Curiosando nel Premio “Ischitella”: la denuncia della guerra ad opera del romagnolo Paolo Gagliardi

Lettura e scelta poesie di Maurizio Rossi

 

Paolo Gagliardi “Fent caval e re” Ed. Cofine, Roma, 2015

Ariv d’có dla partì / a j ò rimast cal tre chért,/ fent, caval e re// E’ fent u s’mór d’e’ fred,/ e’ caval l’è int la mi panza,/ e’ re l’è sota al quért/ ch’u s’la dorma dla grösa.(Arrivato al termine della partita/ mi sono rimaste quelle tre carte,/ fante, cavallo e re.// Il fante sta congelando/ il cavallo è nella mia pancia,/ il re è sotto le coperte/ che dorme profondamente.) La sintesi di questa raccolta, vincitrice del premio “Ischitella-Pietro Giannone 2015” è espressa con poche vivide pennellate, che definiscono la guerra: non solo quelle passate e in particolare la Grande Guerra, ma anche le attuali: nell’assurdo e sembra irrisolvibile conflitto russo/ ucraino, più di qualche soldato sta pronunciando queste stesse parole, o magari le ha pensate.

Ma solo nel vigore e nell’onestà della poesia, Paolo Gagliardi può accostare un passatempo del tutto pacifico, specie per pensionati delle gucciniane “osterie fuori porta”-il gioco delle carte – alla violenza della guerra, nella quale emerge il contrasto tra chi dorme profondamente al caldo (il potente) e chi muore al freddo (l’uomo della strada). Viene in mente il poeta Trilussa e la sua “Ninna nanna de la guerra” “…quer gran giro de quatrini/ che prepara le risorse/ pe’ li ladri de le Borse” : così, due voci dialettali così diverse sono accomunate dall’umanità ingannata, che almeno non rinuncia a stigmatizzare l’ingiustizia.

La sonorità e il sapore della lingua romagnola, dall’Autore è composta in versi legati da rime – a tratti, quasi una filastrocca, “Al fila dagli élbar, al stré/ e pu i fiun i s’è vié.// A s’sein artuvé/ int una stésa d’pré” (I filari di alberi, le strade/ e poi i fiumi se ne sono andati.// Ci siamo ritrovati/ in una spianata di pietre…) – per raccontare la distruzione e la perdita di affetti e cose e la simbiosi dolorosa tra la terra ferita e l’uomo che sanguina. Paolo Gagliardi crea componimenti brevi, nei quali è racchiuso il dramma della morte, il nonsenso della punizione, la pietas per l’infanzia negata ai “pulcini”: senza l’uso di toni forti o grida roche da manifestazioni di piazza, l’accusa colpisce il cuore e poi la mente.

La metafora della partita a carte percorre tutto il racconto, sia per esprimere indignazione per le ingiustizie, sia per l’amaro bilancio che chiude l’esperienza della guerra” è detto nella prefazione per motivare il premio riconosciuto, e mi piace aggiungere: la casualità nella distribuzione delle carte determina la vittoria o la sconfitta, ma “vince chi “ha nelle mani la briscola di denari” come scrive il Gagliardi.

In un mondo di nebbia, si perdono le distanze e si smarrisce il senso di ciò che si sta facendo: resta la solidarietà nel semplice nominare “gli occhi di un povero cristo” “j oc d’che póvar crest” che cercano gli affetti o il valore della morte. Ma resta anche- e il poeta non teme di riconoscerlo – l’istinto di sopravvivenza che fa dividere il pane di un morto accanto, vendere il nemico per una bottiglia di vino, farsi calpestare nel fango per fingersi morti. “A s’sein ardot pez che j animél” (siamo ridotti peggio di animali): una coscienza per la quale, qualsiasi siano le azioni compiute, si è perdonati dagli uomini e dagli dei.

Armis-cé

I s’à ‘rmis-cé

ognoun cun la su favëla,

coma al chért int e’ maz.

Ajir prema d’partì

la brescla l’éra d’cop

incù ch’a sein ariv

l’è gueinta d’spéd.

Mischiati. Ci hanno mischiati,/ ognuno con la propria lingua,/ come le carte nel mazzo.// Ieri prima di partire/ la briscola era coppe/ oggi che siamo arrivati/ è diventata spade.//

Ignacôsa

Ignacôsa u s’avseina,

ignacôsa s’asluntena,

arvei la nebia cun al men.

Ogni cosa. Ogni cosa s’avvicina,/ogni cosa s’allontana,/ apriamo la nebbia con le mani.//

E’ via

A j ò truvé pöst sól stramëz al bes-ti

che i vagoun d’térza j éra baluné.

U m’è vnù a zarché i carabinir,

che tri tabëch zein a la moi pregna

j à det ch’i n’è ‘basta pr an partì.

Pureta lì seinza piò un ömn in ca

e puret a me, in ste tréno insein

cun i bu, in viaẓ vérs e’ a mazël.

Il viaggio. Ho trovato posto solo tra le bestie,/ che i vagoni di terza erano strapieni.//Son venuti a cercarmi i carabinieri,/ perché tre figli piccoli e la moglie incinta/ han detto non bastano per non partire.//Povera lei senza più un uomo in casa/ e povero me, in questo treno insieme/ ai buoi, in viaggio verso il macello.//

Paolo Gagliardi è nato a Forlì nel 1956 e ha vissuto sin dall’infanzia in Bassa Romagna, a Lugo (RA). Ha ricominciato a scrivere poesia – dopo una parentesi giovanile – a partire dagli anni ’90.
Ha scritto all’inizio in Italiano, per poi passare alla
poesia in lingua romagnola (dialetto lughese, per l’esattezza). Particolarmente fervida ed emozionante, la sua espressione poetica ha maturato diversi riconoscimenti. Tra i tanti, ricordiamo il primo posto alla XII edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella – Pietro Giannone”. Attualmente si occupa di ricerca storica locale che racconta quotidianamente nella pagina social Storia e Memoria della Bassa Romagna. È anche l’ideatore di “Musei a Cielo Aperto” e de “La Storia siamo Noi Festival” ed ha all’attivo diverse pubblicazioni.

Maurizio Rossi 2/4/2023