Fabrizio Cavallaro. Il martellare sordo de “L’assedio”

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli
Una testualità nuda, questa di Fabrizio Cavallaro ne L’assedio (Novecento Edizioni 2016), versi che cristallizzano situazioni di sofferenza dell’anima (in cassa integrazione) e del corpo, duplice laccio stretto intorno a consapevoli incongruenze, contraddizioni, e necessarie e più sublimi bugiarderìe per non pagare lo scotto dell’autenticità con un’ansia in più, per difendersi dalla brevità dei sentimenti, perché non c’è varco di salvezza, nessuna via di fuga dal proprio io, tanto più quando è così evidente, radicato nel profondo, il legame simbiotico tra assediante e assediato. Se in prefazione Ignazio Gori pone in risalto l’aspetto intimo-confessionale di un “perdente” a priori, che non può recitare, andare più in basso dell’essere se stesso. (…) di una strana smania estetica, grazie alla quale i vizi divengono “solidali all’anima”, “felici disimpegni” da un quotidiano opprimente, d’altra parte sembra che Fabrizio Cavallaro, sebbene immerso nel suo sistema personale privo di senso di colpa, anzi, sembra combattere strenuamente l’integrazione e la disintegrazione di un Bene relativo, cerchi una forma di benignità funzionale alla sopravvivenza, una ratio per uscire dalla recitazione, dall’infingimento, da una solitudine tragica: non entra voce dalla finestra,/perché dal fuori, da quel deserto/che vedo al di là dei vetri, /(…)/non accede neppure un latrato.

 Certo la tematica qui proposta, la scrittura netta che enuncia con franchezza le ferite, le disillusioni e le amarezze in forma di confessione non è solo la fredda analisi d’una data condizione soggettiva; non si può del tutto escludere un tentativo di purificazione, di superamento delle passioni umane attraverso l’arte poetica, tanto serrato è il confronto e lo scontro dialettico tra la prima e la seconda persona, l’io/tu coincidente, soggetto speculare, riflessivo. Così a fondo si immerge la coscienza che le riflessioni e le dichiarazioni lapidarie sono rivelatrici di un malessere cresciuto su se stesso (un pomeriggio scarno/incista il sole le sue rapide/ la stagione si colma/di inascoltate offese) e forse irrisolvibile, tanto più quando persino l’amore distoglie gli occhi, e la passione amorosa è alacre divoratrice, insetto che sugge il nettare /dalla corolla vitale … … svuota la vita, la casa come un ufficiale giudiziario. Dilaga nella maggior parte dei testi un grido di allarme, un sentore di pericolo ma per superare il rischio paventato, uscire dalla strettoia dell’emergenza il poeta si affida a una magra recitazione anche quando l’alternativa è illusoria, incerta, dubitativa: Forse il fondo di questa/penuria esistenziale/è accostare eccessi/simulando massime aperture.

Nascondersi, diventare maestri di simulazione non assolve né condanna l’osservatore severo del proprio io, dell’uomo che prende atto delle contraddizioni proprie e altrui: Ho pagato in testarda solitudine/il voto di superbia illiberale/con cui ti ho lasciato andare. Nessuno è del tutto innocente, perché per ciascuno di noi arriva il tempo di sentire l’assedio di quel martellare sordo/e subdolo, si direbbe a fine dei conteggi.
Il poeta non si concede indulgenze né pentimenti, semplicemente esprime l’inadeguatezza alla vita scrivendo il diario degli errori umani come un bambino che della vita ha paura, un bambino che non sa/liberarsi dai mostri dell’insonnia e della veglia; sembrerebbe un bilancio in negativo, ma esiste un Bene, un bene inalienabile, intenso, intoccabile. Nei versi dedicati a due figure femminili a lui vicine: una racchiusa nel ricordo, la nonna (le tue risate silenziose/mentre ballavi seduta/o cucivi i tuoi sogni indocili/dando l’accelerazione/col dolce scatto della mano/alla tua Singer); l’altra è la madre, assidua presenza d’amore autentico e gratuito.

A quest’ultima il poeta dedica versi commossi, colmi di ammirazione e gratitudine; della madre coglie con gli occhi i momenti più lievi e preziosi, la saggezza di vita che essa esprime nell’operosità quotidiana, la sensazione di pace e sicurezza che emana da ogni piccolo gesto: in un cortile di fogliame/assolato/imbrinato da un pietoso venticello, lei paziente o assorta e brava a intrecciare, intersecare/idonei sentimenti/per tirare avanti.

Fabrizio Cavallaro, studioso dell’opera di Pier Paolo Pasolini, curatore di numerose antologie poetiche, è nato nel 1967 a Catania, dove vive e lavora. Ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra cui Latin lover (edizioni Prova d’Autore, 2002, prefazione di Attilio Lolini) e Poesie d’amore per Clark Kent (Lietocollelibri 2004). È autore di testi teatrali in versi, tra cui Salomè (con note di Francesco Scarabicchi, Renzo Paris) e curatore, nel 2006, della raccolta di tributi a Dario Bellezza dal titolo L’arcano fascino dell’amore tradito (Giulio Perrone Editore). Ha curato, insieme ad Alessandro Fo, l’antologia poetica omaggio a Marilyn Monroe Umana, troppo umana (Aragno editore, 2016).

Maria Gabriella Canfarelli

Pubblicato 3 maggio 2017