Annamaria Ferramosca: Andare per salti

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Annamaria Ferramosca, nata a Tricase (LE), vive e lavora a Roma. Ha pubblicato numerosi scritti di poesia e sulla poesia, tra cui: Il versante vero, 1999; Paso doble, 2006; Other signs, Other circles- Selected Poems 1990-2009; Canti della prossimità, 2011; Trittici- il segno e la parola, 2016. Ha curato traduzioni di poeti; vanta riconoscimenti e premi, tra i quali: Guido Gozzano, Camaiore, Pascoli, Lorenzo Montano. E’ nella redazione del portale poesia2punto0. Ulteriori notizie si possono trovare sul sito personale “www.annamariaferramosca.it

 

“L’andare per salti è il mio mai fermarmi, il voler cercare sempre nuove scene, nuovi luoghi dove rinascere…questo andare sempre libero, a volte dissacrante, a volte nostalgico, sempre disarticolato, perfino illogico…Perfino le soste sono imprevedibili e disconnesse…”

Così l’Autrice presenta la sua raccolta, dando una possibile chiave di lettura: il movimento, la ricerca, la rinascita. “Andare per salti” è anche il modo in cui il messaggio neurochimico “vola” lungo l’assone e si propaga nel sistema nervoso e la velocità, unita all’efficacia, ci permette ogni movimento: respiro, passo, moto, emozione. Questa è un’altra prospettiva dalla quale immergersi trai versi della Ferramosca, la cui poesia (secondo la Davinio che ha prefatto la raccolta) “è più dello scienziato che del letterato” ; affermazione che, così estrapolata, potrebbe risultare eccessiva, se non si riferisse al linguaggio e ai toni del poetare che sovente attingono al linguaggio scientifico e a neologismi. Del resto, la Poesia, quando profonda ed alta, attraversa le diverse dimensioni dello spazio-tempo umano e del mito

 

Inversione sull’appia antica

 

qui non sono i miei passi a calpestare

orme millenarie

qui accade un’inversione

è l’antica via che mi attraversa

con le sue dita quadre di basalto

dai talloni fino alla fronte

 

capovolto il tempo

s’accostano le ombre mi parlano

il tono sommesso e familiare come fossero

amici di sempre incontrati al bar

ridiamo nel ricordare le storie note

ma con indulgenza visto che

siamo nell’area del chiaro del vero

in questo tempo oltre il tempo visto che

siamo insieme in tremore

sul margine della notte

ascoltandone il rombo

 

gli occhi vuoti mi dicono

del pulviscolo che siamo

del suo vano agitarsi ma non sanno

di quelle nostre eliche perfette

dell’instancabile stampa della copia

 

non sanno che ci ritroveremo sempre

giovani anziani tribuni imprenditori

schiavi matrone martiri lenoni

la postura forse un po’ meno statuaria

forse un po’ più accigliati o rassegnati

 

lunghi silenzi poi

come un arrivederci

scoppia la nostra risata cosmica

 

(la piccola Nicole mi mette sulla testa

una corona di foglie di piantaggine)

 

assente la punteggiatura, gli spazi ne e tra i versi scandiscono il leggere e il parlare, l’andare per salti, che accade anche nelle dimensioni molteplici del mito e del mistero: queste dimensioni dilatano il pensiero e l’azione stessa, i sogni e i desideri; così che appare sfumata e incolore l’apparente modernità. La Poesia, sinonimo del “fare”, si fa da sé, perché le parole sono senza tempo e “sembra che cadano dall’alto” – come la polvere cosmica che deriva dalla dissoluzione delle stelle – e, come quella, plasmano l’universo

 

sembra che cadano dall’alto le parole

 

della poesia – mi dici –

come da un tremito di stelle

sembra un bruciare di schegge fossili

lampi d’altra memoria che migra

 

hanno esili braccia come leve di luce

a sollevare la grave pietra umana

non vanno per salti loro ma

per larghissimi voli

sulla nostra laguna sconsolata

a intercettare il centro innocente

la forma fetale del cuore

 

è vero è un pulviscolo di parole

che invade l’universo lo informa lo plasma

se ti metti in ascolto puoi avvertire

le onde d’urto nel bosco

il colpo secco della corteccia

il tuffo della rana di Basho

un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose

 

e quella nostra stramba contentezza

nell’ascoltare

 

A volte chi scrive raccoglie questo pulviscolo, che lievemente annerisce un foglio bianco, nel tentativo di snudarsi: “imperfette pagine” che l’Autrice vorrebbe donare – quasi una riparazione – a chi non ha saputo accogliere per fretta, distrazione o grande sonno: un ripensamento esistenziale che coinvolge il sé e per la Poetessa non può non comprendere tutta l’umanità

 

la ferocia dei muri

 

dunque cosa è stato fin qui questo mio vivere?

Forse soltanto un foglio bianco di vertigine

con lievi tracce di nero di sillabe

 

oggi queste imperfette pagine darei

ultimi panni dello snudarmi

a quanti non ho saputo accogliere

(in quanto amici non ho riconosciuto

tracce d’amore già nel nome)

 

tanto sprovveduto è stato l’attraversare

il rombo delle strade senza avvertire

i passi accanto gli urti gentili

tanto distratto il camminare

nella nebbia dell’inquietudine

senza vedere appigli braccia tese

solo la ferocia dei muri

 

degli altri conosco davvero poco

solo un brusio dal mare di smartphone

più nessuno sguardo che mi parli

senza bisogno di parole

so che hanno il pianto in gola e sporadici

sussulti automatici

semiviviamo sotto cieli sbarrati

 

non resta che svegliarci dal grande sonno

insieme vigili a custodire

la forma semplice del pane a fare

la terra chiara di gratitudine

 

insieme

per quel bagliore all’orizzonte

 

Il bagliore all’orizzonte “dove cade l’ultima luce” , l’occidente dell’esistenza, altro non è che l’avanzante futuro dagli “occhi matematici e penetranti”: Fato, Destino, Coincidenza, qualunque sia il nome, pur insensibile e inevitabile, non si può tacere

 

elogio del futuro senza tabù

 

dove cade l’ultima luce

là sulla terra della riservatezza

dove non oso accostarmi

avanza il suo profilo drammatico

 

 

mi lancia nel tempo

i suoi eureka ritmati

come note di fisarmonica

quando improvvise scoppiano

durante i matrimoni

donna che hai accolto nutrito conservato

il seme la bella carne e ti sei liberata

ecco sei stata

ora ti sospingo stralunata

in questa tua chiara stanza del sonno

 

uomo da sempre dominus fiero

in perentorio e avido pensiero

pugnale innestato a ordinare

vincere eliminare

ecco a te il buio che illumina

ogni vittoria presunzione errore

 

ai vivi resta in mano

incorrotto un ramo

aspirazioni e sogni da sfogliare

 

restano tracce di linguaggio di manufatti di macchinari

con la loro usurata grammatica

a dire la speranza e pure l’irreparabile

 

(a volte il destino già occhieggia nei nomi)

 

Certo ai vivi resta “un ramo incorrotto da sfogliare – aspirazioni e sogni – “ resta l’amore, “le onde salento che lampeggiano/ il soffio greco del timo sullo scoglio/ la carezza del tufo/…i piedi nella corrente/…Ogni cosa si riconcilia nell’Amore, ma non certo nel senso che “l’amore mette ogni cosa a posto” – anzi quando si ama, niente è a posto e tutto è stravolto e capovolto- piuttosto è come un legame elettromagnetico, che con invisibili fili tiene assieme l’uomo, la donna e le cose celesti e le terrestri. Sovviene il Mario Luzi de “Il viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”: la Poesia, in fondo, è lo “Stonehenge” che “raccoglie” ogni Poeta!

 

dal monte al mare concordi le soluzioni della natura dell’amore

 

lungo i fianchi del monte il silenzio

scuote appena la notte

in alto prendono consistenza

i fili invisibili che tengono fisse le stelle

 

questa concavità di valico ristora

il mi respiro in corsa

l’erba mi attraversa smagliante

mi fa scivolare a valle con l’entusiasmo

potente di valanga

ti raggiungo

 

il tetto della tua casa ha canali d’aria

vi passano suoni del tempo trascorso nelle stanze

ma appena entro il rimpianto ammutolisce

sa che posso scaldarti già guardandoti

 

ti performo la scena d’amore

le onde-salento che lampeggiano

il soffio greco del timo sullo scoglio

la carezza del tufo ecco

abbiamo già i piedi nella corrente.

 

Annamaria Ferramosca, Andare per salti, ArcipelagoItaca Ed, Osimo (AN), 2017

 

Maurizio Rossi

 

 

9 Agosto 2017