Istruzioni per la luce di Luca Benassi

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Istruzioni per la luce

Mi sembra ci siano svariate analogie tra la luce e la Poesia: mi piace sottolinearne una,  l’impalpabilità, l’invisibile che fa vedere, il “fiat” che si fa mentre crea. Impalpabilità non insignificanza, né incorporeità: è semplicemente ciò che non si può afferrare per possedere, in quanto bene prezioso appartenente ad ognuno di noi.

Allora bisogna smettere i panni dei maestri e ridiventare discepoli, tornare ad ascoltare e leggere le “istruzioni” per godere pienamente di un “mezzo” – che sia luce o poesia – non “strumento” come i tanti che ci impongono la lettura previa di corposi manuali, ma “sostanza” e forte legame di magnetismo tra i viventi e tra questi e il mondo attorno; infine simbolo di “comprensione” e di conoscenza.

Sembra che l’Autore voglia dire: non si tratta semplicemente di “vedere” – fisiologico processo che dagli occhi giunge all’arcaica zona cerebrale del polo occipitale, seguendo strade tracciate dalla filogenesi – ma imparare ad osservare senza dominare e definire, accogliere come annota Elio Pecora nella prefazione, parlando di “compassione”.

Lasciarsi illuminare.

Gli ultimi, Gli occhi e la stella, 4250, Strade, 29 Marzo 44, 6 Agosto 45, 8 agosto 1956,  26 aprile 1986, La calura, Venire alla luce, sono le sezioni del libro che principia con i versi di Ignoto 1“Che mi chiamassi Beppe,/ nessuno può dirlo con certezza” e si chiude con lo stupore di Venire alla luceFu per voi la vita/ un’improvvisa lama bianca,/ fu calore e coraggio, già nome di figli” ; nel mezzo le “istruzioni” per avere e fare luce:  dare un nome a chi non lo ha, un luogo, un tempo dove non aver paura, aprendosi alle certezze del cielo, del sogno, del ritmo del respiro.

Come il Samaritano evangelico, Benassi si fa prossimo, con la voce che più gli è propria, la Poesia: si accosta all’umanità della cronaca e della storia e più che darle un connotato anagrafico, le restituisce la dignità e la verità di realizzarsi, essere quel che altri le hanno negato. “Non dare via questo bene remoto/  il linguaggio lineare dello sguardo” questa è la condizione, la preghiera che si fa azione e prossimità. “E fissatolo, lo amò” dice il racconto evangelico di Marco: già nello sguardo, lineare, non mediato, c’è amore, legame, condivisione. Non so se Luca Benassi sia o meno credente -parrebbe di sì – ma non credo sia importante dare un ulteriore attributo a ciò che è inscindibilmente forma e sostanza, presenza e atto, conoscenza e con-prensione “la linea gialla da non attraversare/ o da spaccare in piedi sul momento/ che incendia nel calore ogni divieto” -“spaccare” non solo varcare, il limite imposto da regole e consuetudini e leggi, oltre il confine dato da distanze o timori che sovente ciascuno si pone attorno.

In questa complessa raccolta, la luce assume molte forme.

Legame immaginifico di dita ed erba, volto e fiume, stelle e memoria: più che danza di fotoni, sembra il respiro limpido della Vita e del Vero; chiarisce lo sguardo e insieme lo circoscrive nei limiti dell’orizzonte, della terrazza, della ringhiera, del gioco (quanto “giocare” c’è nel poetare!?) “La linea della luce/ è questo dondolare senza peso/ tra le catene inchiodate al cielo/, al calore scuro delle mani/ che tengono una ghianda fra le dita” ; persino nei limiti dell’infanzia vissuta e rivissuta nella memoria.

E’ mappa di strade, luoghi più che percorsi, di accadimenti e di persone; lampi di flash che scompongono il film temporale in fotogrammi a loro volta sminuzzati all’infinito in istanti, fino ad annullare lo scorrere del tempo.

La luce è anche, purtroppo, traccia di proiettili assassini nel buio delle grotte Ardeatine, occhio livido di colpa acceso sul buio della Storia; è sguardo di tenebra nella “chiarità del cielo” che spegne con il suo impossibile fuoco la vita che altra Luce ha creato; è lampo che acceca il chiarore dell’alba di Hiroshima. E’ persino l’onestà che illumina l’umile fatica della miniera; “Più delle lampade era la luce dei nostri occhi” – lo sguardo che rivela il destino di morte; “il bagliore bianco del reattore 4” ad illuminare l’errore – la presunzione? – dell’uomo illuso di possedere il controllo sul destino e sulla materia.

E’ “schianto, scoppio, tortura di bianco, calare di lame; rosicchia l’ombra dell’asfalto, scioglie come fiamma, morde crudele”: Luca Benassi mette in versi una fantasia di immagini a lui ispirate da uno sguardo “illuminato”  per le sue  numerose “frequentazioni poetiche”, ma anche “onesto” nell’abbandonarsi all’apparente contraddizione tra sogno e realtà, unità e dispersione tra le cose, certezza di spaesamento.

Quale istruzione per la “luce” allora, se non la stessa Poesia?

 

 

(la luce)

 

La bellezza è un contrasto di effetti

una linea di sole fra le palpebre dei rami

che gioca a nascondersi nel bianco.

Abbiamo fatto così: trovato il sentiero

nel dolore aperto al paradiso

fra le porte chiuse dalla vita

come l’erba ostinata fra i binari.

Abbiamo forzato gli equinozi

l’ellisse perfetta degli anni

compiuti nel bianco dei capelli.

Sappiamo questo:

la bellezza è una lama di futuro

che taglia senza colpa

la menzogna concessa dall’inverno.

 

 

(preghiera del mattino)

 

Ci sono occhi che parlano tutte le lingue

idiomi di un volto tirato a sorte

all’ombra del legno

che raccontano foreste

fessure di verde dal quale sgorga

l’azzurro del sogno

come dai solchi arati dal sonno

nel campo incandescente del letto.

 

Non dare via questo bene remoto

il linguaggio lineare dello sguardo

fra i rami spogliati dal freddo,

non cedere ai voti iridescenti delle pupille

ai suoi ricordi sigillati come inganni

chiusi nelle palpebre della notte.

 

Piuttosto guarda alla purezza sgranata

nella preghiera del mattino,

alla pietra aperta, alla ferita guarita,

al nostro incedere alla sorgente della luce

come il passo del nuovo giorno.

 

 

 

 

 

(tardi, al telefono)

 

Le stelle sono nostre questa sera,

a ricordarci l’opera del bene

costruita con pazienza

sul sentiero verde delle dita.

Si aprono su un volto

che sa di fiume e di tempesta.

 

 

 

 

(via De Gasparis)

 

C’è un momento

nel buio raccolto degli occhi,

che la luce rompe ogni indugio,

nel rettangolo indiscreto

della finestra di cucina,

e il bianco è un ricordo d’acqua

un battesimo di polvere sospesa

che ti ritrova bimba.

Il sole scivola lieve sulle palpebre serrate

nell’attesa della pasticca delle dodici,

dell’abbraccio di un figlio

che ti attende oltre la soglia dell’addio.

 

 

(Camillo Iezzi)

 

Ogni volta che esco alla fine del lavoro

la tua bocca si slaccia come un nodo

e l’aria mi entra a fiotti,

e sa di neve e primavera insieme

anche se è notte o un inverno di pioggia.

Questa volta le tue labbra

le ho disegnate sulla roccia tenera

come un addio fatto di polvere

e la mia vita l’ho lasciata scorrere via

nelle vene nere del carbone.

Non lascerai sola questa terra

ti terrò i polsi stretti,

asciugandoti la paura dagli occhi

nel momento della luce più vera

della nostra generazione.

In queste cave oggi non è più buio

fra le pareti vuote di grida

le lampade spente, i picconi fermi.

Guardiamo su e ci pare di vedervi tutti

sporgervi all’orlo del pozzo

come stelle a stormi

che non hanno cielo

ma sanno dove andare.

 

 

 

 

Luca Benassi, Istruzioni per la luce, Ed. Passigli, Bagno a Ripoli (FI), 2021

 

Luca Benassi è nato a Roma nel 1976 dove vive e lavora. Ha pubblicato le raccolte poetiche “Nei Margini della Storia”, 2000; “I Fasti del Grigio” 2005; “L’onore della polvere” 2009 e le plaquette “Di me diranno”  2011 e “Il guado della neve”  2012. È presente in numerose antologie, tra le quali: Il corpo segreto – Corpo e eros nella poesia maschile; Calendario della poesia italiana. Sui testi sono usciti su La Clessidra, La Mosca di Milano, Atelier, Poeti e Poesia, Linfera. Ha pubblicato insieme alla poetessa Maki Strfield l’e-book “Duet of Lines Sen no Nijuso” (testi in italiano, inglese e giapponese, 2016. Nel 2018 è uscita “La schiena del cielo – La espalda del cielo”, antologia con testi in italiano e spagnolo. Nel 2019 ha pubblicato “Зборот на непријателот –la parola del nemico”, in edizione bilingue italiano-macedone, a cura di Julijana Velichkovska  e “Очи и звезда – Gli occhi e la stella” in traduzione serba. Ha tradotto De Weg del poeta fiammingo Germain Droogenbroodt, nel 2002. Sul numero 1/2004 de La Clessidra ha pubblicato una scelta di traduzioni del poeta palestinese Ibrahim Nasrallah. È sua la traduzione italiana nel volume Čiara horizontu di Juraj Kuniak, 2008. Fa parte del progetto Poem of the Week, per la traduzione e la diffusione della poesia contemporanea. Ha partecipato a festival di poesia internazionale in Macedonia, Cipro e Romania.