Ciriminacchi (Piccolezze), di Grazia Scuderi. Tra i frammenti della parola

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

 

Sintesi e chiarezza espositiva in questo primo esito in dialetto siciliano di Grazia Scuderi, libro pubblicato dalle Edizioni Novecento ( Collana Costellazioni, 2019) in cui slittamenti e sovrapposizioni temporali (il passato, il presente) non spezzano anzi condensano l’armonia d’una parola ponderata, precisa intorno alle cose minime, agli oggetti di un tempo o compresenti in un percorso introspettivo che registra piccoli e grandi eventi. Che si tratti di una sedia rotta, dell’umile e solare quanto spontanea acetosella o di un balcone vuoto, di un centrino sul tavolo o di un ditale da cucito, sono cose semplici, Ciriminacchi, piccolezze, appunto, ma rumorose, e in più capaci di produrre cerchi concentrici risalenti dal fondo dell’anima, come accade quando si butta un sasso nell’acqua ferma.

Piccole in apparenza, dunque, le minuterie delle quali la poetessa catanese scrive; preziosi frammenti memoriali scelti e raccolti con cura per dare voce al nucleo dei sentimenti, al sentimento della vita con le parole del tempo andato, anche se talora le parole stesse sembrano essere sbriciolate dal peso degli eventi. Raccoglierle e ricomporle nell’interezza della forma quanto del significato è gesto di attenzione amorevole, di delicata tenerezza perché non la mano, ma le dita (accorte, di delicata presa) prenderanno a una a una le parole-briciole, particelle di cibo da portare alla bocca, per riassaporarle ppi non perdiri nenti di chiddu c’ha fattu (per non perdere niente di quello che hai fatto).

L’atto simbolico dell’auto-nutrizione è un forte richiamo di quella primaria alimentazione linguistico-affettiva familiare ricevuta ovvero dell’oralità trasmessa di bocca in bocca una generazione dopo l’altra; per ciò è ineludile in Grazia Scuderi il tentativo di esorcizzarne la perdita, poiché la lingua primaria è, a tutti gli effetti, educazione sentimentale.

Guardarsi dentro, guardarsi intorno, anche, significa censire e valutare ciò che si è perso e ciò che è rimasto; ed è andando incontro a se stessi che ci si incontra con le proprie emozioni e nasce la riflessione di tenere a sé ben strette le parole che camminano, fanno strada, si allontanano, e talvolta non tornano. Ma come scongiurare il vuoto di parola, a chi rivolgere l’accorata richiesta di aiuto per ritrovare integra la voce di un tempo se Mi mangianu a lingua /e nun mi n’accurgii./ Chiossai di tri paroli /ormai nun sacciu diri (Mi hanno mangiato la lingua/ e non me ne sono accorta / Più di tre parole non so dire)? Se, scrive la poetessa, Quannu (…) i paroli scumparunu / u munnu s’arrusbigghia cchiù poviru e non può essere compiutamente detto?

Alla figura affabulatrice e sapienziale dell’antenato è data l’autorevolezza, viene affidato il compito ausiliare di ritrovare le parole giuste: cuntammilli tu / i tempi / e i paroli (raccontameli tu/i tempi/e le parole). Indice di precisione, di accuratezza, di equilibrio tra ragione e sentimento, la poesia di Grazia Scuderi, pur attingendo ai temi della tradizione poetica (ricognizione memoriale, anche, tra modi di dire, locuzioni passate in proverbio con cui esprimere le vicende anche di spicciola quotidianità su cui si regge il tempo umano) ha il merito di rappresentare “con lucidità e con una intensa innervatura emotiva” (dal risvolto di copertina) un percorso personale, la ricerca di ciò che davvero conta con parole utili e chiare avverso la povertà linguistica mimetizzata da continue quanto inutili parole a sperpero o dagli anacoluti frutti d’un parlare impreciso, iper-veloce, niente riflessivo (Parra ppi diri scunchiurutaggini. / E si muzzica a lingua /a sangu, / ppi chiddu ca ha dittu / e ppi chiddu ca n’ha dittu (Parla/per dire stupidaggini./e si morde la lingua / a sangue,/per quello che ha detto/ e per quello che non ha detto).

Ai versi liberi, per lo più brevi, fa da contrappunto l’uso della rima baciata o alternata da cui deriva un’eco, una sonorità indicativa il ritorno d’una parola esatta di peso e di misura, la resistenza di questa e anche la speranza in essa riposta: ché non pò fari cchiù scuru ‘i menzannotti (non può fare più buio di mezzanotte), modo di dire duplicatore di senso: l’oscurità dei tempi che viviamo, e l’attesa della prima ora di un giorno nuovo.

Grazia Scuderi, avvocato, è nata a Catania nel 1964: Suoi scritti sono stati pubblicati sulle riviste Quaderni di sociologia e La Terrazza. Ha pubblicato la plaquette di poesie in italiano Armonie e dissonanze (2014)

 

Maria Gabriella Canfarelli

 

 

Pubblicato il5 febbraio 2020