Nel segno della pluralità, il volume Kotodama raccoglie 25 haiku di Maria Laura Valente e fotografie originali di Stefano Bertoli. Gli haiku di Maria Laura Valente sono presentati sono presentati nella versione originale in italiano e nella traduzione in giapponese di Ban’ya Natsuishi e in inglese di Maria Laura Valente e di John Martone.
Con una tecnica che richiama – ancora una dimostrazione di pluralità e di fecondo incontro tra forme letterarie lontane tra loro nel tempo e nello spazio – le coblas capfinidas della poesia trobadorica, ogni haiku si collega al successivo per il tramite dell’ultimo verso, che diventa dunque il primo verso del componimento che segue. Si tratta di un verso intero, a differenza di ciò che avveniva nelle composizioni trobadoriche, e questa consistente concatenazione mette in bella evidenza, ancora una volta, la pluralità delle direzioni, dei moti, delle visioni di natura e spirito, di immanenza e trascendenza, di caduta e ascesa, di buio e luce.
È una pluralità di accenti e di respiri che da un lato dischiude ulteriori “sentieri sensibili” (per il tramite delle tre diverse versioni linguistiche, dall’altro compone un itinerario di meditazioni riccamente interconnesso e mai limitato dalla misura metrica scelta, bensì, al contrario, perfino esaltato dalla brevità dei versi, che si caricano di significati e generano vari collegamenti, alcuni più immediati, altri meno evidenti, quasi un preludio al mistero.
Plurale, non certo da restringere a una semplice traduzione, è il concetto portante della raccolta, espresso dal titolo “kotodama”. “Kotodama”, infatti, è termine che può essere sì reso come “spirito della parola”, che può essere anche accostato a “mantra”, “logos” (aggiungerei anche “runa”, giacché esso allude al potere performativo della parola, all’azione di questa sul mondo materiale), ma che non si esaurisce affatto con una semplice traduzione in altra lingua oppure in un accostamento ad altre culture. “Kotodama” si apre a una molteplicità di sfaccettature, ha senz’altro una sua dimensione universale nella fiducia nel potere della parola, pur conservando una sua specificità linguistica e culturale indissolubilmente legata al Giappone.
Merito degli haiku di Maria Laura Valente e delle fotografie di Stefano Bertoli è allora quello di far risuonare in mente, cuore, anima di chi legge, a distanza di secoli e latitudini, domande («puoi sostenere/ tutto il peso del cielo/ senza la luce?») e risposte («tra cielo e terra/ sotto il passo dell’uomo/ ombre divine»), constatazioni («dell’autoinganno/ di ogni suo mistero/ falsi iniziati») e visioni («l’occhio divino/ nell’iride celeste/ un buco nero»), finitezza («ammutolisce/ persino il kotodama/ senza più cielo») e riproposizione del quesito iniziale, con una circolarità rispetto alla domanda di partenza, ma con una significativa variazione («senza più cielo/ puoi sostenere il peso/ di questa luce?»). Nella Postfazione, che porta il titolo “Kotodama” e il libero fluire dell’illuminazione interiore, Sonia Caporossi sottolinea la fusione di immagini e versi. Mi sembra interessante accostare a Kotodama e al progetto dal quale l’opera è scaturita le parole di una Lectio Magistralis pronunciata nel 2020 in Italia da Marion Poschmann, scrittrice contemporanea tedesca, esperta di haiku, come dimostrano le poesie di Paesaggi in prestito e il romanzo Le isole dei pini: «“Bild” comprende anche tutto l’ambito delle immagini immateriali, quindi fantasie e visioni, pregiudizi e sogni, illusioni, ricordi e così via. È corrente la distinzione tra immagine interiore e esteriore. Le immagini esteriori sono afferrabili, sono ciò che sta davanti agli occhi, quelle interiori sono inafferrabili, e non si lasciano analizzare in modo convincente dal punto di vista scientifico». In questo spazio di inafferrabilità si estende la parola poetica, irriducibile e ribelle a ogni spiegazione che ne esaurisca il “kotodama”.
Kotodama. Haiku di Maria Laura Valente. Fotografie di Stefano Bertoli. Traduzione in giapponese di Ban’ya Natsuishi, traduzione in inglese di Maria Laura Valente e di John Martone. Prefazione di Diego Martina. Postfazione di Sonia Caporossi, Edizioni Kipple 2024