Il De senectute in versi di Tusiani

Recensione e scelta di poesie di Cosma Siani

Meraviglia e sconcerto ci prendono di fronte alla produzione in versi di Joseph Tusiani negli ultimi quattro anni. Meraviglia e sconcerto per le condizioni materiali in cui le poesie sono nate, per la loro voluminosità, e perché l’opera complessiva costringe a rivedere le nozioni sicure a cui ci affidavamo in merito all’autore Tusiani.

Ebbene, da quattro anni e più Joseph Tusiani scrive un De senectute tutto suo, in forma di poesie brevi o brevissime, a getto continuo, giorno dopo giorno. A tutt’oggi esse superano le millesettecento. E la meraviglia non sorge solo dal numero, bensì dal fatto che tale intensissima laboriosità si esplichi dopo i novanta anni, e soprattutto venga a seguito di episodi clinici che hanno visto l’Autore ricoverato in ospedale, prima per un ictus (termine su cui il poeta latinista ha giocato per proclamarsi invictus), poi per interventi chirurgici.

In entrambi i casi la mente non si è rilasciata né abbattuta, ma al contrario esaltata nella creatività (tanto da incuriosire lo stesso neurologo curante, a quanto pare). E così Tusiani ha dapprima colmato di pensieri in versi tutto un “quaderno rosso”, e più tardi scritto tenacemente fogli su fogli, pur con grafia faticosa e incerta (il tutto – corre obbligo dirlo – decifrato, trascritto e conservato dalla meticolosissima Marguerite Zappa).

La maggior parte delle composizioni sono redatte in italiano, segnando una vigorosa ripresa della lingua d’origine; per buona parte sono in inglese, in parte in latino, e qualcuna nel materno dialetto garganico — cioè le lingue che l’Autore ha sempre usato nella scrittura creativa.

È un profluvio multilingue che ha già dato luogo a raccolte in volume: A Clarion Call, sessantotto brani inglesi datati aprile 2014-ottobre 2015, è apparso a New York nel 2016 per la Bordighera Press, ad opera di Paolo Giordano e Anthony J. Tamburri; e a seguire, Lux vicit, a cura di Emilio Bandiera, collezione di poesie latine tra marzo 2014 e giugno 2017, pubblicate nel 2018 grazie all’Editore Levante di Bari. A riprova di una capacità, per così dire, alluvionale.

Non nuova, per la verità, nella carriera intellettuale di Tusiani. Giovanissimo, nel paesino d’origine, pur conducendo un’industriosa vita di studente lavoratore, ebbe l’energia di scrivere a mano in triplice copia un romanzo da inviare a un concorso letterario. In America, dal 1960 in poi, Tusiani è autore d’una sterminata serie di traduzioni di poesia italiana in versi inglesi, a dare un’idea delle quali basti menzionare tre antologie che restituiscono 113 poeti e 581 composizioni da San Francesco al futurismo, e nel 1998 la prima versione anglosassone dell’intero Morgante del Pulci.

A metà anni Ottanta Tusiani si imbarca in una impresa autobiografica che prende forma di racconto in prosa in tre volumi – quasi mille pagine – usciti a stampa fra il 1988 e il 1992 (e poi sfoltiti e ridotti a un solo volume per Bompiani nel 2016). Per non menzionare i copiosi carmina latina in tre consistenti tomi, e i versi nel suo dialetto garganico stipati un libro di quasi 1400 pagine.

Vocazione per il monumentale? Può essere, ma ci troviamo anzitutto di fronte a una incredibile capacità di lavoro, non scoraggiata o rallentata da dubbi o incertezze o esigenze di ricerca. Senonché i casi appena citati si riferiscono a lavori sul lungo periodo, realizzazioni di una vita, in buona parte condotti nel vigore degli anni.

Qui, come accennato, tutto è compresso in un periodo breve e in età ben avanzata. Non posso non pensare a un sonetto inedito del 1994, che l’Autore inviò a pochissimi amici, e che comincia “Orrore degli orrori: ho settant’anni”, scritto in epoca di ben diverso vigore, ma rispecchiante un ugual fondo di angoscia del tempo. E a proposito di inediti e di profusione scrittoria, se dovessimo mettere insieme le poesie che l’Autore ha inviato agli amici nel corso di una vita, e che sono rimaste inedite in custodia ai destinatari – a cominciare dai miei cassetti – otterremmo un ulteriore grosso volume, e aumenteremmo la meraviglia e lo sconcerto.

Dopo l’episodio di ictus nel febbraio 2014 qualcosa è scattata dentro. Alla naturale pulsione di scrittura si aggiunge un anelito irrefrenabile: scrivere, comporre, prepotentemente, per riappropriarsi del vivere. Appigliarsi alla vita in modo perfino esasperato, abbarbicarsi a una parola, un pensiero fuggevole, un ricordo, una persona, una nozione erudita, una data, uno stato d’animo, un episodio minimo della quotidianità confinata al salotto del proprio appartamento.

Non escluso il divertissement fonico, non solo in forma rime e rimalmezzo, ma anche di pura sonorità, come nella catena di suoni che l’Autore chiama “Versi nonsense”:

 

Nel centro delle cose sono eccentrico,

ma nella luce sono allucinato

o solamente illuminato? Svolgere

un tema o un teorema o un gran poema

vuol dire volgere a sinistra o a destra

la “S” di stupido o stupendo, stella

o stile o stucco di stabile statua?

(23 ottobre 2014)

 

Predominante nella sensibilità è l’impalpabile andare e tornare della luce, del buio, segnale dell’avvicendarsi dei giorni, indizio del tempo, vissuto fra le mura di casa, con l’ininterrotto concatenarsi di pensieri che provoca:

 

Filigranate effigi di mattini

appena apparsi sopra l’orizzonte

ed arabeschi di sere finite

in geometriche linee vere.

(“Madre Natura”, 28 marzo 2015)

 

Tarda la notte a farsi giorno e scindere

l’ultimo velo scuro

che all’intelletto impedisce d’intendere

un lume già sicuro,

il tremolare dell’alba già vivida

(“Tarda la notte”, 10 maggio 2015 )

 

Scelgo versi accattivanti, o che a me sembrano tali. E qui emerge un altro aspetto dello sconcerto. È lampante, quasi ovvio, che non tutte le composizioni possono essere allo stesso livello.

L’Autore medesimo si è sempre richiamato a simile idea. Lo riscontriamo, per esempio, rileggendo un suo lontano saggio critico sulla poesia dell’intimo amico Arturo Giovannitti (La Parola del Popolo, nov.-dic. 1978), e ricordando che quando si parlò di pubblicare le composizioni poetiche del bardo molisano, Tusiani aveva privilegiato soltanto una selezione di esse, che la fida compagna di Giovannitti, Florence, rigettò dicendo “O tutte o nessuna” (per inciso, furono pubblicate tutte, nel 1962, come Collected Poems). Similmente, quando lo scultore Onorio Ruotolo, fondatore di un circolo italoamericano nel cuore di New York, nei primi anni Cinquanta diede al giovane proselito Tusiani le proprie poesie da leggere in vista di una stampa, il “professorino” gli riportò una scelta severa della raccolta, con gran disappunto dello scultore.

Nel maremagno di questi versi recenti bisognerà andare dunque alla ricerca del migliore Tusiani. Ma qual è il migliore Tusiani?

Non si può prescindere da quanto ebbe a dire John Duffy della raccolta The Fifth Season (1964): “La prima caratteristica che si nota è un’apparenza esteriore lucida ed enigmatica, tipica di molta poesia contemporanea”. Appunto questa hard, shiny surface of obscurity è uno degli aspetti qualificanti della poesia di Tusiani, segnatamente inglese e italiana. Bisogna aggiungervi caratteri che il Duffy, osservando dalle pagine della rivista americana Spirit, non poteva discernere: l’amor sensuoso della parola di derivazione dannunziana, un’armonia ritmica di stampo pascoliano, l’adesione a moduli metrici tradizionali impressa dall’esempio carducciano.

La poesia recente (e antica) di Tusiani va ritagliata in questi spazi, considerando che ha sempre tenuto una postura appartata, lontana da formule modernistiche spinte, così come da una fattualità disincantata, la voluta “assenza di alone” elevata a poetica. E però quest’ultima sembra proprio quella che sgorga dalle prove recentissime. Se da un lato, in “Ars poetica minima”, dice “Non è per il mio stile / l’ardua voce contorta, / pensiero che s’inalbera / pennone altero su nave oceanica […]” (14 marzo 2015), dall’altro lato il bisogno pressante lo porta a configurarsi come oggetto d’espressione il fatto qualunque, appunto privo di alone, e semplicemente “detto”:

 

Digli che tutto qui va bene

ma gli conviene

comprarsi un soprabito

perché qui dove abito

il freddo già si sente,

(“Ciao”, 7 giugno 2018)

 

E così via in numerosi esempi. Ma al di là delle intenzioni del momento, l’impulso a comporre è sempre quello, ora come in passato, qualunque sia lo spunto: pensieri elevati, filosofia del vivere, o dettagli banali del quotidiano. Inoltre, è sostanzialmente vero che Tusiani non vuole separare dalla propria espressione il sentimento, e potremmo dire talvolta sentimentalismo, perché a questo attribuisce prevalenza tra le funzioni psichiche; e ciò facendo riesce anche a risultati convincenti.

Infatti, sentimento e nostalgia – è stato detto – diventano per lui una risorsa. E lo sono nella misura in cui questi suoi moti interiori si atteggiano, diremmo, a stendhaliani souvenirs d’égotisme. È un’accezione di egotismo che il Larousse così chiarisce: “Termine impiegato da Stendhal per indicare lo studio analitico della propria individualità fatto da uno scrittore”. Del resto, nel primo capitolo dei suoi Ricordi di egotismo, seppur con diversa tempra, Stendhal s’interrogava – come tante volte il nostro Autore – dicendo “Che uomo sono? Ho buon senso? Buon senso con profondità? Ho un ingegno notevole? […] i miei giudizi variano come il mio umore”. Senza scordarci che Gramsci di tanto ripiegamento su se stesso asseriva: “L’egotismo stendhaliano aspira alla grandezza, […] alle straordinarie passioni”. Nulla di più congruente per descrivere l’attuale caparbio esercizio che abbiamo di fronte, la pertinacia dei versi pensati, inseguiti, costruiti, buttati giù e talora lasciati lì irrisolti.

In simili disposizioni materiali e psichiche, quando le componenti contenutistiche, emotive, formali sgorgano armonizzate, troviamo brani compiuti ed esiti suggestivi. Un esempio è nei versi dell’aprile 2017 dedicati al ricordo di Sebastiano, l’amico di lunga data che nei ritorni di Joseph in Gargano se lo scarrozzava in auto per il paese e dintorni:

 

Placidi passano i tuoi compleanni

in un tempo che tempo più non è,

e forse se ne accorgono le stelle

che battono le luci solo a te.

Un modo ci deve essere lassù

per ornar di coriandoli festivi

gli angoli più riposti del creato

e farli tutti più splendenti e vivi.

E tu tranquillo in cielo te ne stai

come se fossi sulla terra ancora.

Così felice non ti ho visto mai

come ti vedo ora.

 

(“A Sebastiano otto anni dopo”)

 

Uno dei brani felici, per il temperato intreccio di ricordo e sentimento, completa armonia ritmica, fusione di pensieri e immagini, e l’apparente, suasiva sconnessione fra blocchi di immagini (“Placidi passano…”, “Un modo ci deve essere…”, “E tu tranquillo…”), riconnesse nella generale atmosfera melodica e affettiva.

Quest’ultimo carattere del brano tende appunto a quella “apparenza esteriore lucida ed enigmatica”, che sulla scorta del Duffy abbiamo presentato come carattere qualificante del migliore Tusiani italiano e inglese (e in parte latino). Dove questa enigmaticità è più spinta, fino a sfiorare il cerebralismo, Tusiani attinge la sua maniera espressiva compiuta, che assorbe i caratteri appena messi in evidenza, e li traveste di una forma ritmica smagliante.

Offriamo qui di seguito una campionatura minima di alcuni brani fra i più più recenti, dove le caratteristiche dette fanno capolino o emergono chiare.

 

Preludi

Brilleranno per me gli anni latenti

e saran giorni pieni quelli che ora

giungono a me come preludi dolci

di sinfonie possenti. Non ancora

vedo sul podio il maestro acutissimo

che mi farà scoprire note nuove

miste alle antiche che già sento fremere

in me e per me solo. Chissà dove

mi condurranno questi fiochi e forti

preludi, ovvero inizi ad ore prossime,

a giornate di fuoco per me acceso

e dolcemente in me spento col sole.

(20 aprile 2018)

 

Celestial Boon

Oh for a bit of sun in prairie clouds,

to follow then the light preceding me,

not knowing which is light and which is me

in all that transience of rag and ray

of earth and heaven split and mended soon

like this celestial boon.

(20 gennaio 2018)

 

Dono celeste

Oh, un raggio nella stesa delle nubi,

e seguire una luce avanti a me,

col dubbio quale è luce e quale è me

in un tanto fugace grigio e raggio

di terra e cielo scissi e ricomposti

come celeste omaggio.

(Trad. Cosma Siani)

 

Ultima pagina

Alba remane, ultima pagina,

Et candida esto

Pro me et omnibus

Qui volunt media aestate

Pastores canentes

Oves belantes

Et angelos sonantes

Instrumenta caelestia.

Ultima pagina, candida remane,

Esto nix, esto pax,

Esto quod numquam ero

Sed esse volo,

Verum de vero.

(3 giugno 2018)

 

Ultima pagina

Bianca rimani, ultima pagina,
e candida sii
per me e per tutti
quelli che vogliono, giunta l’estate,
pastori  che cantano
pecore che belano
e angeli che suonano
strumenti celesti.
Ultima pagina, candida resta,
sii neve, sii pace,
sii tutto ciò che mai sarò

ma voglio essere,

nient’altro che verità.

(Trad. Sergio D’Amaro)

Cosma Siani