Era il 12 dicembre 1969, a Piazza Fontana, Milano

Nota di lettura di Maria Gabriella Canfarelli

 

Poeti del secondo Novecento e poeti contemporanei, molte voci e un solo filo rosso, di passione, di sangue delle vittime d’una guerra occulta, innocenti sacrificati al disegno stragista negli anni più bui della Storia italiana. Se essere poeta equivale a essere voce altra, ben distinta dalla cacofonia del presente, se lo scrittore in versi interroga, da buon intellettuale, i fatti oscuri del nostro recente passato, scriverne è imperativo etico ineludibile, è soprattutto volontà di ricerca. Un impegno stimolante che il poeta Angelo Gaccione, curatore dell’antologia “Piazza Fontana – La strage e Pinelli: la poesia non dimentica” (Interlinea, 2023, con una tavola di Dario Fo) assume in pieno, per restituire al presente la storia dei morti per strage e la storia di Giuseppe Pinelli, l’anarchico ingiustamente accusato di essere stato l’esecutore di un piano sovversivo destabilizzante la prima Repubblica.

Un’apocalisse, anzi l’Apocalisse, la fine dei tempi; preceduta da una nota del curatore, la raccolta antologica s’apre con i versi di Pier Paolo Pasolini nelle vesti di Giovanni apostolo a  Patmos, con la Parola profetica del Nuovo Testamento; il poeta chiama a uno a uno i morti nomi e corpi dilaniati di chi quel giorno era dentro o fuori la Banca Nazionale  dell’Agricoltura; chiama in causa il Potere e le sue figure/entro cui comodamente sostituire al logos il nulla;  e la  politica, i neo-fascisti, il governo, la “Porta Stretta “ della Storia, in una sorta di sovrapposizione tra visione giovannea e  realtà della morte d’ogni uomo chiamato all’appello, e la risposta è Presente!

Nei versi di Giovanni Raboni, scritti giorni dopo l’assassinio dell’anarchico ed ex combattente partigiano Pinelli, avanzano figure del passato, d’altri luoghi, la loro storia intrecciata al ricordo cogente delle vittime “ancora/ con orti vigneti negli occhi, cambiali scadute, /le morde una morte/contadina, una miccia/ballerina frenetica”. Perché della strage fu accusato, ingiustamente arrestato Pinelli? Pare di vederlo, il suo corpo, cadere dalla finestra della questura, continuare a cadere dal quarto piano/ d’ogni edificio italiano ogni giorno (Julian Beck), e i tanti perché sono una sola domanda bruciante, un Sempre, sempre, /come una nenia, interrogativo iterato, pungolo per chi sa e non dà la vera risposta (Pietro Valpreda); al contrario, seguono e seguono Anni di silenzio/di vigliacche spinte/menzogne a oltranza/verità giuridiche dipinte, scrive Olmo Losca.

Dalle pagine dell’antologia emerge con vigore il contrasto tra il nero della menzogna e la luce d’una verità che non è stata detta, e allora altre domande urgono, bussano all’intelletto e al cuore di Umberto Fiori: Da quanti, quanti anni/nuotiamo nel mistero come muggini/dentro la rete? Di quel giorno oscurato dalla nebbia calata; da quel giorno i poeti cercano la verità che rompe tutti i silenzi, che renda giustizia a un corpo sfracellato inadatto al volo, /senz’ali davanti a un mondo corrotto, scrive Zaccaria Gallo; verità negata nell’asciutta poesia- metafora sartoriale di Valentina Neri: bugie taglienti come forbici dentate/ per consegnare una realtà vituperata. Così l’innocente è stato ucciso infinite volte, scrive Alberto Figliolia, con l’infamia, /con l’ignominia, con la menzogna, con il mercimonio delle parole, con gli omissis dei quali è portavoce anche Renato Pennisi nell’interrogativo incipitario rivolto a tutti e alla Storia che cambia direzione, per concludere infine che La mano che ha accompagnato/ questa morte/è la stessa che nega la sua esistenza. Asciutti, icastici versi di indignato sgomento, parola in cerca di verità nascoste, parola poetica e politica e civile che in tutte le pagine dell’antologia ritroviamo quale segno di devozione per ogni uomo innocente. Così nei versi di Guido Oldani: allora non sapevo che la storia, /della gente che è semplice per bene, ne fa macelleria per intortarci. Finzione, raggiro, depistaggio, morte della verità: che fu artatamente costruita, propalata dai media, dai quotidiani con titoli a carattere cubitali: Il mostro anarchico/ sbattuto in prima pagina/così vogliono/questo vogliono (Annitta Di Mineo); e Claudia Pinelli: capro espiatorio/ su cui gettare la gogna mediatica/ odio/per avallare/e poi: te la sei cercata, /sbagliate le scelte, la vita; ancora la cronaca, l’esposizione dei fatti cruenti, inumani riportati senza accenti sentimentali/nel vocabolario/che meglio narrava il tritolo al telegiornale, e poi: Milano non c’entra niente /(…)/(…)/ non butta gli anarchici dalla finestra (Angelo Sposato) e allora, forse, i quotidiani sono solo l’incarto del giorno dopo, quando in un’ alba nebbiosa escono di casa i pendolari per recarsi al lavoro con  l’odore di vecchi panni/ e di frittata avvolta nel foglio/dell’Unità di ieri (Vincenzo Guarracino).

Non soltanto testimonianze poetiche tra ricordo e omaggio, ché il volume è ricco d’altri apporti. Si legga nella presentazione di Angelo Gaccione il percorso di studio e ricerca che ha fatto nascere questo libro; si legga, del magistrato Guido Salvini, il ritratto umanissimo dell’uomo Pinelli, giovane “staffetta partigiana”, “profondamente contrario alla violenza come metodo di lotta politica e di emancipazione”, prigioniero per “77 ore (…) “in questura, senza potere parlare con un avvocato difensore e senza potere vedere i suoi familiari”; il quale magistrato Salvini, alcune pagine dopo, analizza i pretesti per “incastrare” l’accusato quale responsabile d’altre stragi; scrive che del tutto mancò “una seria perizia autoptica (…) necessaria per comprendere la dinamica della morte”, perizia “disposta quasi 2 anni dopo il dicembre 1969”, troppo tardi, “nessun risultato”. Certo è che non c’è libertà senza verità. Di Pinelli, spezzata brutalmente la vita, è chiuso lo stipetto con dentro un mondo pieno di ricordi/fatto di lotte ardenti e appassionato/ verso la vita (…)/ i suoi scritti, i suoi pensieri, scrive Adriano Bosi, e la foto della moglie e delle sue bambine. Testimonia Angelo Taioli il momento dell’arresto in un pomeriggio nebbioso: Pedalavi /senza fretta, in tasca lo stipendio / di dicembre, negli occhi i regali alle tue donne; è a tutti gli effetti la descrizione di un agguato cui fa da eco il senso di sgomento, di impotenza di Graziella Tonon: Certe giornate pesano sul cuore/come massi sull’erba./Altre volte lo schiacciano/come un uccellino finito sotto un Tir; ché il Potere esercitato su chi potere non ha è una pressa sulle membra,/ma non si rompe il velo delle stragi,/ l’omertà è una croce che ti segna (Angelo Puma),  e alle trame occulte stragiste bisogna opporre la resistenza della memoria e dolore/Porta sempre nel cuore// Nera strage di Stato!,  versi di Giuseppe Natale per le vittime degli attentati che hanno insanguinato per oltre un trentennio la storia italiana. Bombe, ordigni, Una fiammata breve/uno scoppio lancinante/un aspro odor di zolfo…//Dove prima era la vita/or c’è la morte (Ivan Guerrini), e sangue, tanto sangue, presenza abbondante contrapposta alla conclamata assenza di giustizia, j’accuse che ogni voce reitera e rivolge al Belpaese guasto (…)/  servo, ora svenduto/paludi immense di corruzione/(…)/(…)/basi Nato, stragi di Stato/(…)/ altre piazze/treni stazioni musei (Maria Carla Baroni);  ché il sangue sparso è abbondante, scrive Nicolino Longo, ancora oggi mescolato a ingiustizia e pianto; ed è, nelle parole di Cataldo Russo, fiume vermiglio/inondò le strade/di Milano e si riversò/nei navigli immoti, orribile fiume che ancora ci interroga anche se (in  apparenza) scorre senza fare rumore, nella poesia di Giancarlo Consonni, e Da quel 15 dicembre/ non smette di scorrere. Non è soltanto nelle rime alternate di Giovanni Canzoneri che troviamo l’esplicito riferimento alle ore e ore di perfida tortura nei confronti di Pinelli, le grida e i lamenti oltre le mura/ di sangue il suolo era maculato;  ché la morte degli innocenti, qui e ovunque nel mondo, è storia ricorrente  di ingiustizia che  Roberto Sanesi richiama: il silenzio/ di Sacco e Vanzetti,  la leva, il ronzio/ della luce, e il sacrificale sangue di Colui che moltiplicava pesci lungo le rive/del Tiberiade, tradito di venerdì, mentre pregava; lo stesso giorno, a distanza di duemila anni, della strage di lavoratori inconsapevoli di ciò che sarebbe accaduto. Citiamo di Stefano Baldinu questi versi toccanti: Era un venerdì come gli altri nella banca/e la grande sala un ottagono di voci a contrattare, depositare i giorni a venire. Che non ci saranno, perché brutalmente spezzati come i giorni del ferroviere Pinelli, cui si rivolge Renzo Vanni: Il tuo treno si è interrotto di schianto/tra gli oscuri binari della morte, e allora, infine Altro non ci resta ora/lucidare pazientemente il tuo nome/con la luce splendente del vero, nell’accezione di luce morale, piena di candore (nei versi di Franco Esposito) e la certezza che non perirà Il tuo nome (…) /i loro nomi sono incisi (…), /sui marmi, in segno di eterna gratitudine. Da parte dello Stato permane il debito di verità verso il popolo sovrano, rimane sospeso il perché dell’oltraggio: Anthje Stehn pone a contrasto (con la metafora della porta girevole fra due compartimenti) la doppia morte/per uccisione e menzogne dell’amico anarchico ferroviere e il viaggio della valigia di Stato piena di segreti e  dentro stirate ben piegate/le pubbliche virtù e verità mutanti.  Era un lavoratore, Pinelli, lavoratore come gli uccisi dallo scoppio, tra cui Pietro Dendena, che tutti li rappresenta nella poesia in dialetto calabrese e traduzione in italiano di Alfredo Panetta, uomo aduso alla fatica e dalle forti  Braccia orgogliose, sudate di provincia che  nulla sa d’anarchia, di servizi deviati/(…)/nel cuore ho solo le mie vacche.

Il tema della caduta di Pinelli dalla finestra, ultimo atto disumano dopo la tortura impropriamente detta interrogatorio, è centrale: i poeti scrivono dei prodromi e del ferale esito con parole forti e dure come C’è chi pratica, in questura, /le arti marziali e ti spezza le ossa, così Giuseppe Langella nell’ironico dolente dettato culminante in un sarcastico forse a qualcuno pesa la coscienza/ per avere simulato un incidente/(…) suicidato un innocente. E Alessandro Lanzani: precipita (…/(…)/il corpo di Pino ferroviere./Ipocriti i dettagli/ su traiettorie di caduta/(…) finestre aperte o chiuse. Un precipitare causato da una spinta a più mani ché, scrive Ottavio Rossani, la perizia eseguita da un dottore dimostrò tantopoco. Ad angolo/ retto il manichino colpì la terra, /dalla finestra un segno ad arco; e ancora, malgrado i giochi di prestigio, del resto malriusciti, e le parole a vana giustificazione, Dissero che fu stress o sigarette/all’inventario le scarpe sono tre / chi può spiegare il salto verticale? (Tania Di Malta). Nei versi di Giuseppe Gozzini è lo stesso Pinelli a raccontare l’infausto giorno dell’arresto dall’esito mortale: aperta la caccia all’anarchico/ caddi nelle mani di burattini (…)  e dunque, Volete sapere la verità? Mi hanno buttato dalla finestra/come uno straccio. In alcuni testi le vittime raccontano di sé con assunti concisi, efficaci modalità testuali che restano impressi nella mente. Anche il cielo, ogni anno in dicembre ricorda, rivede l’accaduto alla luce di Aldebaran, testimone silente (…) / porta i suoi deboli rossi raggi in quell’angolo di cortile, /sotto quella finestra, per la memoria dei giusti/ancora aperta (Ivan Guarneri). In nome e in lode d’una intelligenza  oliata-tagliente-pacata/ riposa adesso in noi/testimoni oculari/ dell’abominio umano, scrive  Santo  Catanuto ; in  nome di un giusto, definito aquila che trafigge le brume, Laura Cantelmo chiede pietà al mondo intero/per la vergogna di cotanto oltraggio.  

In altro tempo e altre coordinate geografiche la memoria di  Brenda Porster viaggia tra i misfatti recenti (i morti volati a fondo valle dalla funivia tranciata da una esercitazione militare statunitense in territorio italiano, in questo millennio) e il genocidio del secolo scorso (la deportazione e l’annientamento degli ebrei a Terezin), dolore che somma dolore, mi concedo/il lusso banale /delle lacrime intanto che la televisione dà l’ennesima notizia di cronaca: ascoltiamo:/ ci parlano di defenestrazione. Penso a Pinelli e a te.  Anni dopo, due le lapidi poste a memoria di un morto innocente, ma perché due (…) se la morte è una sola?, scrive Angelo Gaccione , Passi per la mattanza: erano stati diciassette i colpiti a tradimento dentro la Banca/(…) / e una lapide sola era bastata per contenerli tutti, ma Pinelli era andato in Questura con le proprie gambe, dunque, vivo. Due lapidi per un solo ammonimento/(…) per un solo uomo./Deve pesare molto sulla coscienza/una morte come questa.  Nelle “Testimonianze conclusive” si legge in apertura il commosso ricordo Silvia Pinelli: “Pino amava, tra le altre cose, anche la poesia” e, nelle righe finali, conferma che “Anche questa raccolta di poesie traduce il senso di una memoria che attraversa le generazioni”; segue il contributo storico “La strage neofascista di piazza Fontana”, a firma di Roberto Cenati, Presidente Anpi Provinciale di Milano; subito dopo, l’analisi socio-politica dal titolo “Piazza Fontana fra stragisti e golpisti” di Federico Sinicato, Presidente del Comitato dei familiari delle vittime; in “Appendice” , due riflessioni sulla lapide commemorativa e la sua odissea tra posa e   rimozione e ricollocazione. La prima riflessione è di Angelo Gaccione (“Due lapidi e una sola città”); la seconda, “Odissea di una lapide”, a cura  del Circolo  Anarchico “Ponte della Ghisolfa – Osservatorio sulle nuove destre, dispiega doviziosamente con date, fatti, oltraggi perpetrati con sfregi, imbrattamenti, martellate, la pervicace volontà di uccidere, anche “in memoriam”, Pino Pinelli, la diciottesima vittima.