La bottega, la miseria e il dialetto: riscopriamo il poeta sabino Giuseppe Coccia

di Alfredo Dionisi

 

Alcuni poeti arrivano alla letteratura attraverso i libri. Altri ci arrivano attraverso la vita. Giuseppe Coccia, per tutti “Pecione”, appartiene a questa seconda categoria.

Nato a Poggio Moiano (RI) il 3 aprile 1882, figlio di un bracciante e di una contadina, imparò presto il mestiere di calzolaio, che avrebbe esercitato per tutta la vita. La sua poesia nacque in un luogo concreto: una bottega, tra il cuoio, la pece e gli strumenti del mestiere. E dentro quella bottega entrarono poco alla volta la famiglia, la povertà, la fede, l’amore, la campagna e la gente del suo paese.

A diciannove anni, Coccia era ancora analfabeta. Imparò da solo a leggere e scrivere, sottraendo al sonno le poche ore che il lavoro gli lasciava. Lesse i classici, soprattutto Dante, e si esercitò nelle diverse forme poetiche. Non fu dunque la scuola a condurlo alla poesia, ma una necessità personale, quasi fisica.

Lo racconta con ironia in Non più poetare: «Eppure a puisia pé me è ‘na doglia / ca ‘gni quattro minuti me repiglia».

La poesia è una “doglia”, un dolore che torna. Anche quando il lavoro, la famiglia e le difficoltà della vita sembrano chiedergli di tacere, il bisogno di scrivere ritorna.

È soprattutto nella povertà che la sua voce trova una delle sue espressioni più vere. In La miseria e i figli, la sofferenza non viene descritta in astratto, ma entra nei versi attraverso immagini quotidiane e difficili da dimenticare: «E scinci e scauzi m’i tocca vedelli», i bambini laceri e scalzi che chiedono al padre: «Tàa, dacce un tuccìttu!».

In poche parole c’è tutta la condizione di un uomo che lavora e che, nonostante il lavoro, non sempre riesce a mettere abbastanza cibo sulla tavola. La poesia diventa allora una forma di testimonianza: non una dichiarazione teorica sulla miseria, ma una registrazione di vita vissuta.

Pecione non è soltanto il poeta della fame e della fatica. Nei suoi versi entrano anche l’amore, la tenerezza e la bellezza. In A Felicetta, la donna amata viene trasformata in una figura quasi fiabesca: «A gnora Felicetta è propu un fiore / Gentile e bella meglio d’una fata».

È un altro volto del poeta, capace di cambiare registro e di passare dalla durezza della vita quotidiana a una lingua luminosa, affettuosa, quasi incantata.

Anche la natura occupa un posto importante nella sua scrittura. In Primavera, la campagna che si risveglia ci viene restituita attraverso immagini semplici e vive: «Se remmeste ‘a campagna, se renflora / E u sole call’occhiu ‘a rencolora».

La primavera porta con sé il verde, il sole, il canto degli uccelli e la promessa di una nuova stagione. Ma in Coccia la bellezza non cancella mai la precarietà dell’esistenza. E proprio mentre la natura rifiorisce, il pensiero torna alla morte: «Fratellu a’ nui ci aspetta ‘a sippurdura!».

La rinascita della campagna e la consapevolezza della fine convivono così nello stesso componimento. È questa una delle tensioni più significative della sua lirica: la vita viene osservata nella sua bellezza, ma anche nella sua fragilità.

Poi c’è la Sabina. Che nei versi di Pecione non è soltanto un luogo in cui vivere, ma la terra riconosciuta come propria. In Óanno a primavera, il paesaggio si allarga agli ulivi, alle montagne, ai paesi e agli abitanti di questa parte del Lazio. «D’Italia essa è u fiore più gentile», scrive il Poeta, mentre celebra i Sabini «uniti nell’amore e nn’a fatica».

Qui la poesia individuale diventa memoria collettiva. Coccia parla di sé, della propria famiglia e della propria condizione, ma al tempo stesso conserva sulla pagina un mondo: il lavoro, i paesi, la campagna, le relazioni tra le persone, il modo di parlare e di guardare la realtà di una comunità.

Il dialetto, nei suoi versi, non è un semplice ornamento. È la lingua naturale di quel mondo. È la lingua della bottega e della casa, della campagna e della famiglia, della preghiera, dell’ironia e della miseria. È soprattutto una lingua concreta, capace di dare ai personaggi una voce riconoscibile e alle situazioni una forza immediata.

Lo dimostra Un celebre strozzino, dove il ritratto del personaggio assume quasi i contorni della caricatura: «Vill’omminu ca pare un cuccudrillu».

L’ironia diventa così uno strumento per osservare e giudicare il mondo. La comicità popolare non è semplice evasione: può diventare anche denuncia.

Pecionate Sabine, raccolta di quaranta poesie, conserva la voce di questo autodidatta che trasformò in materia poetica ciò che aveva attorno. Coccia non scrive da una posizione separata dalla vita: scrive da dentro la vita. La bottega, la famiglia, la miseria, l’amore, la natura e la comunità entrano nei suoi versi con la stessa immediatezza con cui entravano nelle sue giornate.

Giuseppe Coccia “Pecione” muore a Poggio Moiano nell’ottobre del 1934.

Resta la voce di un poeta-calzolaio che non cercò nella poesia una fuga dalla propria esistenza, ma un modo per darle una forma e conservarne la memoria. Partì dalla bottega, dalla lingua che conosceva e dalle persone che aveva intorno. E da quel piccolo mondo seppe ricavare una poesia capace di oltrepassarlo.

Nei suoi versi non è rimasto soltanto Pecione. È rimasta una Sabina: quella del lavoro e della miseria, dell’ironia e della fede, degli affetti, delle campagne e dei paesi. Una Sabina raccontata nella lingua di chi l’aveva vissuta.

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