Un attento musicofilo, leggendo questa silloge, può trovare un’analogia nello “Scherzo”, scrittura musicale che Beethoven introdusse nella forma sonata- in sostituzione del “minuetto”- come III o II tempo: più veloce del “minuetto” (nei tempi Allegro, Vivace o Presto), lo “scherzo” punta di solito all’arguzia, alla giocosità e tende ad alleggerire la tensione tra il movimento lento e il finale, distendendo la concentrazione richiesta dall’ascolto; movimento per nulla “leggero”, ma di spessore e di contenuto, a volte con sfumature drammatiche.
Lo stile dotto, la cura nella composizione, la “semplicità” apparente e la fluidità del verseggiare- unite alla non eccessiva lunghezza che dà rapidità alle poesie- ricordano la scrittura musicale e la finalità dello “Scherzo”; si sorride, piuttosto che ridere, sulle “ore del terrore”, scandite dai dolori e dalle assurdità intime e sociali. Aleggia una velata atmosfera di morte, che -poiché pervade tutte le composizioni- genera uno stato di disperata speranza, o di malinconica allegrezza.
Lo stile insistito, pur nella varietà ampia e articolata dei temi trattati, esprime l’originalità del Consorti, ma ne scopre anche una certa “uniformità” di lettura delle vicende umane e personali; uniformità da o per la quale il percorso poetico può certamente evolvere, sempreché l’Autore ne senta la necessità.
Molto spesso traspare una domanda- più o meno dichiarata e ancor prima riconosciuta- di comunicazione e di relazione, anche nelle composizioni apparentemente “solipsistiche”; l’uso frequente della rima e il verseggiare libero, ma decisamente ritmico, facilitano la lettura e predispongono ad accogliere temi profondamente umani, spesso disperati o dissacranti.
La raccolta si compone di tre parti: Le ore del terrore; Preghiere e bestemmie sincere; Spoon river Italia, della quale è facile cogliere il riferimento al Poema di Edgar Lee Masters, non solo nel titolo, ma nello sviluppo della tematica.
Dall’ultima sezione ho scelto quella che a mio giudizio la riassume ed rivela il pensiero del poeta
XXVII
A trentun’anni
già avevo pronta
la frase per la lapide
l’ho coccolata
l’ho limata
poi l’ho tenuta con me
come un testamento
più a lungo di quanto sia durato
il mio matrimonio e ogni lavoro
Solo a settant’ anni ho cominciato
a trovarla datata
e a settantadue
quando è giunto il mio momento
l’ho scartata
Ve la lascio se può servire un epitaffio
nuovo di zecca e mai usato
Non sempre concordo con quello che penso
Non sempre la vita o la morte hanno un senso.
Da “Preghiere e bestemmie sincere” mi piace segnalare:
Un’altra alba
Lì vicino a Dio
e accanto al posacenere
ti ho lasciato una cosa da leggere
L’ho scritta in una lingua
che non conosco
sotto dettatura di una voce
che masticavo a stento
infedele come uno specchio
Leggila a tuo modo
annusando le parole
balbettando ad alta voce
o reso muto dallo stupore
aspettando un’altra alba
incensurata
senza più morte né speranza
Medita e dimentica
Quando poi l’avrai terminata
prima di rimpiangerla
poggiala di nuovo accanto a Dio
ma un poco più vicino.
Fessura di clausura
Affacciarmi da questa fessura
mi fa apprezzare ogni volta di più
la mia clausura
A volte scovo la luna
oppure le stelle
timide dietro la nebbia
o oscurate da qualche insegna
Oggi ho scorto un uomo
che mi ha fatto una foto
come se fossi un’attrice famosa
Non so se volesse immortalare
la mia anima o il mio corpo
se le mie labbra
o l’espressione falsa della mia faccia
Magari se rientro
pure in convento mi darà la caccia
Voglio comunque pregare per lui
affinché la sua vita
non sia solamente affacciarsi
sugli attimi altrui.
L’ultima mela
Milioni d’anni dopo
Eva colse l’ultima mela
e addentandone la polpa
per la prima volta
si sentì in colpa.
Della prima sezione, “Le ore del terrore”, mi sembrano interessanti:
Faccio la fila da solo
Faccio la fila da solo
in attesa che qualcuno mi segua
e che questa chiamiamola solitudine
mi dia tregua
Se verrà gli lascerò la precedenza
come se fosse un reduce di guerra
o un altro me in carrozzella
Insieme attenderemo
l’orario di apertura
e una volta dentro ci godremo
la programmazione futura
Sarà bello dividere
le nostre file a metà
e bramare giorno e notte
chi verrà.
L’arca affonda
L’arca affonda
e di noi rimarrà solo l’onta
di una manciata di poesie
che non hanno lasciato impronta
Con rabbia stampo il piede sulla sabbia
per studiare la mia orma
La fotografo e la posto
affinché sia ricordata
Intanto l’arca affonda
e nessuno
filologi o speleologi
la recupererà con una sonda
Del paese resterà solo il nome
È un ricordo sottovuoto
quello del paese
prima del terremoto
Cammino tra le macerie
della zona rossa
e a ogni buco
mi appare una fossa
Presto torneremo sulla costa
il tempo di far finta
di recuperare qualche cosa
anche se mio padre era qui
che avrebbe voluto la tomba
Proprio qui m’indicava
pigiando nel fango la sua orma
Domani il campanile con la croce
il cimitero la pista di bocce
le finestre da dove gli anziani
profetizzavano la pioggia
il vento la bufera i colpi di tosse
qualsiasi cosa tranne le scosse
saranno trapiantati altrove
e del paese resterà solo il nome.
Facce
Facce incredibili
modellate dal freddo e dal vento
dall’età dalla vodka
e da qualche turbamento
Le guardo cambiare allo specchio
senza fare alcun commento
né una fotografia
Uso la macchina
solo per coprire la mia.
Concludo la mia lettura con i versi del Poeta: resta il dubbio se sia più pericoloso il nostro mondo o il nostro io. Ma più spesso il rischio è non aver coscienza del pericolo reale: la perdita di senso dell’esistenza.
Mi trascino a una certa distanza/ dal pericolo che incombe/ e comunque sempre almeno a cento passi/ dalle bombe./ Ma quando di notte mi scopro allo specchio/ vorrei che con noi ci fosse un terzo/ per proteggermi da me stesso.
Simone Consorti, romano, insegna in un Istituto Superiore. Ha pubblicato i romanzi L’uomo che scrive sull’ acqua ‘aiuto’ (Baldini e Castoldi,1999, Premio Linus), Sterile come il tuo amore (Besa editrice, 2008),”In fuga dalla scuola e verso il mondo (Hacca, 2009), A tempo di sesso (Besa, 2011) e Da questa parte della morte (Besa, 2016). Ha raccolto le sue poesie in Perché ho smesso di scriverti versi (Aletti, 2010), Nell’antro del misantropo (L’arcolaio, 2014). Da alcuni anni si occupa di fotografia, ha realizzato diverse mostre personali e sta curando il progetto di street photography “C’era una volta in Europa”. Di recente pubblicazione il suo ebook di fotografia Finestra d’Italia, uscito per Larecherche.it. Dal 6 marzo la sua pièce Berlino kaputt mundi sarà rappresentata al teatro Agorà di Roma.
Simone Consorti, Le ore del terrore, Ed. L’arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2017
Maurizio Rossi
pubblicato l’11 gennaio 2018