Caro Paolo, le poesie di Una goccia di bene mi sono piaciute molto. Le ho lette tutte in italiano, quelle che mi sono piaciute di più anche in dialetto. Purtroppo non padroneggio il nostro dialetto e ne perdo la musica. Me le leggerai tu.
Sei un uomo dall’animo sensibile. Ho capito dai tuoi versi quanto possa essere sconfortante per un animo sensibile vivere nel Veneto d’oggi. Soprattutto Èser dhóven incó nel Veneto del Cartongesso.
Me lo hanno detto subito le tue prime poesie che fanno un’accorata narrazione del passaggio dal Veneto rurale al Veneto industriale e dalla società della parsimonia a quella del consumo, con la perdita della comunicazione e della socialità.
Questi temi ritornano poi come leit-motiv in tutta la raccolta.
“Su l’àrdhen scolorì dei fosài
al me can al snasa udor de rànzhego
da le vide springade col mal
de licòr pazhi. Rento ’l nas. Sui pei.”
“Sull’argine scolorito dei fossi / il mio cane fiuta odori rancidi / dalle viti irrorate col male / di liquori lerci. Dentro il naso. Sui peli.” (pp. 87-88)
“e là, ndé che do róver i se brazha
na tasa de zhoc, e butìlie, e stròp, e…
Tòc Tòc Tòc”
“e là, dove due querce si abbracciano / una catasta di ciocchi, e bottiglie, e tappi, e… / Toc Toc Toc” (pp. 76-77)
“I é ciàcole.
Ma stropade. I é lengue.
Sute. Che fa frazhun”
“Sono chiacchiere. // Ma tappate. Sono lingue. / Asciutte. Che si frantumano.” (p. 93)
Il tuo sconforto è rivelato, tra l’altro, dall’uso frequente della parola “slama/melma”. È perfino il titolo di una poesia! Insieme alla parola “stonfo/fradicio” descrive un mondo marcio nella cui melma è difficile muovere i passi. Come in Del me vìver in fra vide e buśe:
“sen taje smòrvede po sùito marzhe
e arse rento ’l busnar fis de ’n tenp marzh
e ars che fin rento ’l médol al à moldhést
fin a l’ultimo jozh de ben”
“siamo tronchi vigorosi poi subito marci // e inariditi nel romorio acuto di un tempo marcio / e arido che fin dentro al midollo ha munto / fino all’ultimo goccio di bene” (pp. 46-47)
La Natura è dappertutto, pervade la tua poesia, nel bene e nel male. L’allegria è con il pioppo, il pruno, il gelso. Le verdi colline ti rinvigoriscono il fiato:
“Pol pensarghe coìne
che le sa da lontan
co te se ’nte ’l paltan tornarte ’l fià”
“Possono pensarci colline / che odorano di lontananza / quando sei nel fango a restituirti il fiato” (p. 110)
E la natura sfregiata è il simbolo del male che pervade gli uomini, gli alberi abbattuti, la vite marcita sono i sintomi della malattia, come nel bellissimo paesaggio Assenze ::: plàten.
E perché la natura dovrebbe andare in soccorso all’uomo che la distrugge?
“Elo parché che ve ustiné
butar, tornar ghetar, menar
cusita ben?
Elo per chi al parfun de fior
de tìlio o càsia o castagnèr
mat, cucher mat?
Se sto nòstro laorar
l’é sol che de manèra.”
“Perché mai vi ostinate / a germogliare, rigettare, inverdire / così bene? // Per chi è il profumo di fiori / di tiglio o robinia o ippo- / castano, noce americano? // Se questo nostro lavorare / è solo di mannaia.” (pp. 85-86)
L’amore per la natura, per gli alberi si fonde in te con l’amore degli innamorati, come nella bella Salezh, anda ceta del Sil:
“L’é ’l ben de òboi e sachèr, l’é tut al ben
de talpon e frutèr, de radis e aqua
ciara e ceta che, ’fa gate, su l’àrdhen
la le carezha. E l’é ’l ben dei salezh
speciadi e de moros brazhadi, e ’l Sil
busnar dolzh e lidhier del so bel son”
“È l’amore di aceri e salci, è tutto l’amore / di pioppi e alberi da frutto, di radici e acqua / chiara e quieta che, come solleticando, sull’argine / le accarezza. Ed è l’amore dei salici piangenti / specchiati e di innamorati abbracciati, e il Sile / romorio dolce e leggero del suo bel suono” (pp. 49-50)
Se l’amore è salvifico, la sua fine è sempre incombente e la fine dell’amore è la fine della bellezza della vita, come dice la bella lirica De na vozhe de fior desperà.
Chi ha detto che la lirica è finita? Tu ne hai scritto molte nella tua raccolta, come De ’n śòl zhavarià o il bellissimo frammento leopardiano Sera d’istà.
Torna spesso nella tua poesia anche lo sguardo innocente del bambino come in Là, ndé che do róver i se brazha, ma lo guata il pericolo di perdere l’ingenuità di fronte a un mondo guasto.
Molta della tua poesia è pervasa da un pessimismo esistenziale:
“sto qua l’é ’n tenp tut inorbì de slama
e de gran vent che i scavézha ògni rama.
Fioi de na stajon mata, sen in prest
rento ’n tenp che ’l zhavària inbarlumì.”
“questo è un tempo tutto accecato di melma // e di gran venti che spezzano ogni ramo. / Figli di una stagione matta, siamo precari / dentro un tempo che delira abbagliato.” (pp. 67-68)
Perché ogni cosa bella deve guastarsi:
“l’é catar frànbole che le fa voja
ma de ’n desavì zhiap co te le zherca.”
“è trovare fragole che invogliano / ma di un avvizzito insipido quando le assaggi.” (p. 75)
“Dès.
Sui perèr e sui talpon, sui canpanìi e sui mur
co śòla via zhivite e zhus sui so ran de scur
vien dhó tut, a frazhun
… … …”
“Ora. / Quando crampi e pizziconi / unghie corte moncate / capelli diradati dal prudore. // Ora. / Sui peri e sui pioppi, sui campanili e sui muri / quando svolano civette e gufi sui loro rami di buio // crolla tutto, in frantumi / … … …” (p. 95)
a cui fa eco un sentimento d’impotenza:
“Ma liberarse costa slama e sangue
man sgrinfade e scuriade drio de ’n mur
– palpar paròle su boton ondhesti
l’é la colpa che ò mi de qua del mur”
“Ma liberarsi costa melma e sangue / mani graffiate e frustate dietro un muro / – palpare parole su pulsanti unti / è la colpa che ho io di qua del muro” (p. 112)
“Pense de poder ndar vanti anca istes
e che ’l fià no ’l me à mai mancà
ma serà rento ’fa ’n cunìcio
’nte ’l stàvol cate sol che ’n zhavàrio”
“Penso di poter continuare comunque / e che il fiato non mi è mai mancato / ma chiuso dentro come un coniglio / nella conigliera ritrovo soltanto un delirio” (p. 113)
A un guizzo di volontà, segue quasi una rassegnazione:
“Ne rèsta da oler
na jozha de ben
incragnà dal mal.”
“Ci resta da volere / una goccia di bene / lerciato dal male.” (p. 97)
Altolà, Paolo! non tutto è lerciato.
Alla fine della raccolta riaffiora una visione positiva, olistica della natura in cui tu e la tua poesia siete immersi:
“Le ròbe le se tien tute”
“Le cose si tengono tutte” (p. 102)
e ancora:
“Son lengua che la ròdola dal còl”
“Sono lingua che rotola dal colle” (p. 103)
È la poesia che ci salva e…
“La finèstra l’é tut”
“La finestra è tutto” (pp. 106-107)
Queste le mie impressioni…
… has it begun to sprout, Paolo?
Con amicizia,
Gianfranco Pancino