“La morte ha i giorni contati” di Mario Mélendez

Nota di lettura di Ombretta Ciurnelli

L’editore Raffaelli di Rimini ha pubblicato la raccolta del poeta cileno Mario Mélendez “La morte ha i giorni contati”1. Il volume, edito sia in versione cartacea che in e-book, presenta il testo originale in spagnolo e la traduzione a fronte di Alba Metaponte.
Mario Mélendez, considerato una delle voci più importanti della nuova poesia latino-americana, è nato nel 1971 a Linares, nel centro del Cile. Nell’infanzia ha conosciuto le violenze del regime di Pinochet, vivendo in seguito la difficile condizione dell’esule. Trasferitosi a Città del Messico, si è occupato attivamente di editoria, giornalismo, critica letteraria e in particolare di poesia, dirigendo per “Laberinto Ediciones” la collana dei maggiori poeti latino-americani. Attualmente vive in Italia, nelle Marche, dove ha collaborato con l’Università di Urbino tenendo alcune lezioni di poesia e letteratura ispanoamericana.

La sua poesia è difficile da collocare nelle correnti e nei generi propri della nostra letteratura; Luca Benassi dice che «è una poesia che non si lascia incasellare, sulla quale la colla delle etichette non fa presa».2
Nella raccolta in cui la morte è protagonista di una rappresentazione che si articola in otto tempi (“La vita privata della morte”, “La morte pianse ai piedi di Gesù”, “La morte ha i giorni contati”, “Gli eteronimi della morte”, “I personaggi della morte”, “La morte porta una camicia di forza”, “Cartoline dall’aldilà”, “La morte, tuttavia”) troveremo ben poco di ciò che tanta letteratura, musica e arte hanno espresso su questo tema. Mélendez è lontano da pensose meditazioni, da slanci mistici e religiosi, da riflessioni sul mistero del nostro essere e della nostra fine e nella raccolta non c’è spazio alcuno per speranze o tentazioni metafisiche. Ad animare la sua poesia è soprattutto una straordinaria immaginazione surrealista a cui si unisce un uso irriverente dell’ironia. Sembra che l’Autore voglia sbeffeggiare la morte, prenderla in giro non per esorcizzarla in un sotteso gioco apotropaico, bensì per togliere il velo delle ipocrisie attraverso un umorismo macabro e metafisico, come nei versi che anticipano la prima sezione della raccolta (“La vita privata della morte”): La morte chiese di essere cremata / e le sue ceneri sparse / su tutti i vivi, o come nella poesia “Referto medico legale”: È morto a causa di una trafittura nel fianco / dopo aver delirato per ore / invocando un tale Dio / (il cognome è ignoto) / e promettendo la vita eterna / a chiunque ne facesse richiesta.
La rappresentazione appare grottesca: alla sua nascita la morte era tanto brutta come le grasse di Botero, divenendo più tardi un bimbo robusto a cui perfino Dio cambia i pannolini. Lei, nel suo autoritratto (“Autoritratto della morte”), confessa con cinismo di essere stata felice nei campi di battaglia oppure esortando i suicidi / che si guardano allo specchio per l’ultima volta. Dice Francisco Véjar nella prefazione alla raccolta: «Finalmente un poeta che toglie il velo alla morte e la fa dialogare con il nostro tempo». L’Autore vuole anche sottolineare la famelica spettacolarizzazione della morte che caratterizza l’informazione del nostro tempo ad opera di giornalisti cinici, pronti a coglierne la faccia appena sveglia o la snella figura in ogni angolo.
A volte la morte sa essere seduttiva e, quasi come un Mefistofele, promette a Gesù sulla croce una torta con 34 candeline purché egli si ricordi di lei nel suo regno o a Michael Jakson di lasciarlo più bianco dei seni di Madonna purché le insegni la sinuosità dei movimenti e dei passi di danza. In un folto palcoscenico Mélendez muove con abilità i suoi personaggi al di là di qualunque coerenza spazio-temporale; Sky e la CNN sono presenti insieme a Mosè, a Picasso e a Ulisse nella rappresentazione della Crocefissione (“La morte pianse ai piedi di Gesù”), in una sceneggiatura visionaria che si pone tra un macabro Vangelo apocrifo e i ritmi di un’inchiesta giudiziaria: Dio passeggiava in bicicletta / quando la morte andò a cercarlo / È morto tuo figlio / gli disse / ho appena udito la notizia alla radio o come recita la lirica “Il terzo giorno”: E chi resuscitò, allora? / domandò la morte, incredula / E Dio non seppe cosa dire // (La croce, i chiodi, la corona di spine, / l’arma omicida e altri mezzi di prova / sono già parte del giudizio).
Immagini surreali, fuori dal tempo e dallo spazio, si sovrappongono e si inseguono con soluzioni sceniche sorprendenti e spiazzanti non per riflettere sulla morte come fatto individuale e personale, ma come dimensione civile e politica.

Al di là di testi dissacranti, nella raccolta ci sono poesie in cui a essere rappresentato è il dramma della storia. Così nella lirica “Il testamento della morte” troviamo gli strumenti di morte: la ghigliottina di Robespierre, i fiammiferi di Nerone, l’orinale di Stalin, una sedia elettrica confiscata per insolvenza e, infine, la falce, metafora per eccellenza della morte, che passa nelle mani di Charles Manson, uno dei più efferati criminali del ’900.
Grottesco, e forse proprio per questo ancor più drammatico, appare il “turismo” nei luoghi della morte (“La morte è di moda”): da Auschwitz al Patio 29, dove «furono sepolti e successivamente riesumati duecento corpi di detenuti desaparecidos durante la dittatura militare»3, da Isla Dawson a Villa Baviera, altri luoghi simbolo del dramma del popolo cileno durante la dittatura. Sulla poesia civile di Mélendez così annota Manuel Cohen: «l’epos della sua gente costituisce e determina l’abito e l’ambito della sua attenzione. Il nostro autore ci dice della sua vita, le sue passioni, i suoi furori, i suoi dolori, e continuamente rinvia, riverbera e allude a passioni furori e dolori della sua terra.»

La lingua nell’adattarsi alla dimensione ironica e grottesca della rappresentazione scivola in un sarcastico cinismo, rappresentando la morte come merce da supermercato: sorprenditi con le offerte del giorno: / una mandibola rotta, una lancia nel costato / un cranio forato da un proiettile. Quella di Mélendez è una lingua semplice e colloquiale, capace di costruire immagini cariche di crudo realismo, nella cui concretezza, tuttavia, si sfaldano relazioni e significati sino a giungere a una dimensione onirica e surreale in cui tutto può accadere e in cui si spezzano le tradizionali categorie descrittive e rappresentative.

Concludiamo questa nota con un giudizio su Mario Mélendez apparso nel blog “La bella poesia”: «La poesia di Mario Meléndez è sorprendente, intensa, immaginifica, e tuttavia limpida, immediata; incontra i sogni e le ansie del lettore e fornisce loro ali di libertà e, insieme, rigore espressivo; è la confluenza di molti fiumi e tradizioni culturali; nei suoi versi si sente l’eco dei grandi poeti cileni, a cominciare da Pablo Neruda e Gabriela Mistral ma dentro si riconosce anche la grande tradizione visionaria di Garcia Marquez e di Amado, prorompente di metafore e suggestioni. Non dunque una sola tradizione, circoscritta in precisi confini culturali, ma un crogiuolo di storie e culture diverse, un mischiarsi di mari tumultuosi che sanno riunirsi infine in un unico, inimitabile stile, fatto di ritmi di assoluta purezza poetica.»4

Mario Mélendez, La morte ha i giorni contati, trad. di Alba Metaponte, Rimini, Raffaelli editore, 2014, pp. 142.

Ombretta Ciurnelli

 

2014-08-14
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1 Titolo originale: La muerte tiene los días contados, Laberinto Ediciones, Ciutad de México 2010.
2 Luca Benassi, Ricordi del futuro. La poesia di Mario Mélendez; in: https:////issuu.com/inrealtalapoesia/docs/ricordi_dal_futuro_-_benassi, pag. 7.
3 nota alla poesia La morte è di moda (pp. 26-27)
4 https:////www.labellapoesia.info/2012_09_01_archive.html