Corrispondenze. Proposte di interazione e scrittura poetica di Maria Benedetta Cerro

Recensione di Anna Maria Curci

 

Il titolo del volume evoca non soltanto il doppio significato della parola italiana – oltre ai richiami reciproci, lo scambio di missive – ma anche il termine usato da Charles Baudelaire nel componimento che porta lo stesso nome in versione francese, Correspondances, testo che viene solitamente menzionato a proposito del simbolismo e del ruolo di chi scrive poesia come di chi prova a decifrare, attraversandole, “foreste di simboli”. Forte di questo ampio spettro di significati e sensi, Maria Benedetta Cerro dona con le sue Corrispondenze anche un esempio poeticamente ricco, vibrante, pluridimensionale, di un ascolto attento, pronto a cogliere le sfumature più delicate, più tenui e, insieme, di un itinerario di educazione a quell’ascolto. 

La pluralità di moventi e intenti è illustrata dall’autrice nella Premessa. Le parti, i paragrafi che la compongono hanno nomi chiari e sonori: Metodo, Applicazione, Finalità. La vocazione pedagogica che ne emerge si esprime in maniera limpida e animata da un sentimento di amore profondo per la poesia come voce dell’umano sentire e per la varietà di stili – distanti, vicini a sé – che tale sentire accoglie nella sua espressione poetica.

Quello di Maria Benedetta Cerro è un percorso di interazione con altre ventuno voci poetiche e prende avvio, come l’autrice sottolinea all’inizio della sua Premessa, dalla dimensione sensoriale: come viene percepita dall’io senziente la voce poetica di un altro-da-sé? Decenni di confronto con esperienze poetiche diverse, confronto nutrito da una spiccata attitudine alla lettura e all’ascolto, che precede e accompagna ogni attività di scrittura, hanno dato vita a quest’opera, che si basa su un assunto: per quanto una voce poetica possa apparire distante, suscitare perplessità e straniamento, invece che, al contrario, empatia, esiste «un a-priori corporeo, che è comune a ciascun essere umano». Dall’esperienza e dal sentire che si fanno parola, scaturiscono «doni poetici» che, proprio in forza della corporeità dell’insieme visivo e sonoro che presenta e precorre la stratificazione dei significati, possiede carattere di universalità. 

La sfida raccolta e proposta da Maria Benedetta Cerro in Corrispondenze, è quella della inventio nella creazione poetica, successiva all’immersione nella lettura e nell’ascolto dell’altro-da-sé, o meglio dei suoi versi, che nella loro corporeità, innanzitutto, si prestano all’incontro con le affinità così come con le difficoltà, con la «scintilla euristica» (Cerro) così come con lo scavo. Cerro scrive di una ‘sfida’ ‘a mani nude’ che interroga il verso e va alla ricerca di una corrispondenza interiore

Cerro si incontra e si confronta, come è stato già riferito, con ventuno voci poetiche e con i loro testi. Le ventuno voci poetiche, quelle di Giacomo Di Manna, Irene Sabetta, Mariapia Crisafulli, Antonio Vanni, Stefania Giammillaro, Patrizia Baglione, Elisa Nanini, Carlo Giacobbi, Marta Celio, Chiara Mutti, Eda Özbakay, Lucilla Trapazzo, Simone Principe, Anna Maria Curci, Angela Greco – AnGre, Maria Pina Ciancio, Marina Minet, Carmine Brancaccio, Giansalvo Pio Fortunato, Giuseppe Vetromile, Carlo Di Legge, appartengono ad autrici e autori di età, formazione e poetiche differenti. Di ciascuno di essi è possibile leggere, sempre nella Premessa, le caratteristiche salienti, individuate, con il dono della precisione e della sintesi, da colei che li ha scelti, oppure li ha accolti su loro proposta.

L’analisi di alcuni passaggi da Corrispondenze può illuminare circa i procedimenti adottati da Maria Benedetta Cerro, nonché sugli esiti, oltremodo efficaci. I procedimenti sono di due tipologie: “a specchio” e “in dialogo”. Nel primo, il testo di Cerro è collocato, come in una traduzione con il testo a fronte, nella pagina successiva a quella del testo ‘fonte’ di volta in volta proposto; nel secondo, i versi dell’autrice o dell’autore sono in corsivo e riportati sulla colonna a sinistra della pagina, mentre la ‘risposta’ di Maria Benedetta Cerro è in tondo nella colonna di destra.

Nel testo ‘a specchio’ di quello di Simone Principe, per esempio, ovvero la poesia di questi che il titolo Individualità, Cerro amplia il repertorio delle immagini, dominate in Principe dalla luce della “cortesia”, passando dalla “particella umana” del ‘testo fonte’ al «pane condiviso», alla «particola di un’ostia», al pane e al coltello, al nutrimento e alla ferita. Accanto al termine “amnesia” di Principe, Cerro aggiunge il verbo che provoca il vulnus: «si ferisce per amnesia», parola che ella poi inserisce anche nel testo ‘in dialogo’ con un altro testo di Principe, quasi a voler sottolineare una continuità di motivi conduttori (i testi appena menzionati sono alle pagine 66,67,68 del volume). 

Con il testo di Patrizia Baglione, che si apre con un esplicito richiamo al Salmo 56 (57) – Proveremo a svegliare l’aurora/ per cantarle la nostra frattura – , Maria Benedetta Cerro risponde nel testo ‘in dialogo’ con una rima baciata e con una rima interna rispetto a “frattura” e con un’immagine che a questa, alla frattura, contrappone l’unità: «All’orfanezza e alla primogenitura/ diremo di quel giorno/ in cui ogni giuntura era unità.» (p. 40).

Il ritmo drammatico che Maria Benedetta Cerro conferisce a molti testi, sia in quelli ‘a specchio’, sia a quelli ‘in dialogo’, emerge con particolare evidenza nell’incontro con i testi di Giacomo Di Manna, Mariapia Crisafulli, Maria Pina Ciancio, Carlo Giacobbi, Anna Maria Curci. Altrove, come con i testi di Marta Celio, Chiara Mutti, Lucilla Trapazzo, Giuseppe Vetromile e Carlo Di Legge, spicca la consonanza nella modulazione della voce dell’io poetico; con i testi di Angela Greco-AnGre e con quelli di Carmine Brancaccio, gli accordi sono sulle tonalità del “tu”, di un interlocutore che non perde la forza dell’interrogazione. Sulla multidimensionalità della parola e del suo collocarsi in un sistema più ampio, Maria Benedetta Cerro dialoga con Stefania Giammillaro e Giansalvo Pio Fortunato, sulla natura con Marina Minet e Elisa Nanini, sulla memoria ferita con Irene Sabetta, Eda Özbakay e Antonio Vanni. 

Di ciascuna voce Maria Benedetta Cerro coglie e rilancia peculiarità e pieghe nascoste, rivelando, talvolta, tra le righe, l’eco di versi tradotti dalla ‘voce’ con cui dialoga e dunque a lei particolarmente cari: «La notte che annoda le ore/ che scava buche al mio vagare oscuro» (p. 71); nel testo ‘a specchio’ al mio Ha ondulato i capelli la notte, ritrovo tra i versi di Maria Benedetta Cerro quel vagare oscuro, con cui ho reso “dunkles Wandern” di Georg Trakl dalla sua poesia Anima dell’autunno. Un indizio, una traccia, un legame, un ponte: motivi, insieme ai tanti altri, per i quali l’opera di Maria Benedetta Cerro merita attenzione, ascolto, riconoscenza. 

Maria Benedetta Cerro, Corrispondenze. Proposte di interazione e scrittura poetica, Macabor Editore 2025. In copertina e nel testo: opere di ©Antonio Poce 2024,2025