Evandro Marcolongo ed Antonio Di Jorio, due padri della canzone abruzzese

Evandro Marcolongo era il poeta, il musicista Antonio Di Jorio, entrambi atessani, amicissimi per la pelle, nonostante che il primo, essendo nato nel 1874, fosse più anziano del secondo, classe 1890.

Il loro era un rapporto improntato ad una schiettezza senza riserve, talora piuttosto rude da parte di Antonio, spesso bonariamente canzonatoria da parte di Evandro, ma sempre fraterna nei momenti difficili. Di Jorio aveva atteggiamenti piuttosto imperiosi e sbrigativi con l’amico, come quando, ad esempio, nel 1920 gli scriveva: “Carissimo Evandro, la nostra banda aspetta il tuo interessamento perché possa venire a suonare alla festa di San Tommaso. Quindi all’opera e presto. Attendo riscontro. Saluti cari”, ma era, poi, la stessa persona che, in un altro momento, così gli confidava: “Tu solo, mio ottimo paesano, mio amico d’infanzia e di giovinezza, caro collaboratore e figlio della mia stessa terra, tu solo mi porti quel conforto e quell’orgoglio per sollevare il mio spirito”. E gli ricordava compiaciuto che loro due erano stati tra gl’ideatori ed i primi organizzatori delle Maggiolate Ortonesi. Al che don Evandro rispondeva con un sonetto in dialetto, secondo una moda invalsa a quel tempo, in cui primeggiava la versatile vena di Cesare De Titta che inondava gli amici con le sue famose cartoline:                          

                                 Lu mastre me’, pe quante se ne cante,

                                 pe sse vallate nustre, di canzune

                                 gnè le tu’ bbielle, nne le fa nisciune.

                                 Se n’aretè lu pòpele, e t’avante.

 

                                 Ca tu sci messe mmocche a li cafune

                                 note di gioje e picundrie di piante

                                 che ci l’aveme ’n sene tutte quante

                                 ma l’aretrove sole li mastrune.

 

                                 Ca tu sci une che se n’arentenne…

                                 Ca le canzune nen po’ sci da fore

                                 se nne je dà la luce l’Arta fine,

 

                                 e se lu genie nne je dà le scenne

                                 nen po’ vulà gnè la “Vuccuccia d’ore”

                                 e gnè “La ciardiniere” e “Caruline”.

 

Nutrivano una grande stima l’uno per l’altro e proprio per questo si dicevano quel che avevano in animo, senza reticenze. Per esempio, chiudendo una lettera in cui raccomandava a don Evandro di attenersi ad una certa tematica e a certi metri, così chiosava il compositore: «Lascio ora la tua fantasia volare come sempre verso quelle sfere alte che solo tu conosci. Certamente se mi fossi trovato vicino a te, avremmo fatto tutto in due ore come quell’aprile che vide nascere in un’alba vicino al mare la inobliataGiuvì”».

Il musicista spediva ad Ortona la musica per mandolino (o per altro strumento in do) e su quella sola traccia il bravo parroco doveva fornire i versi. Quando poi accadeva il contrario, Antonio – stando almeno a quanto ci risulta – era piuttosto restio ad accontentare l’amico. Una ragione c’era e la diremo tra poco.

Fatto sì è, però, che don Evandro se ne angustiava.

Di Jorio era molto esigente, per nulla accomodante. Segnalava meticolosamente al suo conterraneo le configurazioni metriche desiderate e non ammetteva deroghe. Ma sentiamo direttamente le sue parole:

«Volevo fare qualcosa di sentimentale ma ho pensato che molti invieranno le solite “gnorgnie  sul tipo delle mie vecchie canzoni, e perciò ho voluto ricalcare la vecchia strada dell’allegria. La canzone che vorrei dovrebbe essere spiritosa, tipo Serenata spassosa o Serenata stunate. Questa nuova non è una serenata ma una disputa tra marito e moglie. Una specie di duettino che, dovrebbe poi, nell’esecuzione, essere cantata tra i due cori di donne e di uomini.

Il soggetto che ho scelto è di attualità: rialzo dei prezzi. Marito e moglie che discutono come devono fare per andare avanti mentre tutto cresce. È questo “cresce” che, io ripeto, dev’essere rispettato perché nella musica ci sarà il crescendo cosiddetto rossiniano.

Senti intanto una parte che ho buttato io giù alla meglio.

Ti raccomando di rispettare gli accenti, le sillabe e i punti e virgola che servono di fermate o chiuse musicali. Leggi attentamente».

E a questo punto gli proponeva a modello un suo testo posticcio su cui il poeta avrebbe dovuto ricalcare quello definitivo, e accanto ad ogni verso segnava pedantemente la definizione del metro (endecasillabo tronco, ottonario tronco, ternario, ecc.) come se Marcolongo fosse un ignaro scolaretto e non, piuttosto, quell’agile, disinvolto e creativo maestro di ritmi poetici, come dimostra l’intera sua opera. E lo scolaretto ubbidiente eseguiva. In questo caso quel che ne venne fuori fu la canzone Borza nere, presentata nella Maggiolata del 1947.

 

                                 Già la misate è sparite, Marì?

                                 Ddu quindicine già ’nfume accuscì!

                                 Ma tu a stu mode mi mienne a rrubbà.

                                 Pòver’a mmé gn’aja fa.

 

A sua volta don Evandro, quando aveva qualche peso sullo stomaco, non se lo teneva e adottava un simpatico artificio per svuotare il sacco e cantargliele quattro all’amico: fingeva di scrivere al Maestro Di Jorio per lamentarsi delle malefatte del bandista Antonio (Bandisti, genta triste! come nella Serenata spassose). Oppure viceversa. In effetti il parroco di San Tommaso ebbe più volte a lamentarsi del fatto che alcuni suoi testi non fossero stati musicati.

Un momento cruciale nel rapporto amicale tra i due artisti si ebbe tra il ’48 e il ’50, quando cioè Di Jorio, rinunciando alla versione che gli aveva spedita don Evandro, si scrisse da solo i versi di Paése mé’. Ed ecco come se ne lamentò il poeta:

 

                                                                              Care Bandiste,

mi’ vute accarezzà nghi na Messe di 500 lire a màmmete bon’alme. Mbe! Per l’amore di chela bon’alme l’haie ditte la Messe stamatine.

Mah! Areguarde a lu Mastre c’aje da dì? Ca fin’a lu trionfe sé nghi “Paese mé” a l’Atesse, j nci cridé ca lu mastre è pure puete.

Mo scine; ma j m’arecorde d’averte mannate, du’ anne arrete quase, la canzunette “Ciccì” su schema di lu mastre. Mo arimànnemele chela canzunette ca ja ‘vesse da succede com’a “Paese me”, chi l’aja ‘vute fa musecà da n’atre.

Accuscì! Siccoma mi stinghe a preparà a ‘na bbona e ssanta morte, tramente salute l’illustre Mastre e puete de la rigiona nostre d’Abruzze.                                                                                      

Ed ecco la risposta del musicista.

 

                                                                   Forlimpopoli, 13.3.1950

Caro Evandro,

[…] Quest’anno volevo riposarmi ma gli amici di Ortona hanno voluto che prendessi la direzione artistica della “Maggiolata” alla quale non ho potuto rinunciare per il buon nome della nostra festa. Mi hanno chiesto pure una canzone ed ho inviato “Ciccì” che avrei voluto presentare in collaborazione tua se tu non avessi fatto tanto chiasso l’anno scorso per “Paese me”. Io non mi sono mai sognato di essere poeta e non tengo ad esserlo; ma quando devo scrivere canzoni desidero che il poeta mi segua sia nel soggetto sia nella forma. Tu che hai collaborato con me ed hai potuto constatare i successi, non avresti dovuto impuntarti quando ti presentai lo schema di “Paese mé”. Oggi si musica pure la prosa e quindi il metro può essere variato ad ogni verso. “Ciccì”, come vedrai quando sarà pubblicato, conserva lo schema che t’inviai e che tu non hai saputo riprodurre perfettamente per sposarlo bene con la musica. Non te ne faccio un torto perché conosco bene le difficoltà che si incontrano da parte del poeta per creare versi aderenti perfettamente alla musica. Se io avessi potuto vederti per mezz’ora e farti le mie osservazioni, avresti potuto dare il capolavoro. I miei versi non sono eccellenti ma per una canzone allegra passano. Se tu non intendi collaborare più con me è un conto ma se ti torna la frega di riapparire al mio braccio, il tuo vecchio amico sarà sempre felice.

[…] A metà aprile ci rivedremo e parleremo delle nostre cose. T’abbraccio. Tuo Totò.

P.S. Ti accludo la copia della tua “Ciccì”.

 

Da quel momento la collaborazione tra i due andò sempre più deteriorandosi. Vediamo di capirne i motivi profondi e le conseguenti incomprensioni.

La vena poetica di Marcolongo era incline al sentimento elegiaco e al decoro del verso classicheggiante. La poetica musicale del compositore, invece, era orientata preferibilmente verso un realismo estroso e brillante. Rivelatrici, ad esempio, le parole con cui accompagnava la proposta di una sua nuova canzone: «È inutile che ti descriva la mancanza di ogni sentimento delicato da parte della musica. Tu, sentendola, ti capaciterai che i versi non devono far piangere di commozione ma di riso. Quindi scrivi una canzone a dispetto o un malanno qualsiasi purché non parli di amore o di “ciele ncantate” e simili sdolcinature. Da te voglio il brillante perché Illuminati mi darà il patetico e il compare De Titta l’eroico».

C’è, inoltre, il fatto che gradualmente l’arte di Di Jorio andò sempre più evolvendosi verso una forma che, abbandonando i procedimenti ritmici, piuttosto monotoni, basati sull’ invarianza sillabica dei versi (si veda la pur bella Vuccuccia d’ore), si dedicò alla dinamica imprevedibilità del verso libero (vedi La bbande di Zi’ Nicò). Perché, infatti, ogni buon musicista aborre di far seguire ad un inciso, ad una semifrase, ad una frase, invariabilmente risposte con analoghe configurazioni ritmico-melodiche (che in gergo musicale si chiamano “risposte affermative”). Ma don Evandro musicista non era e non si può dargli torto se, pur assecondando più volte i desideri del compositore, il suo temperamento poetico tendeva ad affermare le ragioni della propria arte: sicché, per capire in pieno il dissenso tra i due, basta mettere a confronto le due canzoni recanti lo stesso titolo di Paese mé’, l’una di Di Jorio e l’altra di Marcolongo. Alla lunga tale dissidio artistico portò inevitabilmente alla fine di quella preziosa collaborazione: che si ebbe quando Evandro chiese ad Antonio di comporre un notturno sinfonico musicando il sonetto L’ore di notte. Leggiamolo:

 

                                 Ha fatte scure. Sone la campane

                                 “l’ore di notte”. Pare ca s’arrune

                                 ’nsacce quante alme sante, piane piane,

                                 a piagne nghi le stelle e nghi la lune.

 

                                 Passe ‘nsulenzie chilu piante arcane

                                 rentunenne pi cculle e pi vallune;

                                 pare ca s’avvicine e ss’alluntane.

                                 Lu core mé si mette nginucchiune.

 

                                 Ogne rentocche vé nghi passïone

                                 a recurdà chi m’ha vulute bene

                                 e m’ha ditte pi sempre: “Statte bbone”.

 

                                 Tutte a stu monne ha da menì la fine;

                                 ma doppe l’ore di notte, ècchete, appene

                                 arbe e nne arbe, sone mattutine.

 

Da Rimini Di Jorio così rispose, il 30 luglio 1957:

 

Caro Evandro, la tua poesia è “divina”. L’ho letta e riletta più volte e l’ho fatta anche leggere. Però non te la posso musicare perché essa non si presta a tale scopo. Le note la priverebbero, forse, della sua naturale musicalità. Del resto adesso io starò un pezzo senza comporre.

Tanti cari affettuosi saluti con un abbraccio”.

Il musicista aveva ragione da vendere. Ma il poeta se l’ebbe a male, non rendendosi conto di aver ricevuto il più bell’apprezzamento che si possa fare di una poesia. E freddamente così rispose da Ortona il 1° agosto 1957:

 

Illustre, dacché mi fa sapere che non compone più, Vostra Signoria si degni di rimandarmi per cortesia quello che si ha di mio. Tutto in assegno, anche il fastidio per il compenso e… grazie”.

 

Un paio di anni dopo Evandro Marcolongo si spense.

La riflessione qual è a questo punto? Certamente l’arte ha illimitate possibilità di inventiva e di sviluppo e, dunque, in linea di principio è ipotizzabile una perfetta fusione di poesia e musica. Nella pratica, però, questo risultato è di rado raggiungibile perché, oggettivamente, musica e poesia, benché sorelle, hanno statuti diversi. Per cui è giocoforza che una delle due si pieghi alle esigenze dell’altra. Quando è la poesia che fa da ancella alla musica, convenzionalmente non si parla più di poesia ma di testo, non più di versi ma di parole. Pensate a quel che avviene nel melodramma: bellissime musiche che sovrastano frasi scialbe, talora persino un po’ risibili. E quando è la musica che fa da sgabello alla poesia, allora il rischio è quello della monotonia formale.

Dunque, la querelle che intercorse tra Evandro ed Antonio non ci deve meravigliare più di tanto: emblematicamente essa è destinata a ripetersi e c’è da sperare che venga superata dalla pazienza degli artisti nella ricerca di un equilibrato compromesso.

Perciò, quali che siano state le incomprensioni e le umane debolezze dei due grandi atessani, non possiamo che esser grati per il dono che ci hanno fatto di tanta bellezza.

Di Jorio seguitò a comporre fino al 1981, quando morì a Forlimpopoli il 12 dicembre.

Un doveroso ringraziamento alla Prof.ssa Maria Pia Alleva che, mettendomi a disposizione i documenti del suo archivio privato, ha reso possibile l’estensione di questa mia nota.

Nicola Fiorentino

 

pubblicato il 4 agosto 2018