Forse non c’è modo migliore per conoscere una città, un paese o una regione che quello di farsi guidare da uno scrittore, per la prospettiva unica e straordinaria con cui ci permette di apprezzare il cammino. Abbiamo conosciuto Trieste con Saba e Svevo, Napoli con Di Giacomo ed Eduardo, Torino con Gozzano, Castelvecchio di Barga con Pascoli, la Lucania con Levi e Scotellaro, l’Aspromonte con Corrado Alvaro, la Verna con Dino Campana; la stessa Roma ci apparirebbe con occhi diversi se a presentarcela fosse Belli o Pasolini. Restando in Abruzzo, pensiamo alla Raiano di Giannangeli, alla Lanciano di Rosato, alla Teramo di Sgattoni, alla Tione di Massimo Lelj, all’Ortona dei Dommarco…
Lo studioso aquilano Gianfranco Giustizieri ci fa conoscere la sua città mettendoci a disposizione una guida d’eccezione: Laudomia Bonanni (a lui dobbiamo importanti pubblicazioni che hanno favorito la conoscenza della figura e dell’opera di questa importante scrittrice). Con questo libro, A L’Aquila con Laudomia Bonanni (Pescara, Ianieri, 2026), il curatore editoriale Peppe Millanta ha voluto inaugurare una serie dedicata al “turismo letterario”, invitandoci a percorrere le tracce della letteratura «come se fossero vere e proprie orme da seguire, per riattraversare quei luoghi con gli occhi dei grandi autori e delle grandi autrici che li hanno raccontati».
Giustizieri struttura la sua opera come una vera e propria guida turistica, facendoci percorrere i quattro quartieri in cui è divisa la città – Quarto di Santa Maria (Paganica), Quarto di San Pietro (Coppito), Quarto di San Giovanni (San Marciano) e Quarto di San Giorgio (ora Santa Giusta) – fino alla zona detta “Fuori le mura” che comprende la Basilica di Collemaggio e il quartiere Torrione. Ogni sezione è corredata di una mappa che illustra la zona presa in questione, fotografie e riquadri che includono approfondimenti su personaggi, edifici, monumenti.
Laudomia Bonanni visse all’Aquila per oltre sessant’anni, prima che gl’impegni letterari la reclamassero inesorabilmente a Roma. Nel capoluogo abruzzese aveva abitato dapprima in Via Garibaldi – dirimpetto a quel Palazzo Bafile che avrebbe fornito le ambientazioni del suo romanzo più celebre, L’imputata (Bompiani, 1959), vincitore del Premio Viareggio – e infine in una non precisata “strada privata” di Via XX Settembre. A proposito della presenza di Palazzo Bafile (da lei ribattezzato “il Casamento”) nell’Imputata, Giustizieri afferma:
Il palazzo costituisce la centralità del romanzo e L’Aquila, città mai nominata, sparge nelle numerose pagine indizi velati facilmente riconoscibili. Le piazzette, i vicoli, le strade, le chiese, gli sdruccioli, gli stemmi scolpiti sui portali, il convento, diventano gli elementi di raccordo dell’opera ed ognuno rivela la città reale, scomposta dalla fantasia descrittiva di Laudomia.
Dunque, L’Aquila viene a tal punto universalizzata che non c’è neppure bisogno di nominarla. In un’intervista a Renato Minore per la rivista “Oggi e Domani”, a proposito di chi cercava di etichettarla come scrittrice “verista” o “regionale”, la Bonanni rispondeva: «Né verista né regionale. Dalla mia regione ho assorbito gli elementi di carattere universale».
All’Aquila, Laudomia Bonanni svolse con abnegazione il lavoro di maestra (nella Scuola elementare “Edmondo De Amicis”, a Piazza del Teatro) e ricoprì a lungo la carica di giudice laica presso il Tribunale dei minorenni; in entrambe le attività si dimostrò sempre vicino ai ragazzi più sfortunati, a quelli che la guerra, la povertà o le difficili condizioni familiari mettevano alla prova. Come sottolinea Giustizieri:
La Bonanni denunciava le molteplici condizioni di vita infantile e adolescenziale, i figli di nessuno, i figli della guerra, della miseria, delle deprivazioni fisiche e morali, i figli di generazioni successive “vittime” della stessa società di appartenenza, condannati omettendo che la colpa singola esiste in quanto esiste la colpa comune.
In questo libro, troviamo raccolti e distribuiti lungo tutto il percorso attraverso cui siamo guidati dall’autore, passi di romanzi, racconti e soprattutto elzeviri (molti dei quali sono frutto della sua lunga collaborazione con “Il Giornale d’Italia”) in cui Laudomia Bonanni restituisce un ritratto inedito della sua città. Se da un lato vediamo il distacco analitico e l’interpretazione estetica dell’osservatrice, dall’altro non possiamo non percepire l’attaccamento a quei luoghi che ne avevano catturato lo spirito e l’immaginazione. Leggiamo, ad esempio, la descrizione di uno dei suoi “vagabondaggi” aquilani:
E se si lascia il corso, standardizzato dall’intrusione del nuovo, se ci si addentra per le traverse nei vicoli, fino alle Porte e alle Mura, ancora c’è la pietra biscottata dal sole di secoli (certe pareti a picco del castello sembrano croccanti), ancora serba la sua faccia autentica. Sono stati questi i miei vagabondaggi dell’estate.
È un susseguirsi di piazze e piazzette, ciascuna col suo palazzo settecentesco […], a fronte la chiesa coi rosoni, il cui traforo ha sopravvissuto a terremoti e guerre, i portali a colonnine e bassorilievi – i duecento leoni acquattati si ritrovano spesso – festoni nicchie statuine. E dovunque preziose bifore (quando non otturate a mattoni), modanature di pietra alle finestre, portoni a sesto acuto con stemmi nobiliari, ricorrente l’emblema di San Bernardino: un santo che ha la sua magnifica chiesa, non nostro, il toscano dalle prediche bonarie e frustranti, così affine per certi versi allo spirito caustico degli aquilani. E c’è la incomparabile basilica di Collemaggio, dove Celestino papa umile e fortissimo, arrivò cavalcando un asinello.
In questo squarcio possiamo trovare gli elementi essenziali della narrativa “turistica” della Bonanni: l’attenzione ai particolari artistici e architettonici, resi talvolta con gusto lirico (la pietra “biscottata dal sole di secoli” e le pareti del castello che paiono “croccanti”), la consapevolezza del valore storico (se L’Aquila è sopravvissuta, in un continuo processo di ricostruzione, ai terremoti del passato, ora viene minacciata dalla “intrusione del nuovo”) e religioso (bellissima, come nota lo stesso Giustizieri, la frase su Celestino V che, in poche parole, viene rappresentato nella grandezza della sua umiltà), la nota di costume (ironizza sullo “spirito caustico” degli aquilani che sembra riecheggiare le prediche di San Bernardino da Siena).
La descrizione dei luoghi è sempre occasione per raccontare la varia umanità di chi li vive. Ad esempio, parlando dei portici di Corso Vittorio Emanuele, l’autrice ricorda come, oltre a rappresentare il ganglio della socialità cittadina («No, non c’è pericolo all’Aquila di non incontrarsi»), essi fungessero da vetrina per le “ragazze da marito”:
Una volta madri e zie ve le conducevano a spasso – giù e su, su e giù, per ore – o le tenevano al caffè – dentro, dietro le vetrine, d’inverno; fuori, ai tavolinetti, d’estate – allo scopo di mostrarle e acciuffare il buon partito: così, al volo: là sotto. La grande agenzia matrimoniale dell’Aquila.
Invece, nel Centro rieducazione per minorenni l’autrice assisteva a un via vai di ragazzini “senza speranza” a cui sentiva di non poter negare il riscatto della sua fiducia. Così, in un toccante articolo del 1940, poi incluso in Vietato ai minori (Bompiani, 1974), la Bonanni racconta la “libera uscita” di due ragazzi che aveva avuto il permesso di portare fuori con sé in occasione della Befana:
Non dimenticherò quella passeggiata fra i due ragazzi con la scorta dell’agente. Era già buio, una sera freddissima di nebbia vischiosa. Ma ai due ragazzi evidentemente piaceva, fin la nebbia pareva renderli felici. Zinzin trotterellava con un gaio risetto sulle labbra, Stelvi scansava i lembi della mantellina e gonfiava il petto nel respiro. Guardavano le luci smorte dei lampioni nella nebbia come fossero razzi di festa. Forse da mesi o da anni non vedevano la città di sera e ad essi pareva bella e prodigiosa, come eccitante la nebbia era ai loro petti avidi.
Ecco come la città finisce per “annebbiarsi”, perdendo le sue linee, i suoi contorni; il suo valore non è che negli occhi di quei ragazzi capaci di goderla in modo assoluto, totale, visionario: affrontare la vita con “petto avido” è appannaggio della fanciullezza. Serve uno spirito sensibile, ad esempio, per fare caso ai “Gigli del terremoto”: fregi ad ornamento dei capochiavi delle catene che circondavano gli antichi edifici per preservarli dalle frequenti scosse sismiche. Con una frase, Laudomia Bonanni sancisce la regola basilare di ogni viaggio che voglia essere scoperta, rivelazione: «Ma bisogna saperlo e alzare gli occhi, altrimenti non si vedono». Petti avidi e occhi consapevoli: così si affronta un viaggio.
Oltre alle dissertazioni architettoniche, artistiche e autobiografiche, non mancano quelle naturalistiche, che nascano dalla visione del Gran Sasso o dalla passione dell’autrice per la pianta di alloro. A tal proposito, nel cercare l’origine di un toponimo presente soltanto negli scritti bonanniani, Giustizieri ipotizza che il quartiere Torrione sia stato ribattezzato Lauretano in virtù del piacevole ricordo che legava la Bonanni sia a quella zona – da cui provenivano le lavandaie che, durante la sua infanzia, portavano ottime ciliegie – che alla pianta dei poeti. Come meglio sugellare l’amore per la propria città se non ribattezzandone un intero quartiere…?
Dobbiamo ringraziare Gianfranco Giustizieri per averci accompagnati, con il lento pede del pellegrino (che al cammino offre la pazienza dello sguardo e l’appetito del cuore), alla scoperta di una grande autrice prima ancora che di una splendida città; leggendo queste pagine, si capisce come le due entità siano difficilmente scindibili (forse nemmeno la Bonanni ne era pienamente consapevole). Con buona pace degli storici, L’Aquila migliore è nelle pagine di una scrittrice…
