Con il lapis* #52: Se mi conosci… di Vincenzo Mastropirro

a cura di Anna Maria Curci

 

Con il lapis* #52: Vincenzo Mastropirro, Se mi conosci…, introduzione dell’autore, nota alla poesia “Se vorrai” di Angela De Leo, Fara Editore 2024

Scrivo una lingua parlata

con una matita incerta.

Scrèive e parle, parlo e scrivo

e appunto sillabe storte

suono parole e batto il piede

cume se fosce ind-a la banne

come quando suono in banda

per raddrizzare il ritmo che c’è 

nel corpo aggrinzito del dolore

e nelle mani callose del popolo

che non conosce nessuna poesia

ma se ‘ngande nanze au flecornèine

muore d’incanto al suono del flicornino

(p. 50)

Scritto sia nella lingua italiana, sia nella lingua materna, vale a dire nel dialetto di Ruvo di Puglia («Appartengo a una lingua terrificante/ in equilibrio tra Murgia e Mare», p. 62), il volume di Vincenzo Mastropirro Se mi conosci, vincitore del concorso Faraexcelsior, si inserisce armoniosamente nell’opera poetica dell’autore e ne sviluppa le direttrici che, fin dal primo libro pubblicato, hanno caratterizzato la sua scrittura. 

Una di queste è indubbiamente la riflessione sulla lingua, che assume caratteristiche molteplici: confessione/ammissione su modalità e limiti dei propri strumenti compositivi, espressivi e comunicativi, sprone e slancio nel proseguire l’esplorazione delle risorse, favorendo l’incontro con altri linguaggi, in primis quello della progettazione e dell’esecuzione musicale.

Sin dagli esordi, Mastropirro si è definito poemusico e nel testo proposto in apertura poesia e musica duettano mirabilmente proprio nell’affrontare la sfida di motti e ritmi che di sé dichiarano di essere “storti” e “incerti” e che pure mirano allo stupore, all’incanto, a provare stupore e incanto e a suscitare stupore e incanto, come avviene per il popolo dalle «mani callose» che «muore d’incanto al suono del flicornino».

Uno dei motivi conduttori della raccolta è proprio quello dato dal titolo, che ripete un intercalare della madre dell’artista, riferito in italiano nel titolo. Come annunciato nella Introduzione dell’autore e dimostrato da ogni singolo testo del volume, il dolore per la perdita della madre Anna (Ninetta) si intreccia alla “voce a lei dovuta”,  nel ricordo riconoscente del tesoro (U trugne, “Il salvadanaio”, p. 31) di doni ricevuti, in affetto – un bene lontano dalle ostentazioni e tanto più solido – e in saggezza, così come nei rimbrotti, ruvidi ma efficaci e, soprattutto, nella consapevolezza di un impegno che lo scrittore assume, vale a dire quello di rendere quel bene con i versi multiformi e multilingui della sua poesia. 

Toni e temi diversi caratterizzano questa raccolta, che unisce l’intimità della condizione esistenziale messa a nudo (U prefiume , “Il profumo”, p. 41; “c’è un lato bello nelle parole”, p. 47), alla sacrosanta indignazione per la violenza perpetrata sugli ultimi del mondo (È ovvio, p. 65), a un sentimento del sacro che supera ogni confessionalità e che, dalla passione subita nella carne,  spicca il volo per le vette somme dello spirito (L’airone, p. 67), nella coscienza limpida e con le note vibranti della convinzione che ogni atto creatore di bellezza che si consegna all’ascolto, alla visione di altri umani, non può non essere un gesto di condivisione, in tal senso politico nel significato più nobile del termine.

Con il lapis raccoglie annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura della raccolta a partire da un testo individuato come particolarmente significativo.