Davvero “C’è ’n’aria scapijata” nella raccolta di poesie romanesche di Maurizio Rossi che segue di dieci anni la pubblicazione di Cercanno leggerezza del 2015. In quale senso va intesa questa affermazione che riprende il titolo di questa raccolta pubblicata in questo anno 2025 dalle Edizioni Cofine? Uno dei significati possibili è quello di un confronto con la poesia romanesca, talvolta divertito, talvolta pensoso, ma sempre libero nell’espressione, pur consapevole del peso e del ruolo della tradizione.
Nella sua Nota l’autore riconosce che la forma del sonetto, alcune rime e alcuni termini del dialetto possono trasmettere l’idea di un tono prevalentemente scanzonato, che esclude la malinconia, la riflessione critica, l’indignazione nei confronti di un tempo spesso ostile all’umanità intesa come genere umano e come sentimento di solidarietà e concordia; d’altro canto, tuttavia, la sfida di una poesia in romanesco che sappia estendere le proprie corde su più temi e su più toni, sia all’interno sia all’esterno di schemi di metrica e di rima, è qui accolta con piglio creativo e autonomo, anche con una “aria scapijata” che, fuori dal chiuso di polemiche sterili, sappia cogliere e diffondere un vento innovativo tra la poesia in romanesco, senza mai indulgere nella retorica e nell’autocompiacimento, con uno sguardo volto alla storia individuale e alla storia collettiva, al «sugo de la Storia» (A la fermata), in un tempo che necessariamente corre affianco dell’io poetico e muta continuamente.
Le cinque sezioni in cui è articolata la raccolta – Er vecchio poveta, La cura de li malanni, Sognati e strasognati, Filosofia, A spasseggio – danno prova dell’ampiezza degli argomenti, delle situazioni, delle età, delle stagioni e delle circostanze in cui si muovono le poesie romanesche di Maurizio Rossi.
Alla varietà di ritmi e di schemi, alla quale accenna la Nota dell’autore, si unisce una gamma piuttosto ampia di sentimenti: ironico, malinconico, sarcastico, affettuoso, realistico, pacatamente esortativo.
Così, per esempio, le quartine di L’incanto der ciclista non sono in rima e i singoli versi presentano diverse misure, quasi a preparare l’effetto sorpresa del finale, anche attraverso l’inserimento di una battuta coronata dal punto esclamativo. Nel testo Profumo la strofa è una sola e i versi sono liberi, quasi a esaltare il carattere immateriale, eppure non meno forte, della percezione mescolata al ricordo. Nel quartetto delle Quattro staggioni ogni componimento, di sette versi ciascuno, presenta la rima alternata nei primi quattro versi e una rima baciata al sesto e al settimo verso. I dodici versi di Er vecchio poveta sono in rima baciata. Qui la rima è perfetta, altrove invece si manifesta il ricorso alla rima imperfetta.
I dialoghi, le battute, gli inserti di discorso diretto esaltano la vocazione teatrale di alcuni componimenti; in altri invece, si offre a chi legge la capacità dell’autore di dare voce all’introspezione.
Il rapporto con il romanesco è vissuto, come si è osservato in apertura, con piglio autonomo e creativo; a questo va aggiunto un lavoro molto efficace, oltre che coraggioso, nel sottrarre il superfluo, cogliere l’essenziale – molti versi conclusivi ne danno testimonianza – e manifestare, nelle sapienti combinazioni, la musicalità della lingua scelta per la parola poetica, sì che anche la poesia «s’arisveja tutta scapijata» (Riassomma Povesia).
Anna Maria Curci
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Er vecchio poveta
Eh, me so’ fatto vecchio
me butto ar secchio,
quanno date ’na scossa
ce resteno quattr’ossa,
ma nun frullate via
li libri de povesia,
appicciateli ar foco,
poco a poco
arivano a san Pietro
che li rimanna addietro
a Berzebù.
E chi ce penza più.
A la fermata
A la fermata
l’edicola arimane triste e vòta
nisuno chiede più carta stampata.
Cor diggitale,
l’omo cià la notizia quanno vò
nun perde tempo co’ l’editoriale!
Io me li sfojo
si annereno le mano è pure mejo,
è sugo de la Storia e l’ariccojo!
Profumo
Er celo griggio paro paro
er viso m’annisconne
e quelo sguardo pittato
de gaiezza. Ner silenzio
la voce sua è fumo che respiro
e me sprofuma drento.
L’incanto der ciclista
La voce der vento m’accompagna,
er soffio de le rote su la strada
alliscia e smucina li penzieri.
La città s’apparecchia a la festa,
’na vocetta chiama mamma, raschia
’na radio… debbotto sbarello
e ’na moto me taja la strada.
Ciò er còre impazzito, m’accosto
a ’na vecchia che dice «Nun ciài più
l’età p’annà in bicicletta!»
L’incanto se n’è ito,
è finito ner vento. Aritorno.
Riassomma Povesia
Qua in periferia a tempo perzo,
vado ariccapezzà la Povesia
er verzo e l’annatura a le parole
e scioje ar sole la tristezza.
Er cane annusa l’aria de matina
e trotterella affianco.
Sur marciapiede l’erba nasce
e cresce tra li cocci e le cartacce.
Roma s’intorza co’ la puzza
der fiato de li menefrego.
Guardo er cane, m’ariguarda: ho inteso.
Comincio a riccoje in d’una sporta,
’gni sorta de monnezza, e poi
la butto ne la bocca der secchione.
Una donna sorte dar portone:
«Questo dovemo fà, penzacce noi»
e se mette ariccoje puro lei.
L’aria s’ariempie de visioni
arisento li sòni de Povesia
che s’arisveja tutta scapijata.