Gli Avanzi di Vincenzo Luciani

Recensione di Maria Pia Santangeli

 

Mi è familiare la voce di Vincenzo Luciani, la sua musica cantata sottovoce, fatta di malinconia e d’ironia, che un po’ fa male e un po’ consola. Ci sono le nuvole in quella voce: io di vento e di nuvole son fatto (Ji de vente e de nùvele so’ fatte), che ho imparato a conoscere dalla precedente raccolta Sttraloche/Traslochi e ora ritrovo in Vanzature/Avanzi.

In tutte e due le raccolte una forma di duplice ironia è già nei titoli: i Traslochi sono due e camminano pari passo, il cambiamento di casa e l’addio definitivo. Ora, con una strizzatina d’occhi ,Vincenzo Luciani  ci propina  certi Avanzi, come a dire: sono piccole cose. Ma poi subito dopo nel sottotitolo si contraddice: A volte sono il meglio /gli avanzi. Sì, sì, / gli avanzi (Vote so’ i megghje cunte / i vanzature. Scine, / i vanzature).

All’improvviso arrivano in casa due amici: è un giorno in cui sulla tavola non ci sono che gli avanzi del giorno di festa, ottimi avanzi, che non fanno gran figura sul vassoio, ma saporosi al punto giusto. La tavola è apparecchiata in cucina con piatti scompagnati come si usa in famiglia. Il forte vino pugliese non manca. Suona il campanello, la sorpresa di volti non frequentati da tempo. Poi durante il pranzo le parole, il calore della compagnia è come il nettare degli dei. Ci si trattiene a lungo a ricordare amici comuni scomparsi, si apre la scatola delle fotografie e prende la malinconia del ricordo – tante le dediche a chi non c’è più: mi viene da piangere / da non fermarmi più / e da ridere, ridere da schiattare (me vene da chiagne / che nun me ferme cchiù / e da ride, ride da sckattà…).

Negli avanzi poetici di Luciani c’è tutto questo. Chi è invitato a leggere ascolta le sue parole come se fosse alla sua tavola. Da tutta la raccolta traspira il calore dell’amicizia, dell’incontro vero. Il pane e il vino e le risate degli amici sinceri.

Penso alle schubertiadi, al piacere dello stare insieme, al calore della musica conviviale di quelle serate viennesi. Certamente più leggere e spensierate di Avanzi.

In questa raccolta la presenza del tempo che tutto consuma è costante:

Niente ha più il sapore di prima (…)

Ho rallentato la corsa. Anzi cammino. / E il passo si è fatto più corto, più cauto (…)

Speriamo rallenti / la corsa/ del tempo.

E anche la parola morte appare più volte, a differenza che in Traslochi dove è detta sotto metafora “il cammino noto-ignoto”. Qui invece Luciani ha il coraggio di nominare  più volte lo strappo della morte con il suo preciso nome:

E la morte continua il suo sporco lavoro (…)

E quanti, quanti sono morti, / foglie ingiallite / in un libro, / che è meglio lasciare là. (…)

Antonio Valicenti è morto l’altro / ieri. Vive nella poesia.

Ma sempre tornano gli affetti, l’amicizia che sembrano essere per Luciani una delle poche consolazioni della vita. In tutta la raccolta la poesia resta in bilico fra il pianto e il riso, la nostalgia di un passato irripetibile: Ridono gli occhi tuoi, Maria. / Come vorrei (che tu pure lo vuoi) / tornare alla stalla / a giocare / a marite e mugghjere / a mèdeche e malate. // La tua voce mi raschia tutto il miele / rimasto dentro, / compagna dei miei giochi / perduta / mai avuta.

E il bene del presente: le foto dei nipoti in ostensione su smartphone

I volti, i gesti, le voci del padre, della madre, dello zio, del nonno, del fratello Antonio bambino, sono ricordi irrinunciabili. Poesie fra le più compiute, di una nostalgia pacata, rivissuta nei minuti gesti quotidiani: lo zio Nardino dagli occhi pungenti color verde cervone che preparava l’insalata mista in una foglia di zucca e la distribuiva ai parenti. E Parlava con le piante, con i semi, gli uccelli, il sole, la luna, le stelle, l’acqua della Pescara.

E il nonno dai passi strascicati e il folle vicino di casa che cercava di convincerlo ad andare con lui sulla luna perché lassù ci stava / tantissima bambagia / così da non romperci l’osso del collo / al termine del volo (ce steve / tanta, tanta, ma tanta vammacella / che nun ce avèsseme scapuccià /dope u vole).

Il tempo nel suo incessante cammino ha tutto trasformato, cancellato: Tratturo / ripido / e deserto / del Galluccio, sorgiva / Tratturo / dell’infanzia. / In tutto il cammino / nessuno / nessuno. / Solo una verde / cicala su uno stelo. / Sbriciolata e dispersa / nel tratturo / ho una spiga: / in bocca il sapore / del grano. // Non ho paura della serpe nera.

Resistono allo sgretolio la luna, l’alba il cielo, il mare e – nella speranza – la poesia: Vincenzo è morto. / È viva la poesia. / Se la sua vale / Troverà la via.

 

 

Maria Pia Santangeli