Canzune d’amore di Camillo Coccione

Recensione di Nicola Fiorentino

L’ho dovuto spronare io il mio amico Coccione a pubblicare Canzune d’amore, perché lui, nella sua nota modestia, era alquanto titubante. E gli ho dovuto ricor-dare l’illustre precedente del grande De Titta che, a suo tempo, diede alle stampe Canzoni abruzzesi (1919) e Nuove canzoni abruzzesi (1923). Si è convinto, poi, solo quando l’ho rassicurato che questi suoi versi possono benissimo affiancarsi al resto della sua precedente pro-duzione: autentica poesia in ogni caso.
Certo, le tematiche e la fattura di una canzone sono, in genere, più lievi rispetto ai componimenti concepiti per volare nel sublime. Ed è vero che l’arpa ha un suono angelico, mentre l’oboe rievoca atmosfere pastorali. Ma forse che tutti e due, ognuno a suo modo, non sono in grado di produrre misteriose e soavissime malie? Tutto dipende da chi scrive la musica e da chi la suona! Allo stesso modo un disegno ad acquerello può risultare suggestivo quanto una pittura ad olio se il pittore è un vero artista.
E tuttavia – per fortuna – nel patrimonio della canzone abruzzese, accanto ai capolavori del già ricordato Don Cesare, figurano tante altre bellissime composizioni, come quelle di Luigi Illuminati, Giulio Sigismondi, Lu-igi e Alessandro Dommarco, Evandro Marcolongo, E-duardo Di Loreto, Guido Giuliante, Ottaviano Giannan-geli, Mario D’Arcangelo, ed altri ancora. Per di più, qualche intenditore mi fa notare che persino Guido Al-banese ed Antonio Di Jorio, meglio noti come valenti musicisti, si sono rivelati buoni poeti. Quanto basta per fare della nostra canzone un genere artistico di tutto ri-spetto.
Succede, però, che in questi ultimi decenni essa stia attraversando un periodo di stanca: fatte le dovute ecce-zioni, si sono scritte composizioni a palate, ma di ma-niera, standardizzate, sia nel testo poetico, sia nella ve-ste musicale.
Testo poetico? Si fa per dire. In realtà, il più delle volte si tratta soltanto di parole, non molto diversamente da quanto accade nella rockeggiante canzonetta italo-anglomane, da cui, semmai, si distingue per un po’ di equilibrio in più ed un gusto meno strampalato.
Ben diversamente si offre in questo panorama la lirica intimistica di Camillo Coccione che, in grazia del suo precedente tirocinio artistico, accentua ora la sua attitudine a trasfigurare il reale pervadendolo di sogno e di rimpianto. Sicché, a buon titolo, potrebbe dire con Baudelaire:

Car je serai plongé dans cette volupté
d’évoquer le Printemps avec ma volonté,
de tirer un soleil de mon coeur…

E non solamente il sole, ma il cielo, il vento, le stelle, un sorriso di donna, un canto talora celiante, talaltra nostalgico e malinconico.

Si tu mi li cantisse na canzone,
pe’ st’ànema accirrite di sfurtune,
o fronna villutate, ciclamine,
dentr’a sta notta fredde gne na pene,
si tu mi li cantisse gna cantive
(ssa vocche di garùfene addurave)
nghe n’aria fricagnole che sapeve
di scenne di farfalle e jerva nove,
(Rit.) allore scì, amore,
gne ll’ape nghe lu fiore
i’ m’appusesse doce
sopr’a ssa bbella voce
e mi ni jesse, amore,
dritte ’m paradise
purtenne lu surrise
di ssa vuccuccia tè.

E poi rimpianto: rimpianto di un paesaggio che non è più l’eden della nostra fanciullezza; rimpianto del canto allegro e spensierato che un tempo volava per le vallate; rimpianto di quella coralità che costituiva l’identità, l’anima stessa della nostra comunità e poi è andata sgretolandosi con l’incalzare della massificazione, della globalizzazione e, più recentemente, del totalizzante pensiero unico.

Farfalla pinticchiate
che vvule ’ntorne a scenne scunzulate,
tu mi vû dice, forse, ca n’ ti piace
stu monne piene d’ùdie e senza pace,
addó n’ si trove cchiù felicità.

Non è ideologia, questa, è poesia: ma sorge da una Weltanschauung condivisa dalla gran parte del popolo abruzzese, con cui il Nostro si sente in piena consonan-za. In effetti, non saprei immaginare la storia della no-stra regione senza la canzone abruzzese che, in quanto interiorizzata dai più vasti ceti popolari, si fa essa stessa storia e cultura. Si pensi al rilievo che nel tempo ha assunto l’emigrazione nella nostra vicenda storica e, quindi, al dramma di quanti sono stati strappati ai loro affetti domestici, al loro ambiente di origine. Dunque, di qui il sentimento della nostalgia, un sentimento – direi – connaturato con l’anima abruzzese, così come il fado lo è con il sentire dei lusitani.

So’ partite nu jurne luntane
senza dirte nijente, accuscì,
sulitarie, pe’ munte e pe’ piane,
senza dirte ddó jeve a ffinì.
Sempre sott’a la lune e li stelle,
nu rimite cchiù ssole n’ ci sté,
nu camine de luciacappelle
i’ circheve ma senza sapé.
(Rit.) Addije, addije stu core
cante e ricante ugne ssere,
o bbelle paese mé care
che chiame e mi fa suspirà.
Addije, tempe di sunne,
addije cante di scianne,
ancore ti vaje circhenne
picché nen ti pozze scurdà.

Contraddizioni nelle pieghe di questa poesia? Certo, ce ne stanno: ma proprio queste sono il segno della sua vitalità, del pensiero, cioè, che pencola tra speranza e disinganno, nel tormento del dubbio, del sorriso che si tramuta in lagrime. Come accade, del resto, nell’illusoria ambiguità della vita. Il che, tradotto in termini estetici, ti fa ammirare l’arte dei contrasti, la dialettica dei chiaroscuri.
Un esempio:

Cumete che passe
ci-allume e cci lasse,
la vite è nu cante
che ppo’ finirà,
l’amore soltante
cuntente ci fa.

Nel controcanto, invece:

Arrive da la valle n’aria doce
che porte la frischezze di la sere,
z’abbije nghe nu cante, nghe na voce
ch’arzombe tra li jerve nghe piacere
e scéngele li canne a lu vallone:
di la suriente quest’è la canzone.
(Rit.) Acconte ca l’amore è na pazzije,
che si sprufonne e sperde pe’ la vije,
e ca la vite, acconte, è nu dulore,
zi ’ntròvele gne ll’acque traditore.
Scherze e cante la surriente,
corre e joche e ffa suffrì,
nu suspire, nu lamente,
tra li fiure va ’mmurì.

Se nelle canzoni del passato si lodavano le grazie mu-liebri, magari con qualche ammiccante allusione, qui la donna è soggetto di spiritualizzanti analogie: cielo pun-teggiato di stelle a migliaia, sole che nasce, profumo di un dolce canto, na vuccucce di cente sturnille. E poi, a sorpresa:

Ma gne nu fiore
ch’arluce e n’addore
sî lu mistere
che fa dannà.

E poi la struggente tristezza per la fugacità della vita, delle sue luci, delle sue tenerezze, dei suoi sorrisi. Ed il presagio della fine.

Dure poche ugne cose:
lu silenzie e la parole,
li bbillezze di la spose,
lu papamble ’mbacce a ssole.
Accuscinde fa la vite
che z’abbije a la calate;
ugne vije è na salite,
ugne cante è na stunate.

(Rit.) Quanta cose n’ ci sta cchiù,
ma tu, amore, n’ ci pinzà
ca nu jurne pure nu’
chisà ddó… addó chisà.

In definitiva, è una novità nel panorama della canzone abruzzese questa lirica soggettiva ed intimistica o, se si preferisce, un’eco originale di altri non recenti portentosi esiti. Si muove nel solco della tradizione, ma, nello stesso tempo la rinnova profondamente. Come accade, del resto, alla musica del Prof. Francesco Paolo Santacroce che sa variare, con esiti dolcissimi, il tratto delle melodie e la sequenza delle armonie. Senza obliterare il contributo di altri poeti e di altri musicisti, io credo che Coccione e Santacroce rappresentino oggi una tappa fondamentale nell’ambito del nostro canto regionale. A tutti e due buona fortuna!

Camillo Coccione, Canzune d’amore, stampate per conto dell’autore presso Atena, Grisignano (Vicenza)

Nicola Fiorentino