Le ore del terrore di Simone Consorti

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

Un attento musicofilo, leggendo questa silloge, può trovare un’analogia nello “Scherzo”, scrittura musicale che Beethoven introdusse nella forma sonata- in sostituzione del “minuetto”- come III o II tempo: più veloce del “minuetto” (nei tempi Allegro, Vivace o Presto), lo “scherzo” punta di solito all’arguzia, alla giocosità e tende ad alleggerire la tensione tra il movimento lento e il finale, distendendo la concentrazione richiesta dall’ascolto; movimento per nulla “leggero”, ma di spessore e di contenuto, a volte con sfumature drammatiche.

Lo stile dotto, la cura nella composizione, la “semplicità” apparente e la fluidità del verseggiare- unite alla non eccessiva lunghezza che dà rapidità alle poesie- ricordano la scrittura musicale e la finalità dello “Scherzo”; si sorride, piuttosto che ridere, sulle “ore del terrore”, scandite dai dolori e dalle assurdità intime e sociali. Aleggia una velata atmosfera di morte, che -poiché pervade tutte le composizioni- genera uno stato di disperata speranza, o di malinconica allegrezza.

Lo stile insistito, pur nella varietà ampia e articolata dei temi trattati, esprime l’originalità del Consorti, ma ne scopre anche una certa “uniformità” di lettura delle vicende umane e personali; uniformità da o per la quale il percorso poetico può certamente evolvere, sempreché l’Autore ne senta la necessità.

Molto spesso traspare una domanda- più o meno dichiarata e ancor prima riconosciuta- di comunicazione e di relazione, anche nelle composizioni apparentemente “solipsistiche”; l’uso frequente della rima e il verseggiare libero, ma decisamente ritmico, facilitano la lettura e predispongono ad accogliere temi profondamente umani, spesso disperati o dissacranti.

La raccolta si compone di tre parti: Le ore del terrore; Preghiere e bestemmie sincere; Spoon river Italia, della quale è facile cogliere il riferimento al Poema di Edgar Lee Masters, non solo nel titolo, ma nello sviluppo della tematica.

Dall’ultima sezione ho scelto quella che a mio giudizio la riassume ed rivela il pensiero del poeta

 

XXVII

 

A trentun’anni

già avevo pronta

la frase per la lapide

l’ho coccolata

l’ho limata

poi l’ho tenuta con me

come un testamento

più a lungo di quanto sia durato

il mio matrimonio e ogni lavoro

Solo a settant’ anni ho cominciato

a trovarla datata

e a settantadue

quando è giunto il mio momento

l’ho scartata

Ve la lascio se può servire un epitaffio

nuovo di zecca e mai usato

Non sempre concordo con quello che penso

Non sempre la vita o la morte hanno un senso.

 

 

Da “Preghiere e bestemmie sincere” mi piace segnalare:

 

Un’altra alba

 

Lì vicino a Dio

e accanto al posacenere

ti ho lasciato una cosa da leggere

L’ho scritta in una lingua

che non conosco

sotto dettatura di una voce

che masticavo a stento

infedele come uno specchio

Leggila a tuo modo

annusando le parole

balbettando ad alta voce

o reso muto dallo stupore

aspettando un’altra alba

incensurata

senza più morte né speranza

Medita e dimentica

Quando poi l’avrai terminata

prima di rimpiangerla

poggiala di nuovo accanto a Dio

ma un poco più vicino.

 

Fessura di clausura

 

Affacciarmi da questa fessura

mi fa apprezzare ogni volta di più

la mia clausura

A volte scovo la luna

oppure le stelle

timide dietro la nebbia

o oscurate da qualche insegna

Oggi ho scorto un uomo

che mi ha fatto una foto

come se fossi un’attrice famosa

Non so se volesse immortalare

la mia anima o il mio corpo

se le mie labbra

o l’espressione falsa della mia faccia

Magari se rientro

pure in convento mi darà la caccia

Voglio comunque pregare per lui

affinché la sua vita

non sia solamente affacciarsi

sugli attimi altrui.

 

 

L’ultima mela

 

Milioni d’anni dopo

Eva colse l’ultima mela

e addentandone la polpa

per la prima volta

si sentì in colpa.

 

Della prima sezione, “Le ore del terrore”, mi sembrano interessanti:

 

Faccio la fila da solo

 

Faccio la fila da solo

in attesa che qualcuno mi segua

e che questa chiamiamola solitudine

mi dia tregua

Se verrà gli lascerò la precedenza

come se fosse un reduce di guerra

o un altro me in carrozzella

Insieme attenderemo

l’orario di apertura

e una volta dentro ci godremo

la programmazione futura

Sarà bello dividere

le nostre file a metà

e bramare giorno e notte

chi verrà.

 

L’arca affonda

 

L’arca affonda

e di noi rimarrà solo l’onta

di una manciata di poesie

che non hanno lasciato impronta

Con rabbia stampo il piede sulla sabbia

per studiare la mia orma

La fotografo e la posto

affinché sia ricordata

Intanto l’arca affonda

e nessuno

filologi o speleologi

la recupererà con una sonda

 

 

Del paese resterà solo il nome

 

È un ricordo sottovuoto

quello del paese

prima del terremoto

Cammino tra le macerie

della zona rossa

e a ogni buco

mi appare una fossa

Presto torneremo sulla costa

il tempo di far finta

di recuperare qualche cosa

anche se mio padre era qui

che avrebbe voluto la tomba

Proprio qui m’indicava

pigiando nel fango la sua orma

Domani il campanile con la croce

il cimitero la pista di bocce

le finestre da dove gli anziani

profetizzavano la pioggia

il vento la bufera i colpi di tosse

qualsiasi cosa tranne le scosse

saranno trapiantati altrove

e del paese resterà solo il nome.

 

Facce

 

Facce incredibili

modellate dal freddo e dal vento

dall’età dalla vodka

e da qualche turbamento

Le guardo cambiare allo specchio

senza fare alcun commento

né una fotografia

Uso la macchina

solo per coprire la mia.

 

Concludo la mia lettura con i versi del Poeta: resta il dubbio se sia più pericoloso il nostro mondo o il nostro io. Ma più spesso il rischio è non aver coscienza del pericolo reale: la perdita di senso dell’esistenza.

Mi trascino a una certa distanza/ dal pericolo che incombe/ e comunque sempre almeno a cento passi/ dalle bombe./ Ma quando di notte mi scopro allo specchio/ vorrei che con noi ci fosse un terzo/ per proteggermi da me stesso.

 

Simone Consorti, romano, insegna in un Istituto Superiore. Ha pubblicato i romanzi L’uomo che scrive sull’ acqua ‘aiuto’ (Baldini e Castoldi,1999, Premio Linus), Sterile come il tuo amore (Besa editrice, 2008),”In fuga dalla scuola e verso il mondo (Hacca, 2009), A tempo di sesso (Besa, 2011) e Da questa parte della morte (Besa, 2016). Ha raccolto le sue poesie in Perché ho smesso di scriverti versi (Aletti, 2010), Nell’antro del misantropo (L’arcolaio, 2014). Da alcuni anni si occupa di fotografia, ha realizzato diverse mostre personali e sta curando il progetto di street photography “C’era una volta in Europa”. Di recente pubblicazione il suo ebook di fotografia Finestra d’Italia, uscito per Larecherche.it. Dal 6 marzo la sua pièce Berlino kaputt mundi sarà rappresentata al teatro Agorà di Roma.

 

Simone Consorti, Le ore del terrore, Ed. L’arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2017

 

Maurizio Rossi

 

pubblicato l’11 gennaio 2018