Enrico De Lea, La furia refurtiva

Nota e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Quale voce avrebbero le pietre se riuscissimo a divinarne i suoni? La risposta che mi appare più corposa e, con un tratto originale, inaspettatamente melodiosa, mi giunge dalla poesia di Enrico De Lea. Non da oggi, s’intende, bensì dalle prime sue pubblicazioni, in particolare con Ruderi del Tauro (L’arcolaio 2009). In quel volume troviamo già gli elementi costitutivi e, in componimenti quali (presto accade), il manifesto poetico di De Lea: «Poiché non sanno/ l’enigma del puro proferire,/ del suo freddo sentire/ di quell’anno, presto accade/ che l’arma del suo amare/ s’arrenda, covi/ ben due serpi di stile, in processione/ luci dell’oscurato, da torrette.» Con La furia refurtiva, tuttavia, raccolta (di cui è prossima la presentazione) che racchiude e schiude più raggruppamenti (La serpe di Laconia, Pause e licenze, Cinque sequele) sembra davvero di percorrere quaderni fitti di note per strumenti e voce, nei quali si dispiega, compatto come roccia e mobile come corso d’acqua, l’universo della scrittura di De Lea. Se le acque respirano e si confessano, sgorgano improvvise e si rivelano da vene sotterranee, i greti prosciugati mandano in avanscoperta richiami sonori, perché ricerchino chi ne sappia scoprire le concatenazioni. Le ottave di Suono del vento primo (anch’esse, come Respiro e confitemi delle acque, tra le Cinque sequele) sono prova del lavoro, ampio e preciso, del poeta sulla forma. Esse infatti coniugano la rima, prevalentemente alternata a esclusione del distico finale, sempre a rima baciata – con metri diversi – l’endecasillabo di «Porto le brocche per un suono d’acqua», il dodecasillabo come doppio senario, oppure come quinario più settenario o, ancora, il doppio settenario di «con tutta la vittoria della visione varia». Lo scenario prediletto è quello di una Magna Grecia che non esaurisce la sua forza simbolica e inscena, più tenace di ogni tempo, l’insinuarsi delle serpi tra le rocce aguzze e le teorie processionali «come di coribanti» che urlano muti ed eloquenti da bassorilievi – natura e arte si rincorrono, si scontrano, si intrecciano. Eppure, la metropoli lombarda, il paesaggio urbano e la cultura, i punti di riferimento letterari dell’era più vicina, il Novecento di Cattafi, Raboni, Caproni non sono esclusi dalla ricerca, perché «Anche Milano arrivava a Messina», come leggiamo in (anche Milano). A un primo sguardo sembra che sia un universo eroso, polvere da decifrare, a prevalere. La prima metà del volume scorre in assenza pressoché totale di un io esplicito (ci imbattiamo, invece in un noi sottinteso, che con «stimmate che vergammo» s’affianca all’immagine dello scriba «nero scriba, nero» che compila protocolli di un «catasto memoriale» di epidemie e delitti con un «inchiostro non nostro, ma di sangue/ atavico»): tanto più colpisce, allora,  prima l’affiorare dell’ego nel primo dei (dieci distici a dispetto): «Ego, dirùto dimezzato sordo,/ sto nello scuro – scuro scuro! – e mordo», poi i resoconti, alla prima persona singolare, della (frottola dell’anziano caino), della (frottola dell’asceta) e delle (teorie del volo); infine è proprio nella già menzionata (anche Milano) che l’io lirico così emerge: «Ora che passo, per continuo dovere,/ per via Manzoni o dinanzi al Verziere,/ qualche brandello buono mi si impiglia/ dentro, nel tempo dello scarto –». Dalla «bracciata/ dell’esule vetusto» al cogliere il brandello buono nel tempo dello scarto, pur nel passaggio urbano attraversato per obblighi quotidiani, il legame è forte e forte e coraggioso è lo sforzo di far scaturire dalle pietre voce, acqua sorgiva e «certezza del grigio» insieme, anche se ciò comporta la scoperta che anche il «nascituro» è «acciottolato» e che i «marosi» contro cui l’esule vetusto lottava a suon di braccia mulinate per ansia e per sete in restano anche all’io, al noi,  «indecifrabili».

Enrico De Lea, La furia refurtiva, Vydia Editore 2016

© Anna Maria Curci
*
Dalla sezione Serpe di Laconia
(mulattiera)
Persèguita la rotta

(stimmate che vergammo)

la dolenza – è raro

il sorso al fontanile,

lo zoccolo della giumenta

avanza e dalle rupi, figli,

eredi nel vallone

del feudale cozzo,

innocenza del pasto

e amaro il gelso,

privo della seta arcigna.
*
(espiatorio)
Rigermina l’osso del capro

inchiodato, lumino d’attesa

al nartece, acciottola,

albeggia novèna, mosaico di felce,

dal tendine incunea, dal cotto

alla feccia.

Principio sospeso del corno.
*
(catasto)
Nell’agguerrito catasto memoriale

nega la consistenza della storia

– la sua storia, la gloria del volto

del tradire sempre, ma nel cerchio

in avanzare gioca la sua parte.

Et hora et semper, la pax romana

dell’ingiunzione ad una nuova luce.
*
(la furia refurtiva)
La furia refurtiva

archetipo discorre, lo riscuote

muto bronzo dell’epoca,

tonante, tinnante, sempre

per manufatte lastricate

strade in pietra d’avi,

nell’infanzia del morente

si consolida, l’orante.
*
(nero scriba, nero)
Mette a verbale l’agonia del mondo,

nel farsangue dei sensi e della lotta,

un pensato morire nel presente

ed altra luce provvista sopra i volti.

Qui sono i morti, i solitari, molti

augurali profili svolazzanti,

calcaree concrezioni da fornaci,

fuochi uterini per case di forèsti.

Renitente a quel grigio che sa fare,

ha accalcato balletti sottopelle

di nervi astratti, nevi inascoltate,

il bianco dentro, le catacombe di ieri.

Ferocia senza il vino della cima,

dapprima vive, balbetta, scrive un niente…
*
Dalla sezione Da un’urgenza della terra-luce
III.
Una frase anch’essa

calcarea, al suo spaccarsi

a un fuoco di fornace,

rende una crepa al cielo, troppo

vicino da escludersi.

Colmo di ogni ramo, esausto,

che qui s’innalza, collo

come di bestia antica

incattivita, resta,

sul vetro alle finestre, vapore

di erbe cotte della selva.
*
VII.
De terraemotu, in primis,

in exitu mundi,


con quale fenditura di rosso sotto

i mari, i cieli, con tal coltello

di porpora lanciato sul biancore

della divinità che appare. Nella bracciata

dell’esule vetusto

un agitarsi d’ansia ed una sete.

Eguale traccia dell’esasperata

febbre coltiva ed alimenta,

con la scoperta d’una fine e fiamma.
*
Dalla sezione Pause e licenze
(impromptu)
…seguo, barocco e morto, seguo i monti,

pianeti piccoli a corona, verso il mare –

con l’occhio del passato, con legami

terragni mi sollevo, con mondi da salvare

fatti di pietra, détti che costruiscono

un senso all’ossessivo camminare,

dall’aurora al rosso del vulcano

solfeggio l’aria della valle, la condenso…
*
 
Dalla sezione Cinque sequele
(le mappe)
Ho approntato le mappe, per andare

nel dove del non vedere oltre – è stato

un fermo-immagine infinito

il tempo tra le case che sbriciolano l’eterno morente

del cavarsi delle acque fino al canneto.

Si muovono corpi memoriali seguendo

i segni, le coordinate del mezzogiorno

per non perdersi e restare fissi, dove

è rappresaglia per ogni fatica

dell’anno morto avanzato a valle.