Adèss av cont (“Adesso vi racconto”) di Laura Rainieri

di Paolo Briganti

 

Adèss av cont (“Adesso vi racconto”) dice il titolo del nuovo libro di Laura Rainieri, un sorprendente libro di poesie in dialetto della Bassa parmense, con testo italiano a fronte: elegante e commovente libro di una “parmigiana ariosa” (parecchio “ariosa”, perché nata a Fontanelle di San Secondo, cioè più vicino al Po che a Parma) che, vivendo oltretutto da un sacco d’anni a Roma – cioè in tutt’altro mondo, vastissimo – non ha tuttavia mai dimenticato casa sua, i luoghi della sua nascita, dell’infanzia e dell’adolescenza, la sua gente, di quando per lei il capoluogo era appunto la già lontana Parma. Elegante il libretto perché di stampa nitida e raffinata (Cofine, Roma, 2024); commovente per questo “ritorno” alle origini ormai distanti, nello spazio e nel tempo (la Rainieri è del ’43) e pur sempre, quelle sue origini, vicine dentro, nel cuore. Anzi vicinissime. 

In mezzo, tutta una vita. Dopo essersi laureata a Genova in Lettere Classiche (tesi in “Letteratura umanistica” su Teofilo Folengo), Laura s’è dedicata all’insegnamento di Lettere alle superiori, all’inizio a Parma poi, nel ’72 e per sempre, a Roma, integrandosi benissimo nel vasto orizzonte della Capitale, in attività – tra scuola ed altri enti di cultura – di condivisione e partecipazione. Comunque, pur lontanissima da Parma e dal Parmense, ha continuato a rimanere tenacemente legata ai suoi luoghi d’origine, nei quali è tornata via via nel tempo; e alla sua terra ha dedicato molte pagine della sua creatività letteraria (vari libri, in poesia e in prosa), fin dalla prima raccolta poetica, del 1997, La nostra spada, la parola; tanto da fare, di quella “terra d’una volta”, un vero leit-motiv che percorre l’intera sua produzione: penso in particolare al racconto in versi La Bassa piana e le Fontanelle (2019), quarta delle sue cinque raccolte (fino a ieri). Ma, quelle, sempre in lingua, mai in dialetto. 

Ecco invece ora, sesta raccolta, questa Adèss av cont, in dialetto della Bassa parmense – abbiamo detto – a partire dal titolo stesso, in cui l’accento di “Adèss” indica la “e” apertissima (non quella chiusa del nostro “adésa” del parmigiano “centrale”). Quel suo dialetto appreso dalla nascita era allora l’unica sua lingua. Ce lo dice, proprio ad apertura, in un realistico e commovente quadro vivente del suo primo approccio alla scuola: «In bragheñi som andada / a farum nutàr. / Nutàr? – A iscriverti in prima elementare – / m’a arpiunà la maestra» (cioè: «In pantaloncini sono andata / a farmi segnare. / Segnare? – A iscriverti in prima elementare – / m’ha redarguito la maestra»). Già perché il dialetto era la lingua degli ignoranti, «una cosa brutta, sporca, adatta ai poveracci». Allora la piccola Laura, con vergogna, con «una piaga nel cuore», ha preso in mano i libri: «i’ho ciapà in man i lebar / par studiar cla lengua straniera / ’na veta intrega / bandat talian c’andava mia so» («ho preso in mano i libri / per studiare quella lingua straniera / una vita intera / quel benedetto italiano che non andava giù»). 

E adesso che invece Laura l’italiano lo sa («ne so un po’»), lo sa molto bene, è il tragitto inverso, di recupero di un passato, lontano sì, ma mai dimenticato. E «al ponsa al dialàt al ponsa / par gnir a la lüsa / putén in fàsi / con tot la forsa d’alura / con tot al su prufòm» («punge e punge / per venire alla luce il dialetto / bambino in fasce / con tutta la forza d’allora / con tutto il suo profumo»). È insomma – come dice bene l’accorto prefatore, Pietro Civitareale – il recupero «d’una identità antropologica delle origini, d’una temperie che coincide con la sua infanzia; cioè con la sua iniziale scoperta della realtà delle cose». Si capisce: è il recupero di quel “dialetto di vita”, come sepolto a forza, perché la vita di allora non lo tollerava, ma ora… Ora che le convenienze esterne, ufficiali, sono parecchio mutate, e per lei non contano quasi più nulla, quel dialetto spinge per tornar fuori, come una seconda nascita. 

È dunque una rinascita travolgente, sì, ma non facile se vuole intraprendere la via della scrittura perché, si sa, la “lingua madre” nell’oralità vien fuori “naturale”, se è appunto il dialetto-lingua entro cui sei nato e vissuto, ma nella scrittura comporta tanti adattamenti, accortezze, dubbi grafici, perché i suoni italiani (a vocabolario) non corrispondono quasi mai a quelli di un parlante dialettale (d’ogni dialetto). È una “fatica” scrivere in dialetto, Laura Rainieri lo esprime perfettamente in un’altra poesia della raccolta: «Scabrùs al dialàt da screvar / quand las parla al cora les ’me l’oli / e la vusa l’e ’na melodia»… (cioè: «Scabroso il dialetto da scrivere / quando si parla corre liscio come l’olio / e la voce è una melodia»). 

Sì, è una grata e scorrevole melodia, che un lettore “estraneo” deve cercare di ricostruire per sentirne e apprezzarne i suoni, dominati a queste latitudini dalle clamorose aperture delle “a” (toniche e atone) al posto delle “e” italiane e/o parmigiane, tipo appunto: “dialàt” per “dialètto”/“dialétt”; e “screvar” per “scrivere”/“scrìvor”…; e invece, al contrario, con certe chiusure di “ü” più lombarde che francesi… Dei suoni che dalle nostre parti io ho sentito quasi solo dall’amico attore dialettale, Mauro Adorni (il cui dialetto “sissese” magari, per qualche “nativo stretto”, non sarà proprio identico a quello delle Fontanelle, ma è comunque a due passi), che diceva ad esempio “marlàta da üss” (proprio sentito) invece del parmigiano “marlètta da uss” (gancio da porta). 

Non si pensi tuttavia che, per chi non ha dimestichezza coi dialetti in genere, sia un libro di ardua lettura, perché Laura Rainieri, che è anzitutto una raffinata poetessa in lingua, ha approntato delle traduzioni (quelle cosiddette “a fronte”) che sono l’esatto equivalente poetico dei testi in dialetto, e non tanto perché “letterali”, cioè “di servizio”, ma perché risultano già in sé degli autonomi eccellenti componimenti poetici. Tanto che i testi in italiano sono collocati editorialmente nelle pagine di sinistra (le pagine pari): sono cioè naturalmente leggibili “prima” dei corrispondenti testi in dialetto (nelle pagine a destra, le dispari), e rivestono il doppio ruolo: di poesie in italiano indipendenti e di testi “propedeutici” per i corrispondenti testi in dialetto. Sicché il lettore può gustare interamente il testo in italiano in sé, per poi verificarne “a fronte” le corrispondenti espressioni dialettali. E, così facendo, si accorgerà che l’in-più dei testi in dialetto – bisogna dirlo – non è solo la forza espressiva del dialetto, ma è anche il senso implicito ma efficiente di quel recupero, quello cioè di un supremo, estremo atto d’amore della poetessa per un mondo che ormai vive quasi solo nella memoria diretta di chi quella ormai lontana realtà l’ha realmente vissuta e ne porta dentro indelebili segni di aurorale cultura e d’affetto. 

Ne volete un minimo campione finale? Ecco l’ultimo testo allora, commovente: Mama papà. Prima il testo in italiano (e, sùbito dopo, quello in dialetto): «Mama papà / raccogliete le vostre quattro ossa / fuori dalla buca. / Non siete stanchi di dormire? / È primavera e tutto si sveglia. / “Il gallo canta e non ti vuoi svegliare.” / Un minuto soltanto alzatevi. / Perché “mai” è una parola di cemento / come “sempre” che significa / Eternità. // O aspettate che venga io?». 

Mama papà 
caté so i vostar quattr’oss 
fora dla büsa. 
Siv mia stof ad dormar? 
L’e primavera e tot a sa sdasda. 
Il gallo canta e non ti vuoi svegliare.” 
Un minüd sultant tirèv só. 
“Mai” lé ’na parola ad ciment 
tam me “sempar” ca vol dir 
Eternità. 
O spitev ca vena me? 
Il percorso di recupero di Laura Rainieri – andata e ritorno: dal dialetto alla lingua, dalla lingua al dialetto – mi pare compiuto. Al meglio. 

Paolo Briganti

Pubblicato il 12 maggio 2024 a pagina intera (n. 3) sulla Gazzetta di Parma, nell’inserto domenicale dedicato alle arti contemporanee dell’Emilia