Le “pietre” di Giovanni Di Lena

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Le rocce, le pietre abbondano nel nostro Paese, anche in Lucania: e per quante ne possiamo scagliare, ne restano sempre tante che altri getteranno, se sapremo tramandare la voglia di lottare, la rabbia, magari anche nella Poesia.  Di Lena, appunto, chiama “pietre” i suoi versi, le sue poesie, “cavate” dalla nostra Lingua, ricca di vocaboli e fonemi e densa di significati; una lingua che lui non esaspera, non “stressa” per stupire o per colpire, ma usa rispettosamente e semplicemente per scuotere il torpore o la rassegnazione  “In questo luogo ideale/ la storia si ripete/ ci prostra alle lusinghe straniere/ e alimenta la morte civile”. 

E in tanti modi si può morire, infatti “La differenza è sempre nel sangue:/ c’è quello versato per gli altri/ e c’è quello succhiato dai vampiri”.

Parole forti, un’accusa diretta, che cela però una grande tristezza, uno scoramento pari a quello che il Di Lena vede negli occhi del padre e forse anche nei suoi “Era un uomo perbene, mio padre, / ma aveva gli occhi tristi”. Tutto si svolge tra quel “perbene” e quello sguardo triste, con l’accento su quel “ma” che non disgiunge le due qualità, anzi le lega, rendendole, una la conseguenza dell’altra; e il “perbene”- svilito spesso da una morale falsamente progressista – appare qui in tutta la sua valenza positiva: chi cerca il bene non solo personale, ma anche degli altri, lavorando, rispettando la Legge, in silenzio e, se necessario, gridando contro la stessa Giustizia.

Ma per poter gridare, occorre imparare a vivere nel silenzio, accogliere il fracasso popolano della festa e il silenzio di morte fuori delle mura; saper vivere con i sogni frantumati dalla rinuncia, con lo sguardo attento a discernere nel tic tac frenetico / che avvampa il cervello, ciò che manca, da ciò che incatena.

Resta come conforto l’amicizia, per condividere il tempo, la stanchezza e il tedio – necessità della vita – e la vitalità data dal gusto e dall’energia dei dolci cannoli, in  una Erice, che non ha conquistato con la sua bellezza. L’uomo “perbene”, malgrado gli amici, pian piano resta solo: per il ciclo della vita, per essere scomodo, tedioso, anche un tantino “rigido” nelle sue denunce; “La solitudine non sei tu a cercarla, / è il tempo che te la offre, / naturalmente.” Anche qui, una parola spesso “manomessa” – e non si può non pensare al bel libro di Carofiglio “La manomissione delle parole”(Rizzoli, 2010); naturalmente, vuol dire secondo il corso della Natura, il tempo scandito dall’orbitare della Terra e dalla sua danza su sé stessa, le stagioni della vita, ciò che si diceva “destino” e non poteva in alcun modo essere cambiato dall’uomo; ciò che oggi diviene un’assoluta soggettività e interpretazione talmente personale da avere per conseguenza la Babele, il “dilagante qualunquismo” l’impossibilità a “saldare l’uguaglianza”.

Per quanto possa essere corretto “suddividere” la Poesia in categorie, si può dire che il Di Lena fa in questa silloge, “poesia civile”; ma non è tutta “poesia civile” anche quella più intima e personale? Non è la Poesia strumento mirabile capace di incidere nel cuore, oltre la ragione e con la ragione, così da sostenere il cives nella quotidiana ricerca di senso nell’io e nella relazione? Non racconta sé stesso l’Autore, quando lancia le sue pietre? “Tu non cedi alle sue lusinghe, / non baratti il tuo pensiero / con caramellati distintivi / neanche quando sei denutrito / e hai bisogno d’aiuto”.

 

Nodi

Erano tristi gli occhi di mio padre
quando fissarono i miei
quella mattina d’autunno.

Erano pulite e callose le sue mani!

Lavorava in rigoroso silenzio
e ogni sera
mi donava una morbida carezza.

Gli sciacalli saccheggiarono la sua casa;
restò al palo
come un cane.
Venne l’inverno
e la pioggia non lo risparmiò.
Alle ferite della guerra
si sovrapposero – spietate- quelle civili.
Era solo, sempre solo,
ma non ebbe paura mio padre
e quando, a fatica, riuscì
a strapparsi il bavaglio
anche la Giustizia gli fu contraria.

Era un uomo perbene, mio padre,
ma aveva gli occhi tristi.

R55 negativa                                     

                                                            Ad Aldo Moro

Cinquantacinque giorni bastarono
per distruggere il progetto
del pluralismo innovativo.

La base,
carica di dolcezza emotiva,
fu fatta brillare a festa
selvaggiamente.

La differenza è sempre nel sangue:
c’è quello versato per gli altri
e c’è quello succhiato dai vampiri.

Papaveri di cartapesta 

Fummo amici da piccoli
e diventammo fratelli
mischiando il nostro sangue.

Rimasi fedele al patto fraterno
e custodii
le speranze di quel tempo.
Nulla accadde.

La vita ci divise:
le diverse origini
e la differente purezza
riaffiorarono dal sangue mischiato. 

Facce di bronzo

La Lucania
è stata condannata a morte!

Inconciliabili promesse
rimbalzano – giocose –
nell’aria butterata
di questa terra.

Non cambia il vento.
Nuove facce di bronzo,
cloni dei vecchi ladroni,
pronunciano bugiarde verità.

Il popolo
non può sovvertire la Legge.

Come farete – adesso –
a toccargli il cuore
se gliel’avete strappato
e offerto al Capitale?

Giovanni Di Lena è nato a Pisticci, (MT), dove vive. Ha pubblicato: “Un giorno di libertà”, 1989; “Non si schiara il cielo”, 1994; “Il morso della ragione”, 1996; “Coraggio e debolezza”, 2003; “Non solo un grido”, 2007; “Il reale e il possibile”, 2011; “La piega storta delle idee”, 2015.

Giovanni Di Lena, Pietre, Ed. Ermes, Potenza, 2018

                                                      Maurizio Rossi

Pubblicato il 5 gennaio 2019