La bléza – La bellezza di Edoardo Penoncini

Recensione di Maria Lenti

 

La bellezza di Ferrara, dagli angoli e dai particolari scoperti e amati dal poeta ai monumenti più noti e celebrati: nei versi, nelle quartine di Edoardo Penoncini la città si apre con un atto d’amore e di rispetto, di vitalità nella sua intima energia resa intensa, in chi la sa e la conosce introiettandola.

E resa a concreto cammino di esistenza in salvo: ma Fëdor Dostoevskij (“La bellezza salverà il mondo”, frase estrapolata e, dunque, data per assoluta mentre ne L’idiota è del tutto relativa) è un’eco di titoli e, per il lettore, rimando massmediale degli ultimi anni.

Il poeta, invece e per contro, entra nella bellezza della città, la vede, la scruta, ne sente l’anima, la riplasma per ogni momento dell’esistenza: «La bléza l’an s’pòl dìr sól a paròll / con na forza ch’la vinz parfin el témp / l’an salvarà brisa al mond dai zapié / mó la s’arnóa quand a pàr ch’la sié morta» (1, pp. 16-17:  La bellezza non si può dire solo a parole / ha una forza che vince anche il tempo / non salverà il mondo dagli intrallazzi / ma rinasce quando sembra morta).

Il singolo esempio non rende la complessità poetica de La bléza: val bene, a proposito, la prefazione di Manuel Cohen. Io colgo l’emotività fatta pensiero mentre saldo sotto i piedi è l’acciottolato del centro storico, mentre appaiono come un incanto il Castello, i palazzi, i giardini, il verde e…i sorrisi, la rammendatrice, il camminatore; mentre si va o si ripercorrono con la mente i luoghi del Delta, i canali; mentre si avverte il caldo delle persone e delle cose e dei luoghi.

Lo sguardo, della memoria inoltre, affina l’aria e i colori, gli odori, i sapori quasi, l’anonimia di persone care a chi riprende, della propria vita e del proprio  “sentimento del tempo”, il senso di incontri e di vissuti. Un senso contenuto nel presente in cui passato e futuro si concertano nel nome della bellezza. E concentrano affetti, atmosfere, un esterno còlto sempre  a formare interiorità: «La bléza j’è i supi d’l’órgan in césa (…) / e am figùr là con don Tulo e don Nino /  con l’órgan  cal sùpia Adeste fideles.» (12, pp. 38-39: La bellezza sono i soffi dell’organo in chiesa (…) / e mi immagino là con don Tullo  e don Nino / con l’organo che intona Adeste fideles.)

Nel presente, appunto, risuona il tutto: dal presente indicativo sale, diffuso in tutta la raccolta, la figuratività della bellezza, la sua perennità quasi scolpita a monito e, prima ancora, a saggezza di un monito, consapevole  ma lieve nella sua umanità.

Così, la memoria e il ricordo, il tempo andato e quello che trascorre quotidianamente, vanno a dare forma a una poetica che, in molta poesia italiana in dialetto del secondo Novecento, esprime il succo di una esistenza. In Edoardo Penoncini, questa la declinazione tutta particolare, si fa nucleo attrattivo del vivere stesso. Come dire, semplificando: ho vissuto con tutti i doni della bellezza, li ho ancora in me e attorno a me. Non mi hanno abbandonato, né li ho abbandonati. Sono accanto e intimi nelle fibre: con essi, riconoscendoli e dicendoli, vivo i miei giorni. Sono «n’ava butinatrìz l’agh bàla intóran/ pó la tira su al  nètar  pr’al su cui / la pàr un poèta ch’al cànta la vita.» (21, p. 56-57: un’ape bottinatrice gli danza intorno / poi succhia il nettare per la sua arnia / sembra un poeta che canta la vita.)

Edoardo Penoncini, La bléza La bellezza, nota di Manuel Cohen, Pasturana, puntoacapo 2022, p. 80  € 12.00