendo il senso di appartenenza al genere umano, il senso della solidarietà per dirigersi sempre più verso l’individualismo e l’egoismo, quelle parole, scritte circa quattro secoli fa, sono oggi vere più che mai. Non siamo isole, ma parte di un continente; se a quel continente viene sottratto un solo pezzetto di terra, esso diventa più piccolo; se uno di noi muore quell’abbandono influenza tutta la comunità. Così, ogni volta che una campana suona annunciando la morte di un uomo, quella campana suona anche per ognuno di noi. Tu, Claudio mio, questo lo hai sempre saputo, perché l’egoismo, l’individualismo non appartenevano al tuo mondo interiore, che era invece ricco di tutti quei valori che fanno grande un uomo. Tu hai sempre e soltanto messo in pratica i principi della bontà, della solidarietà, dell’amicizia, della condivisione; non sei mai stato un’isola, ma parte di quel continente.

Abbiamo vissuto per mesi gomito a gomito quando dovevamo dare vita al nostro libro  S.P.Q.R., e in quei mesi ho imparato tanto da te: ho imparato a frenare il mio istinto “fumino”, a essere tollerante, a vedere anche nelle persone peggiori qualche cosa di buono. Eppure la vita non è stata generosa con te; ti ha colpito duramente fin dalla nascita, togliendoti l’affetto materno, quello del quale un bambino non dovrebbe mai essere privato. Quel dolore così grande ti spinse a vent’anni, nel 1949, a scrivere per lei, che non avevi mai conosciuto, la tua prima poesia, intitolata Mamma mia!

 

Oh bruto fato, quando pargoletto

lasciasti me senza la cara madre,

togliendomi innocente quell’affetto

che solo in parte mi donò mio padre.

Crudel ti chiamo, fato senza cuore,

perché feristi l’alma al genitore.

 

Partisti giovane per l’Infinito,

o madre, senza avermi detto addio,

chiamata dal “destino” ad altro sito

ch’è, forse, quello in cui si gode Iddio.

Di notte io t’invoco, o mamma bella,

e su nel ciel brillar vedo una stella.

 

Qual peccato ho nel cuor per meritarmi

la triste pena della nostalgia

di non poter udir mamma chiamarmi,

di non poter chiamar la mamma mia?

Felice chi non sa ciò che mi strugge,

per lui la vita è amor che non distrugge.

 

Fu così che scopristi di essere un poeta in erba. Purtroppo le necessità della vita ti costrinsero ad abbandonare gli studi classici che avevi intrapreso; con grande sacrificio sollevasti la testa dai libri, ti alzasti dal tuo banco di scuola, uscisti in punta di piedi dall’aula e ti mettesti alla ricerca di un mestiere che ti permettesse di essere d’aiuto alla famiglia. Scegliesti allora di apprendere la nobile arte della stampa, un’arte antica, che da quando fu inventata, ha permesso all’uomo di elevarsi e alla cultura di diffondersi. Quell’arte ti avrebbe reso meno doloroso il distacco dalla scuola, poiché di libri ce ne avresti avuti migliaia da confezionare e a cui dar vita, licenziandoli dal magico laboratorio che tuo padre, abile ebanista, ti aveva con amore attrezzato. Proprio a quel paziente lavoro, che tanto amasti e di cui fosti un maestro, dedicasti una delle tue più belle poesie: “Vecchia stamperia”, che scrivesti nella lingua che ti era più cara: il romanesco borghiciano. Non fu una decisione presa a freddo quella di eleggere il dialetto a lingua nella quale esprimerti, ma un atto spontaneo, istintivo. Si dice che il dialetto sia la muttersprache, la lingua che ci viene trasmessa dalla madre, con il latte materno. A te venne invece trasmesso dalla bocca del padre e dai parlanti del tuo amato rione Borgo, dove avesti i natali. Il dialetto fu per te un altro dei grandi amori: lo si capisce dalla lettura dei tuoi versi, primo fra tutti il sonetto Vecchia stamperia, che giunse nelle mani del Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, il quale ne rimase così colpito che, incorniciato, lo volle appeso nel suo ufficio e, quando andò in quiescenza, lo portò via con sé. Fu questa un’altra delle gioie con cui la vita, in qualche modo, cercò di lenire il dolore causato da tante profonde ferite.

 

Vecchia stamperia

 

Pare un vesparo pieno de mistero

quer cassone de zeppi inargentati

che ciànno su la testa, arivortati,

li segni pronti a diventà penziero.

 

Co mano sverta vengheno pescati

e sistemati a verzo sopra un fero,

tutti de fila, come su un sentiero,

dritti, precisi: pareno sordati.

 

Ner mentre che la riga pija vita

er vecchio stampatore l’accarezza,

come quanno l’avesse partorita.

 

Er libbro, che, finito, s’allontana,

diventa un fiore e porta la ricchezza

drento ar giardino de la storia umana.

 

Il rione Borgo occupò un posto importante nella tua vita; ne studiasti a fondo la storia fino a conoscerne ogni angolo, anche il più recondito; proprio per la grande competenza raggiunta fosti eletto Presidente del Comitato di Borgo. Ma non eri pago: volevi saperne di più della tua città, studiarne a fondo la storia e i monumenti, di cui divenisti un vero esperto. Se ne sono resi conto tutti coloro che ti hanno conosciuto e le migliaia di radioascoltatori che per anni sono stati accompagnati dalla tua voce nel perlustrare la città in lungo e in largo. Di Roma approfondisti anche lo studio del dialetto, acquisendo una tale competenza da essere eletto Presidente del Centro Romanesco Trilussa. Tutto ciò che sapevi lo condensasti in alcuni volumi, noti alla maggior parte dei romani: Una favola chiamata Roma; Onomastica di Roma; Il Passetto e il suo Borgo; Roma… un’emozione (che ebbi il piacere e l’onore di tradurre in inglese), ma anche in tante poesie, raccolte nei volumetti Dar ponentino a la tramontana,  Verzi e rime de casa mia, Co tanto de colore e de bandiera (dedicato a tutti gli sport), Storia dell’AS Roma (in ottave), il delizioso poemetto in ottave Ciceruacchio, che narra la storia del nobile difensore della Repubblica Romana del 1849.

Ricordo che, non molto tempo fa, mi dicesti che, terminato il libro che ancora oggi sto scrivendo, avresti voluto scriverne un altro con me, magari sul verde della nostra città. Purtroppo non abbiamo fatto in tempo! Come sarebbe stato bello tornare a lavorare insieme!

Le batoste che hai ingiustamente ricevuto dalla vita sono state veramente pesanti: la prematura morte della tua adorata Lucia, che ti lasciò solo con due figlie in giovane età, e poi la morte di Tiziana, la tua primogenita. E tu, ogni volta, affranto dal dolore, hai avuto la forza di rialzare con grande dignità il capo, continuando a dispensare, a chiunque ne avesse bisogno, parole d’incoraggiamento e gesti di grande generosità. Però la stessa vita ti ha anche dato alcune grandi gioie, come quella di vedere tua figlia Silvia diventare grande, ottenere brillanti risultati a scuola e nel lavoro, quella di conoscere Luigina, amica e compagna degli ultimi decenni della tua vita, quella di ricevere in dono Carlotta, nipotina dolce e affettuosa, in cui riporre ogni tua speranza. Sin dalla sua nascita, lei è stata la musa ispiratrice dei tuoi versi dell’età matura, il tuo sguardo sul futuro.

La poesia è stata sempre la tua valvola di sfogo, fino ad alcune settimane fa, quando mi leggesti al telefono, appena composti, gli ultimi tuoi versi dedicati a un nuovo e inseparabile amico, al quale ormai da tempo ti affidavi per poter camminare più sicuro: il tuo bastone.

 

Er bastone

 

Sei er simbolo de certi avvenimenti,

er supporto pe quarche dittatore,

er sostegno p’er vecchio che nun mòre,

l’esclamativo pe certi avvertimenti.

 

A vòrte, senza tanti comprimenti,

smulini ar vento come fa er pastore

quanno controlla er gregge cor tortore

e se ne frega de mostrà li denti.

 

C’è chi l’addopra contro la raggione,

contro la libbertà che fa paura,

abbozza e poi te cambia d’opinione.

 

Io me ciappoggio e seguito er cammino,

così sento la strada più sicura

e so pijà de petto ogni scalino.

 

Sei stato un amico unico, vero, caro, sempre disponibile. A te ho aperto il mio cuore e tu a me il tuo. Ci siamo scambiati tante confidenze e, quando a volte la nostra conversazione prendeva il sentiero dell’amarezza, tu, con grande abilità, sapevi cancellarla con qualche dolcetto, o raccontando qualcuna delle tue tante barzellette dallo humour tutto romano, o coniando una battuta così, su due piedi, una di quelle che sono capaci di accendere un sorriso sul volto della persona più triste. Del romano verace avevi proprio tutto: la bontà, la generosità, la dignità, la solidarietà, la fierezza, la buona educazione. Che persona amabile sei stata! Non ho mai udito uscire dalle tue labbra una parola offensiva o denigratoria contro qualcuno. Non ho ti mai sentito dire una brutta parola (le parolacce non facevano parte del tuo repertorio linguistico), non ti ho mai visto arrabbiato. Mai! Anche in questo sei stato un romano verace e un vero signore. Se qualcuno ti faceva soffrire, e io mi arrabbiavo al posto tuo, tu m’invitavi a lasciar correre, a pensare alle cose belle che la vita ci offre ogni giorno.

Sei stato per me un amico, una guida, un conforto, un faro. Oggi che quel faro si è spento, grazie a te so navigare a vista e, anche al buio, so dove dirigere la mia barchetta per raggiungere serenamente il porto.

Ti ho voluto, ti voglio e ti vorrò sempre tanto bene.

Rosangela