Moriva il 25 gennaio 1993 Claudio Verdini (romano, classe 1930). A molti questo nome non dirà molto, se non forse ricordare un altro Verdini, padre di Claudio, quel Raoul (1899-1981) che fu prolifico e iconico illustratore (anche) dei libri di Gianni Rodari (è questo un particolare che avrà avuto certamente il suo peso nell’originale opera di Claudio che si vuole far riemergere dalle nebbie del pur recente passato). Ma per molti amici e compagni che hanno conosciuto Claudio Verdini negli anni in cui era uno stimato, austero e appartato dirigente nazionale del PCI e, sul finire degli anni ‘70, amato segretario regionale del partito delle Marche (da qualcuno considerato un “validissimo maestro”), sarà certo una felice sorpresa poterlo qui ritrovare nelle vesti di poeta dialettale in romanesco.
Circa un mese prima di morire, Claudio Verdini diede alle stampe duecento esemplari di una raccolta di sonetti (Daje de Tacco…Quarantaquattro sonetti romaneschi e mezzo, Kairos, Roma, 1992). Le composizioni sono accompagnate da altrettante illustrazioni originali dell’Autore, che ne testimoniano la grande abilità bozzettistica acquisita, verrebbe da dire, iure hereditario.
Sono uno dei fortunati possessori di una di quelle copie, che ho ricevuto in eredità da mio padre e che custodisco con affetto e nostalgia per la persona e per le care memorie dei bei tempi andati che il suo ricordo mi suscita. Claudio frequentava la casa dei miei genitori in occasione di pranzi (immancabile quello di Santo Stefano) che erano accompagnati da interminabili discussioni politiche e conditi, oltre che dalle raffinate salse dello chef di casa, dalle irresistibili gag tra lui e sua moglie Giuliana Gioggi (anche lei una dirigente del PCI) e dalla sferzante ironia con cui Claudio accompagnava i temi dell’attualità politica e culturale, facendoci fare delle grasse risate.
La stessa ironia, lo stesso gusto della battuta si ritrovano intatti nei suoi “quarantaquattro sonetti e mezzo”. Nei suoi versi, come ha ben scritto Renzo Trivelli nel ricordo pubblicato in memoria (Per Claudio Verdini, Kairos, Roma, marzo 1993, con scritti di Leo Canullo e Paolo Bufalini), «ci sono momenti di orgogliosa affermazione di grandi verità, espressi in estrema sintesi, là dove Claudio rivendica un passato che temeva fosse negletto e addirittura denigrato. E vi sono momenti di vera poesia, come nel sonetto dedicato all’”esercito di creta”, che ebbe occasione di vedere in Cina e di fronte al quale, mentre si avverte nel testo un grande silenzio, Claudio dice di essere restato immobile fino al tramonto. O come nel sonetto che racconta in modo vivissimo di due soldati – due fantaccini, sembra di vederli, e uno è lui, Claudio – che dopo il freddo patito nelle brandine sotto la tenda da campo, se ne escono in cerca di ristoro. Lo trovano in una casa contadina, dove son ben accolti, mangiano funghi trifolati, bevono vino rosso sotto un gran camino, dove Claudio vede la foto di Togliatti e la scritta: ”Qui non si bestemmia”».
Ma, oltre a questi momenti, ciò che colpisce in questi sonetti è la variopinta folla dei suoi personaggi che agiscono, operano, parlano. Un numero ragguardevole di protagonisti della vita politica, artistica, culturale del nostro e di altri paesi, figure del mondo letterario, della religione, pittoreschi esponenti del mondo dell’informazione: ci parlano di tante cose e nel loro dire si sente la voce di Claudio.
Ti rivedo e ti risento ancora, caro Claudio, già sofferente per la malattia che ti avrebbe annientato, mentre ci leggi alcuni dei tuoi sonetti in quell’ultimo pranzo di Santo Stefano del 1992.
Dal libro Daje de Tacco…
«Questi sonetti», scrive nel libro Claudio Verdini nella “Nota dell’autore”», si ispirano, per struttura, linguaggio e intenzione poetica, (se si esclude l’ultimo “mezzo sonetto”!!), al sonetto belliano. Alla tradizione belliana appartiene anche il rilievo che assume, in ogni sonetto, (in modo più o meno esplicito), la presenza del “narratore”, la sua personalità, il suo temperamento. Si tratta di un narratore romano, che, a distanza di più di cento anni, e, per molti aspetti, lo stesso romano, malizioso, sospettoso e un po’ bigotto, caro al Belli. Ma si tratta anche di un narratore romano che ha vissuto, (e assunto culturalmente), i mutamenti introdotti, in questo secolo, dalla storia. Ecco perché, in questi versi, il suo plebeismo si rivela più impudico e la sua malizia, la sua sospettosità, appaiono meno segnate da riserve di tipo “qualunquistico”: più disposte a compromettersi – a volte anche faziosamente – con questa o quella delle parti in causa. Ed ecco perché il suo bigottismo muta radici e si colora di altri significati, in un quadro di riferimenti storico-politici e di una gerarchia di valori, vissuti in un’ottica che – sia pure non chiusa al dubbio e all’autoironia – potremmo definire di stampo “veterocomunista”.
Nel suo linguaggio, si riflette anche la volgarità – a volte feroce, a volte gratuita – del “romanesco” corrente, ormai “senza più religione”: imbastardito com’è, rispetto a Belli, dalla contaminazione intervenuta, negli ultimi decenni, con il linguaggio della cultura di massa.
Al di fuori della tradizione belliana è il gusto della “battuta” che, in molti sonetti, prende la mano al “narratore” condizionando a volte in modo schiacciante lo svolgimento del racconto.
Questi sonetti, dunque, nel loro complesso, propongono una “lettura” belliana assai diversa e distante da quella che, in questi anni, ci hanno dato le opere, egregie, di Antonello Trombadori e dell'”Anonimo romano”.
Le storpiature di nomi e parole, gli strafalcioni, presenti nel testo, sono “voluti”: fanno parte del bagaglio linguistico “romanesco”.
Di quelli, eventuali, “non voluti”, il lettore ci perdonerà. (C.V.)»
E DUA ‘NDIETRO
Disce Giuvanni* ch’è ‘sperto sanitario,
(Sii! ‘I fratello ppiú piccolo de ‘Rico,
Cuello che cur’a ttàta l’umbelico),
Disce ch’er manicomi’ è ‘n lebbrosario.
Disce che pe’ ‘pparà ‘sto guast’antico
A llui jie pare solo necessario,
Buttà li matti fôra dar santuario.
E che succede ppoi, jie ‘mport’ un fico!
Ttat’, a sentjie dí certi sfonnoni,
Ji’ha detto, ross’in faccia, lí davanti:
“Li matt’ a casa?! Ahò! Sêmo cojioni?”
Cuello – piccato – jie fa: “Dico: la pianti?!”
È stato Lenin a ddà st’indicazzioni:
Ci ha scritto puro ‘n libbro: un pazz’avanti…!”
(Roma, 11 marzo 1975)
* Giovanni Berlinguer
ER FATTORE “KACCA”
Cci ha rotto li cojioni st’ingeggnere!…
Cci ha rotto li cojioni…i zebbedei!…
E, sissiggnore! Parlo der Ronchei,
Che scrive ‘n cispadano sur “Curriere”!..
Perchè scriv’accussí io nun zaprei:
Tutte parole stranie…forestiere…
Com’a volecce prenne pel sedere…
E tu me chiedi: Cchi jie ddà lli sghei?!
Nun zai chi paga? Nun scherzamio, vvia!
Paga ch’inzogna de mannacce ‘n vacca:
Paga la Lazzio, la Ppiddue, la Ccia!..
Chi scrive pe’ nun fatte capí ‘n’ acca,
Nun è che ‘n zervo della borghesia!..
E’ ‘n suo fattore: er fattore “kacca”!
(Jesi, ottobre 1978)
L’ESERCITO DE CRETA
Xi’ an è ‘na città, scrive ‘r poveta,
Fiorente nelle art’e nei mestieri,
‘Spitale, sempre, vers’i forestieri,
Viandanti sulla strada della seta.
Io, cqui, ‘n città, ce so”rrivato jeri,
P’ ann’a vede’ l’esercito de creta,
E me so’ perzo ‘r conto delle deta,
Cercando de conta’ tutt’i guerrieri.
Tutt’ ad artezza d’om’, o ggiú de llí,
‘Llineati ‘n riga, come fanti veri,
E cchi portava l’ermo, cchi ‘I kepí.
Li comandanti,, ‘nzopra li destrieri.
Fin’ar tramonto so’ restato llí,
A guardamme cavall’e cavalieri.
(Xian, 15 ottobre 1980)
BALLATA BERLINESE
Ci ho fatto ‘na figura, io, a Berlino,
Dove so’ ‘nnat’ a ffa’ ‘na conferenza
Che la memori’ ancor’ è cosí ‘ntenza
Che ci arrosisco su, com’un bambino!
Me porten’ a magnà drento ‘na menza,
‘N dove se balla, llí, fin’ ar matino.
Cinque portat’ e ppiú: pesce, tacchino…
E ‘n quant’a beve, ‘n’ zo’ rimasto senza…
A ‘n certo punto, spunta ‘na vichinga,
Arta fin’ a lassú, popputa, bella,
Che vô danzà co’ me; vô’ che la spinga…
M’ha mess’in mezzo, ‘nziem’ alla sorella
E, schiacciato cosí, com’un’aringa,
M’ha costrett’ a ballà ‘na tarantella!
(Roma, 14 marzo 1981)
DEREGULATION
Cuanno la Thaccer ce va tanto ‘n prescia,
Pe’ mann’à picco lo Stato sociale,
Cuesta politica cqui, pe’ nun dí male,
La devi da chiamà: “deregulescia”.
E’ ‘na politic’ antisindacale,
Che ‘ggni legge sociale la sghimbescia.
Sicché, er padrone, de dritt’ o de rovescia,
Te frega meji’ e ‘ccresce ‘r capitale!
Lo Stato?? Quello lí ci ha la missione,
De tutelà ‘r privato da ‘ggni bbua…
‘Mponendo ai poveracci la ragione…
‘Ndo va la nave, l’indica la prua!
A noi va ‘n culo. Senza discussione.
Che me deregulo io? Li Thaccer sua?!…
(Roma, 3 gennaio 1986)
LA MORTE DE GUTTUSO
Oggi me sento strano, quas’ intruso
In cuesto monno, senza religgione,…
Giro de qua, de là, com’ un cojione,
Drento d’un bujio che nun ci ha pertuso.
A scatenamme tutto ‘sto magone,
E’ stata, certo, la morte de Guttuso…
M’anche tutte ‘ste chiacchiere:… ‘N’ abuso,
Ch’offenn’ er cor’ e offenne la raggione!
Ma ch’azzo vônno fa? Fajie’r proscesso?
O contestajie l’arte sua d’artista,
De front’ ai “quia” dell’aldilà e del sesso?
Se s’è vennuto l’anim’ è ‘n po’ trista!
Ma, pe’ la tua, ‘n dove lo trovi ‘n fesso,
– Pret’o puttana che sia – che se l’acquista?
(Roma, 30 gennaio 1987)
ER PAPA DE ROMA
Un papa santo, cuesto? Un papa pio?
Ma è ‘n papa, cuesto cqui, girannolone,
Che colla scusa de la sua missione,
Si gira ‘r mond’e manda ‘r cont’a Ddio!
Cuesto ce mette tutt’a ppecorone,
Sia bianch’o ner’o gialli. E tutt’er “Trio”,
Spirito Santo, Paternostr’e Fijio,
A cuest’infame cqui, tengon bordone!?
Se magnerà ll’Italia ‘n fin’ar tacco,
Perch’è ‘ffamato peggio dei tedeschi:
Ch’è crucco come loro. ‘N ppiú, polacco!
Inzomm’, è da farscia’, prima che creschi!
Spedimolo ‘n Polonia, drent’a ‘n pacco,
All’indirizzo de cuello Jaruzeskij!
(Roma, 10 settembre 1987)
ELOGIO DELLA CANIZZA
Er discorso de Pietro, ggiú ‘n sezzione,
‘Rrivort’ a li “viventi, non umani”
L’hann’ ascortato tutti. Gatt’e cani
Eppuro du’ cavall’ ed un montone.
Io ‘sti discorzi nun li trovo strani.
Perch’è bbene da dàsse ‘na raggione
Dei pobblemi dei ceti ‘n’ascenzione!
Bene pe’ l’oggi e bbene p’er domani!
Li guai viengheno dopo, fijio caro,
Perché me lo sai dí come ‘ripari,
S’, a zegretario, eleggon’ un zomaro?
Hai vojia a dijie, poi: “sêmo contrari”!
L’asino rajia. E, s’è llui ‘r cartaro,
Arza la cod’e sono cazz’amari!
(Roma, 5 novembre 1987)
GORBACIOFFE
‘Sto Gorbacioff’ è ‘n’aquila de monte!
E ci ha capoccia puro! ci ha ganasce!
E ppoi se vede, no?! che vô la pasce…
Jie lo poi legge su la vojia ‘n fronte!
Lo capirebbe puro ‘n pupo ‘n fasce,
Quanno che dice: “costruimo ‘n ponte”
“Ch’unisch’i monni che se stann’ a ffronte”,
“Si nno, la pasce, morè, come pô nasce?!”
“Sta par’ a cchi, ‘sto Gorba?”, tu domandi,
“Sta pari co’ Krusciò? co’ quer mormone”
“De Luterkingh o cor Mahatma Gandi?”
Eh, no! si tu voi fa ‘sto paragone,
Uno solo ce n’è, ‘n mezz’a li grandi,
Cche pô regge ‘r confronto: c’è Baffone!
(Roma, gennaio 1988)
ER ZEGRETARIO NOVO
Achille, hai visto cuello sciò de pista
che fann’alla Tivvu pe’ i regazzetti,
Llí ‘n dove che ce recita Nichetti?
Ma cuello llí, tt’è spiscicat’a vvista!!!
Guardeje l’occhi, l’occhiale, li baffetti…
Cuell’aria mezz’alegr’e mezzo trista:
Potete mett’inzieme ‘na rivista,
Ch’abbia, pe’ capocomichi, du’ Occhetti!
Fôra dar rid’ (e fôr’anche, dar piagne),
Achille, vojio ddi’ che ci ho pavura
De sta scalata tua sulle montagne…
Nun è trippa pe’ gatti, st’avventura:
Er grugno, prim’o ppoi, ce lo vvai a sfragne!
La politica è zoccola!.. ‘ssai dura!
(Roma, 10 giugno 1988)
VESTIVENO ALLA MARINARA
Abbiti lindi, da marinaretti,
Susanna con Umbert’e Gianni Agnelli,
Cuann’ annaven’ a spasso, regazzetti,
Tutt’a guardalli…tutt’ a ddí: “che belli!”
Mo’, ‘sti vestiti, jie ce stanno stretti,
E l’hanno rigalati ai poverelli.
Perchè – diciamo puro – ‘sti fratelli
Côre ce n’hanno: nun zo mica gretti!
C’è Gianni, poi, c’ha ‘n côre bijardario,
E de limosine fa perzino sciupo,
(Tanto le mett’ in conto, poi, all’Erario!).
Pe’ quest’è sempr’ alegro! Torna cupo
Solo cuanno jie parli de zalario.
Ll’Agnell’ allora torn’a fasse lupo!
(Roma, 11 ottobre 1988)
PAPA LUCIANI
Cuann’er Concrave combinò ‘r pastrocchio
D’elegge’ cuella testa ‘mpasticciata,
‘N brivido curse ‘n Curi’a la fumata:
“Mò, ci affossa la Cchiesa, ‘sto Papocchio!..
‘Sta pavura, Peppi’, era fonnata
Che ‘sto Luciani, nun ci aveva occhio,
Se non pe’ l’avventure de Pinocchio,
Der povero Geppett’e della fata.
Fatt’è che ‘n Curia, se decise er golpe,
(‘N zia mai, che llui leggess’ a la loggetta
‘N’Enciclica sur Gatt’e su la Volpe!..).
Tra i mejio cuochi, convocati ‘n fretta,
Fu scelto ‘n prete-santo, senza colpe.
Fu llui, ‘n cucin”, a faje la porpetta!
(Roma, 12 novembre 1988)
AMMARCORD
Nun me posso scorda’ cuella tendina
Ner campo militare de Carpegna,
Cuanno scappai de tend’a cerca’ llegna,
Ché se gelav’ar freddo, llí, ‘n brandina.
Inziem’a ‘n antro (‘na perzona degna),
‘Mboccai, pel bosco, su pe”na stradina,
Finchè trovai ‘na casa contadina,
Co’ du’ frasch’ar cancello, com’inzegna.
Ce fermamm’a magna’: funghi rifatti,
Con po’ de vino fresco, de vendemia.
‘Nzopr’ ar camino, la foto de Tojiatti,
Inziem’a ‘n contadino che lo premia.
Ppiú sopra, c’era scritto, tra du’ piatti:
“In cuesta casa cqui, nun se biastemia”.
(Roma, 22 dicembre 1988)
TRE COCUZZE
(In occasione del 25º anniversario della morte di Palmiro Togliatti, nell’agosto 1989, l’Unità pubblicava un articolo di Biagio De Giovanni, “C’era una volta il comunismo e Togliatti”, diretto a prendere le distanze dall’esperienza comunista. Analogamente nello stesso periodo si esprimevano Occhetto e il filosofo Marramao.)
Quest’è la mejo foto della guerra!
Ché ‘r mond’intiero ‘nzorse dalla fossa
Quand’a Berlino, ‘sta bandiera rossa
Se mis’a sventolà tra cel’e terra!
E dimm’allora, come voi ch’io possa
Sol’ascoltalla, mo’, ‘sta tiritera:
“C’era ‘na vorta…”, dice. Ch’ azzo c’era?
C’era ‘r fascismo. E ji’ amio rotto l’ossa!
Biacio mo’ spacca ‘n quattro, ‘nche ‘r capello
P’arrovesciare la raggione ‘n torto.
Vo’ sputtanà la farce cor martello?
Io tengo tre cocuzze drento l’orto:
C’è Biacio De Giovanni, Occhetto bello;
E, ‘nzieme, Marramao perchè sei morto…
(Roma, 25 agosto 1989)
LA VOSCE DER PADRONE
(A Paolo Bufalini)
Hai visto, Paolo, er fijio de Maurizzio ,
Cuer ciccia bomba che vôle ffa ‘r monzú,
Da cuanno s’è imbucato alla tivvù
De facce la lezzion’ ha preso ‘r vizzio.
E ddà giudizzi, che manco Berzebbù:
‘Rroganti sopra Caj’ e sopra Tizzio.
Sol’a Craschi lo sarva dar supplizzio,
Scrivesse puro “quore” colla qqu!…
Disci: “Er busillo, spesso, te l’azzecca…”
Ma, te l’azzecca…già se sa a cche pro,
Tant’è scuperto ‘r culo che v’a lécca’
Nun zo fazzioso, (…o, forze, lo sarò…),
Ma mejio ‘scortà, ‘llora, chi l’imbecca.
“Bononia docet”‘. Ma, Ferrara, no!
(Roma, 9 gennaio 1991)
ER “GOLPE” IN URSS
Er pôro Gorbacioff s’era fidato
De ‘sti cuattro golpisti da strapazzo…
E quelli – complottanno ner Palazzo –
(Da stronzi come so’), ci hanno provato!..
Ji’è ‘nnata bbuca! Ji’hanno fatt’er mazzo!..
Ma ‘ntanto ‘r guasto l’hanno provocato…
Perché se puro “Gorby” s’è sarvato,
Mô lui nun conta ppiú! Nun conta ‘n cazzo!
E nun contando lui (ch’era capasce!)
Cchi la controlla ppiú la situazzione,
Ar fine der progress’e della pasce?
Er rischi’è cuello che l’intier’Unione
Dalla padella cada nella brasce:
E la brasc’è Jierzín, cuell’ubbriacone!
(Roma, estate 1991)
IL DIALOGO COI SOSCIALISTI
(A Giorgio Napolitano)
Côi socialisti, Giorgio, sii cortese,
Se voi l’arternativa ppiú vicino!
Devi trattall’a tarallucc’ e vvino:
“Cuante spingole vôi pe’ ‘no turnese?.”
Cuanno che Craschi opera de fino,
Pe’ fregacce Borghin’e la Francese,
Nun mettemosce a fa’ le facce offese!
Tu, ‘ntanto, nun jie freghi De Martino?
Co’ Craschi, Giò, ce vônno moss’ attente,
Come cuanno se gioca de fioretto.
“Ma” – dici tu – “Ce capirà la gente?”
Allora, ‘r tiro, forze, va corretto:
A Craschi nun freghiamojie ppiú gnente
E lui se prenna, ‘n cambi’ Achill’ Occhetto!
(Roma, 4 marzo 1992)
















