74 – MORLUPO

MORLUPO (207 m slm – 6654 ab., detti morlupesi), nella Valle del Tevere è un borgo a 32 km da Roma, è arroccato su uno sperone di tufo, circondato da rupi a strapiombo alla destra del Tevere, presso la via Flaminia.

 
IL DIALETTO DI MORLUPO:
La pronuncia morlupese è caratterizzata da suoni forti e con raddoppiamenti nelle parole che iniziano con le lettere b, c, g, m, n, r, s; non “canta” come quella del castelnovese o del capenese, anche se Castelnuovo di Porto è a 2 km e Capena a 5 km.

  1. I vocabolari e le grammatiche
N. De Mattia delinea così gli elementi essenziali di grammatica (di sintassi è impossibile parlare perché “i nostri padri parlàvino come gni scappava”).
Nei nomi la o del maschile singolare diventa quasi sempre u (cavallo, cavallu); i nomi che in italiano terminano in i, al singolare sia maschile che femminile, cambiano la i in e (’na crise, ’na parentise, un brindise).
Il pronome singolare egli è sostituito da esso/essa, che diventa essu/essa; gli aggettivi possessivi vengono posposti (papà mìu, e vacche sée, i cavalli sìi; da notare pàrimo, màmmita, fitu, zitu: mio padre, tua madre, tuo figlio, tuo zio); nei pronomi e aggettivi interrogativi la forma ‘quale?’ Diventa: quàlu?, quala? (’I vistu Maria? Maria quala? Maria a Zughetta); il verbo essere (èsse) fa al presente indicativo io sò, tu sì, essu è, noi sìmo, voi sìte, essi sò; all’imperfetto ero, eri, era, èrimo, èrite, èrino; al passato remoto: sò statu, sì statu, è statu, fùssimo, fùssivo, sò stati; al futuro semplice: sarrò, sarrài, sarrà, sarremo, sarrete, sarranno; al condizionale presente: io sarrìa, tu sarrìa, essu sarrìa, noi sarrìmo, voi sarrìte, essi sarrìno; le interiezioni più ricorrenti sono: àgghiu!, ùffa!, dàgni!, dàgni dàgni!, lèstu!, a rifacce! (ahi, auff, dài, forza, svelto, basta!).
Da C’era una volta Morlupo (Le nostre radici) di Nicola De Mattia, pur non essendoci un vocabolario, abbiamo raccolto questi termini:
aqquerìa (liquido sieroso che precede l’eiaculazione), babbalone (si dice d’un munellu quànno, co a bocca aperta, piagne e’nseme parla cacciànno a bava, sbavandosi), caracióne (bàttola, sostituiva i campanelli nella Settimana Santa), cuccù (papavero selvatico),
consuprìnu (i figli di due cugini, tra di loro si chiamano consuprini. Quillu, fiu miu, è u fiu de Pèppe, u gugginu miu. A ti, t’è consuprìnu), ncuppulatu (colmo, strapieno; un piattu ncuppulatu de maccaroni), dettupèriu (casino, finimondo), lóto (sporcizia di sudore misto a polvere sul collo e dietro le orecchie), mandulóni (confetti grossi con mandorla che venivano buttati in occasione degli sposalizi), murìgole (more), perchiu (tirchio), pùzza (bacata), ramata (pioggia forte e improvvisa), recchiòzza (lingua di cuoio leggero che, cucita alla tomaia, chiude il collo dei stuvaletti), spulle (scintille), spulletta (pioviggina), trònitu (tuono), viésperi (nespole selvatiche), vità (abitare).
Termini legati alla vigna: rasa (uno dei riquadri in cui si divide), òrdine (porzione di rasa, compresa tra due filari di viti), schiavu (vite allungata lungo il filare), tròppa (la vite, meglio il ceppo), conòcchia (la vite con tre o più tralci, sostenuta da tre canne), piegatóra (il tralcio piegato ad arco), tèsta (il tralcio corto – con due “occhi” – per la continuità della vite), ócchiu (gemma), càpiti (i getti verdi senza grappolo), furcinétte (viticci), rompàzzu (grappolo), vagu (acino), gràspu (grappolo senza acini), strùcciu (racimolo a tarda maturazione o sfuggito alla vendemmia; ì a strucci: alla ricerca di grappoli dimenticati), riraschià (zappare senza andare in profondità), scacchià (togliere i getti o succhioni: i càpiti), legà (fermare i tralci coi véttuli: fili di ginestra), palà (fermare le viti alle canne di sostegno), ripassà (togliere ancora i getti), vilignà (vendemmiare).
Vitigni tipici di Morlupo: rosciòlo, marvasia, aleàtico, cepparòne, cacciatèule, pizzutèllo.
Termini connessi con la cantina e il vino: quadraccióne o catenàcciu (grimaldello in ferro cilidrico, che scorre dentro anelli di ferro fissati alla porta), femminèlla (utensile in ferro con un foro e una capocchia che infilato nel foro d’u catenàcciu, lo arresta), gregaròla (botte di 10 barili), l’acetella (mix di acqua e aceto).
 
2. I proverbi e i modi di dire
Due proverbi di MORLUPO: Roma arsa a lupa: / e Morlópu u lupu! (Roma ha per simbolo la lupa e Morlupo il lupo). Tra Montàculi e Sant’Andrea c’è ’na botte d’oro piéna. / Chi a troverà, poverettu nun sarrà.
E alcuni modi di dire:
La zzàmpe me fanno béghete béghete (le gambe mi tremano); oh frégna! (si dice quando uno rompe); dàmmine’na ’nticchia, ’n cinicùgghiu,’n cinichéttu (dammene un po’), oh cogghiò! (e bravo!), quìssu chèsso (quello lì), quill’anticóne! (quel rozzone!), dàmmine ’n chiuvéllu (dammene una manciata), quillu sta ’ntrucià co Maria (quello sta perdendo tempo con Maria), morirà a denti sgrignàti! (morirà rodendosi i denti!).
A cerca era un modo di fare igiene eliminando parassiti. Lo descrive N. De Mattia: “Di solito la bonifica veniva compiuta con l’aiuto di una pettinina: un pettine con la dentatura molto stretta. Specialmente quando i capelli erano corti. Quando erano lunghi, ci si serviva delle dita delle mani. La mamma diceva: a regà, vié pupò ccà, che te cerco. Poneva la testa tra le ginocchia. E cominciava l’operazione. Il movimento delle dita delle due mani, con moto ritmato, alterno e svelto, aprivano delle ‘autostrade’ sulla testa del figlio. E l’insetto veniva catturato e schiacciato tra le unghie dei pollici. Nessuno si lamentava. Nessuno protestava. Tanto era normale e comune l’operazione”.
 
3. I toponimi e i soprannomi
 Molti toponimi di MORLUPO figurano nelle poesie di Orlando Mariani, ad es.:
Coccione, Cachinu, Monte Vario, Monte de le Guglie, San Bastiano, Finocchietto, Scentella, Fordinapòrta, Monte delle Guglie, la Casetta, li Monticelli. In “Solo soprannome” O. Mariani ne spiega la funzione: Ciavemo Cacasotto e Cacaritto, / Cacarinali e puro Cacafoco, / Cacone, Cacaia e Cacadritto, / Cacarella e scuseme s’è poco. // A ’sto paese tutti quanti / ci hanno nomi stravaganti. / Vòi trovà qui sicuro un Tizio? Te spiego come: / Chiamàllo solamente a soprannome.
 
In Morlupo: i soprannomi Nicola De Mattia fornisce un elenco di quelli morlupesi, accompagnati da nome e cognome dei titolari e dalla loro motivazione (es.: Piccicadeta, Giuseppe Paoletti, perché aveva due dita della mano appiccicate). Il volume contiene anche 339 soprannomi raccolti da O. Mariani (Paìnu) ed una poesia di Pompeo Alori (1898-1968, detto Porcapaja perché per non bestemmiare aveva coniato questo termine), composta di 271 soprannomi.
Ecco una scelta tra i 584 raccolti da N. De Mattia:
Acciarone: Italo De Mattia. Derivato dal nonno Silvestro che indossava l’acciarone (cappotto di stoffa speciale, guarnito con dischi e fibbie d’acciàru, acciaio); Badò: Mario Venturini; perché basso come ’n badòccu (batacchio di campana); Boccone: Giuseppe De Mattia; suo padre da piccolo andava col nonno a imboccare le gregne (covoni) nella trebbiatrice. Il nonno gli diceva: Bocca boccò, da cui Boccone; Bùrgheru: Augusto Bettelli, di carnagione nera, baffi neri, sopracciglia nere e folta chioma di capelli neri, pareva un bulgaro (bùrgheru); Cammerone: Domenico Quattrini: un tipo struìtu, si faceva interprete dei sentimenti della gente che intratteneva cercando di farla crescere culturalmente (fatica sprecata). Infatti ripeteva malinconico: “Cittadini di Morlupo, occhi de zzappone v’ho lasciatu, e occhi de zzappone v’ho ritrovatu”; Farciatoppe: Mario Bertollini; perché quando giocava a calcio invece di calciare la palla calciava le toppe (zolle di terra); Gruciana: Maria Teresa Cruciani; quando camminava appoggiava le mani ai fianchi, facendo le corna contro le malelingue; Macchione: Luigi De Mattia, padre dell’autore del libro Nicola, perché, da piccolo, mentre pascolava le vacche su per i monti, per evitare le prepotenze dei vaccari più grandi, si nascondeva dietro un cespuglio di rovi (macchione de roghi); Ninninu: Francesco Giudici. Si racconta che vendendo la cicoria dicesse: Chi vò i ciccetti? Mentre il fratello, Stuppinettu, vendeva a suo fianco le ciumache dicendo: Chi pìa e corna? E lui si arrabbiava e diceva al fratello: Vàttine, ché pe’ e corna nun me fai vénne i ciccetti!
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Festa S. Antonio Abate (gennaio). Festa di Maria Santissima Assunta (14-16 agosto). Palio dei Rioni (15 agosto). Sagra della Salsiccia la tipica “Bacione” (ottobre).
 
4.1 Canti
In Rignano Flaminio, Percorso fotografico tra storia e arte c’è il testo della popolare canzone “La Velocissima” che si cantava sin dal 1920; gli autori sono Noè Fontana (ciabattino) e Isaia Moriconi (contadino, clarinettista e capobanda).
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Nelle serate invernali, ricorda De Mattia, suo papà raccontava ai figli le fralonghe (favole) o inventava qualche divertimento come ad esempio: Ciùru, ciùru mì (prendeva la testa di uno dei figli e l’abbassava sulle sue gambe, poi battendo le due mani sulla schiena del figlio recitava questa filastrocca: Ciùru, ciùru mì / quante corna /stan-no-cchì? E fermava le mani sulla schiena indicando con due dita un numero. Se il figlio indovinava il numero aveva un premio altrimenti c’era una grossa risata generale. E la filastrocca continuava così: Se dicevi due / le corna de lu bùe / Ciùru, ciùru mì. / Quante corna / stan-no-cchì?
Altro intrattenimento era Pìzzecu menùtu. I figli mettevano il palmo della mano aperto sul tavolo e il papà, con piccolo (menùtu) pìzzecu, cantilenava, lentamente quasi sillabando, dando ad ogni sillaba un pizzicotto su ogni dito, la poesia: Pìzzecu menùtu / cécu e cecùtu / cécu e cecutàru. V’a pià l’aqqua / gghii’a chialàru. / Vàcce tu, / vacce nétto; vàcce tu / a fa cor-net-to. Vinceva chi aveva ricevuto l’ultimo pizzico. Le vincite si contavano (métti u détu) con le dita dell’altra mano appoggiate sul tavolo. A tre vincite c’era il premio.
Nel caso del gioco Piazza bella piazza, il papà prendeva la mano aperta di uno dei figli. E, cantilenando la filastrocca, declamava: Piazza bella piazza, / ce passò ’na lèpere pazza. / Pollice l’acchiappò; / indice l’ammazzò; / medio la cucinò; / annulare se la magnò. / E al mignolinu, / ch’era piccolìnu, piccolìnu / gni lasciarono sol’u codìnu. Mentre diceva i primi due versi, accarezzava il palmo aperto della mano del figlio. Poi, con due dita, prendeva di seguito le punte di tutte le dita della mano del figlio, le stringeva ruotandole, mentre cantava l’azione (acchiappare, ammazzare) di ogni dito. Arrivato al mignolo, la presa e il ruotare erano più larghi e più svelti. E si rideva.
 
In C’era una volta Morlupo… di Nicola De Mattia sono riportate due pratiche superstiziose:
I vermi: chi era colpito dai vermi veniva liberato così. Il mago prendeva un coltello e compiva dei gesti sulla pancia nuda dell’ammalato pronunciando parole misteriose. Si diceva che i vermi sparissero. L’occhiatìcciu: il colpito dal malocchio ricorreva ad una persona dotata di particolare potere (trasmesso con una certa riluttanza e solo a persone fidate) di cacciare l’occhiatìcciu. Gli strumenti per toglierlo erano una bacinella con un po’ d’acqua e un cucchiaio con olio. Il rito: con il pollice si faceva una croce sull’occhio del malcapitato pronunciando parole misteriose. Poi si immergeva il pollice nell’olio e si lasciava cadere una goccia nell’acqua. Se la goccia non si spandeva era la guarigione! Altrimenti…
Dallo stesso libro un’imprecazione materna: Memmooo vié-cchì. Te pòzzino fatt’a fit-tuc-cì-ne. Quànno vènchi su, te fo a pezzétti! a quadrùcci! a tocchetti! (così Maria de Cèrqua chiamava il figlio). La patacca de màmmita era un’espressione volgare che però era usata anche dalle stesse mamme (sì cascatuuu? La patàcca de màmmita).
Quelle mamme sapevano, scrive N. De Mattia, pure consolare dolcemente: Fiéttu mìu bèllu, / ti sì fattu dòle? / Ddó te dòle?
 
4.3 I giochi
Il capitolo III di C’era una volta Morlupo è dedicato ai Gioghi, “coi quali passavamo tanto tempo divertendoci. – dice Nicola De Mattia – Ma socializzavamo anche. E davamo sfogo alla nostra creatività. Era difficile trovare un munellu
tontulóne e stùpetu tra di noi”. Fra i 31 giochi descritti riportiamo:
Co’ u Cérchiu: il cerchio è di ferro o di legno. Meglio quello di bicicletta senza raggi. Con un ferro detto u mànicu, si sospinge il cerchio e si corre. Il divertimento consisteva nel camminare e nel correre spingendo il cerchio senza farlo cadere. Co u Carrettóne: Due pezzi di legno. Mègghjo, dó tàvule non troppo lunghe e sovrapposte all’altezza del timone (lo sterzo); due bastoni, non troppo lunghi, per assi; quattro ruote di legno – i più fortunati usavano i cuscinetti a sfera – un pezzo di spago, con le estremità legate al timone in prossimità delle ruote: ed ecco pronto u carrettóne. Il gioco: si sale sull’attrezzo, i più esperti anche in corsa, e si scende, specialmente nella discesa d’u Ccappellone o de Funtana Fòra.
Co a Greta (l’argilla) e A tana. Il gioco consiste nel creare rappresentazioni di somaretti, di celletti, di bamboccetti, ecc. Ma c’era anche un gioco che si chiamava a tana: si prendeva un po’ di creta e s’impastava dopo averla bagnata; raggiunta una buona malleabilità si formava un vaso rotondo (tana) non troppo alto (2 o 3 cm); si lavorava bene e con cura il fondo, in modo da renderlo il più possibile sottile, e anche il bordo in modo da renderlo il più possibile perfetto. Il “vaso” viene poi posto sulla mano aperta con la bocca all’insù. E si sbatte forte a terra. La pressione dell’aria all’interno del “vaso” provoca una lacerazione del fondo e quindi un botto. Se non c’è il botto, il gioco non è riuscito. E si ricomincia.
A Pélu Bàffu: si gioca in due. Il conduttore è scelto a sorte. Questi si siede. L’altro appoggia il palmo di una mano sopra il ginocchio del conduttore. Il quale inizia toccandosi le labbra con la destra e dicendo: Peeeelu pe-lu-pe-lu Bàffu! A “Bàffu”, dà una botta svelta sulla mano dell’altro. Se riesce ad acchiappare la mano dell’altro, si ripete. Altrimenti si invertono le parti.
 
Nella poesia “I due cugini Cantagallo e Ranocchietta” Orlando Mariani li ritrae mentre giocano a carte e si scambiano velenosi epiteti: – Tiétte su le carte, tepozzin’ammazzàtte, / guarda li scarti e bbàda quer che fai. / Ha fattu lungo e busso, passi lu dòvi segondu, / tepòzzino sguerciàtte? / E a denari ammì, quanno ce vènchi, nun cell’hai? / Tell’hai scartatu, bruttu disgrazziatu! / eppure lu tre a bastoni t’hai scartatu. / Stronzu, fila, mmammaluccu: / te sbatterìa le carte llà lu muccu.
 E “I giochi d’una vorta e quilli de mò” ancora in una poesia di O. Mariani:
Prima se giocava la liretta, / a somaro e a zecchinetta. / Poi, pe’ fortuna, ce fu er locale de Bonaccordi, / dove ce se passava tempo e a vive de ricordi. / E se giocavi, ce passavi ’na serata, / co’ solo trecento lire de giocata. / Oggi, invece, se va a lo spaccio / a giocà la schedina ar totocalcio: / chi gioca er sistema, chi er sistemone, / co’ la speranza de véncere er mijone. / Insiste sempre er popolo cretino: / prova e riprova, ma nun vence mai un pallino. / Invece sur tavolo verde, scorrono quattrini, / come noccioline e bruscolini. / In certa casa appartata, / se puntono mijoni pe’ giocata. / In questa casa, industrialetti e vitelloni / vincono, perdono diecine de mijoni. / Insomma gira e rigira e rivorta la frittata, / er monno se po’ dì è come ’na giocata: / chi vince poco, chi gnente, chi assai, / chi è nato fortunato e chi se crea miseria e guai.
 
4.4 La gastronomia
Panzanella: un piattu, dó còppule (quarto di pagnotta spaccata in due parti) de pà zzuppate, un pummidòro, o finocchio quello bastardo o dó fògghie de basilico e un po’ de cannelle.
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Di Franco Mariani (figlio di Orlando Mariani) una parte del dialogo preelettorale intitolato “Al voto, al voto” che si riferisce alle elezioni amministrative comunali del maggio 2006!:
Nena – Commare Giova’, so’ scappate le liste pe’ l’elezzioni del Comune.
Giovanna – E come so’ commare Ne’?
Nena – Mo to spiego. Ricominciamo dal FUTURO PER MORLUPO, la nummero 3.
Giovanna – E chi sarà u sindecu? A Cavallara?
Nena – Chi l’Avvocato Rueca?
Giovanna – Sì, è essa!
Nena – E perché a stu paese l’avvocati pare che se chiamino così.
Giovanna – E com’è sta lista?
Nena – A mi me pare la megghio! So tutti quasi novi, tutti professionisti. Insomma, viste quell’antre me pare a megghio.
Giovanna – E quante so commare Ne’?
Nena – So quattro. Ce stanno quissi de la SINISTRA IN MOVIMENTO.
Giovanna – E chi so ?
Nena – I rivoluzzionari de Rifondazione.
Giovanna – E chi è il capolista?
Nena – L’ex Vice Sindaco.
Giovanna – Ma du anni fa nun stevino in Commune? Quissi che erino stati eletti a commannà nella lista L’ALTERNATIVA?
Nena – Sì!
Giovanna – E che mo vonno ari ì llà. E quanno ce stevino che hanno fattu?
Nena – Gnente, se so fatti lu carachiri. Se so autolevati.
Giovanna – Spieghite megghio commà.
Nena – In sostanza quisti nun è tantu che vonno arrivà a ricommannà ma so contenti che perdino i compagni.
Giovanna – Sii? Ma allora che sinistra è? È una sinistra che levanno voti dà modo alla destra de pote’ vince? No no! Commà io quisti non li voto, ma parino saltafossi, oggi qua dimani là, ma mica stemo a giocà. Ma che vonno dà a patente da fessi ai compagni seri che l’hanno votati già una vorta.
Nena – Secondo mi quisti nun ce caschino più perché, commare Giovà, nemmeno lu somaru ricasca do già è cascatu na vorta. Po’ ce stanno VIVERE MORLUPO, quilli de la Farfalla.
Giovanna – E chi è u capolista?
Nena – A ditte a verità, commare Giovà, io nun lu conoscio come amministratore, ma conoscio quilli che ce stanno nseme.
Giovanna – E chi so ?
Nena – Unu è un medicu che steva co na lista de destra che eva vintu le elezzioni.
Giovanna – E ha governatu?
Nena – Pare de no perché la lista do sta mo l’evino cacciatu dal Commune, allora è itu co n’antra lista LAALTERNATIVA, pure chi è statu elettu a consigliere.
Giovanna – E ha governatu? No, ma ha fattu de peggio, ha fattu commissarià il Comune votando contru lu Sindacu della lista do eva partecipatu. Mo ce riprova pe la terza vorta stanno co quelli che l’evino levatu.
Nena – Che casino commare Giova’. Ma mo quisti lu rivotino?
Giovanna – Nun se sa, speriamo de no.
Nena – Sai commà perché ce mettino li dottori? Perchè chiedino voti ai mutuati. Poi una vorta “se eletti” cianno tantu da fa coi malati che se ne fregano dei problemi amministrativi dei sani, come emo ditto de quissu.
Giovanna – Commare Nè, ma noi li dottori li paghemo, perché gnemo da da’ pure lu votu? Boo! (…)
 
6. I testi di poesia
Nicola De Mattia curatore della raccolta Poesie in dialetto morlupese di Orlando Mariani (1908-2000), definisce le sue poesie uno spaccato di Morlupo, di com’era fino a una trentina d’anni fa:
tipi e personaggi, fatti e cronache, sentenze e gossip, liti e intrighi. Intrallazzi. Devoti e bestemmiatori, preti e laici, politici e galoppini. Avari e spendaccioni, ricchi e poveri. Contadini, plebei e aristocratici borghesi. Mangioni e bevitori. Sognatori e paranoici. Furbi e fessi. (…) Il tutto tramato con una sottile e bonaria ironia – quasi socratica o pariniana. Anche se qualche volta il tono si fa aspro e fustigatore. Ma senza animosità. Senza tradire risentimenti o rancori. Neanche contro avversari politici. Perché Mariani è stato un ardente e coerente fedele del Partito dei Lavoratori.
Nel 1962 Orlandi indica con chiarezza i destinatari delle sue poesie:
Dedico questi sonetti modesti e sempriciotti / a Morlupo, a la gente, a li paesani / ai ladri, a l’avari, a li strozzini, a li bigotti, / a li buciardi e megalomani, a li farzi cristiani. / A quelli che ho bollato, nu me ne vorranno, / se j’ho detto male e j’ho portato danno. / L’ho fatto co’ sincerità: / convinto d’avé detto la pura verità.
Si rivolge quindi ai membri di una società chiusa, agricola, che muove lentamente i primi passi verso prospettive di benessere. Molte composizioni hanno come tema dominante la religione, poi le manifestazioni della lotta politica e la sua ansia di giustizia sociale e di progresso per le classi più povere. L’obiettivo della sua satira non è tanto la religione in sé, quanto piuttosto “i farzi cristiani”, “i bigotti”, “i bacia madonne”. Verso i quali il giudizio si fa sferzante e al vetriolo. Secondo De Mattia
“Orlando è un autodidatta, un poeta estemporaneo. Che mette in versi liberi il mondo che passa davanti ai suoi occhi. (…) Il suo è un osservatorio privilegiato: la sua trattoria e il suo negozio di alimentari si aprono sul Corso. E il Corso, per Morlupo è (era) la principale arteria di transito della gente. Nello spazio di circa cinquecento metri ci sono (c’erano) sette botteghe di calzolai, tre botteghe di barbiere, due macellerie, due tabaccai, sei negozi di generi alimentari, una latteria, un frutta e verdura, una fontana d’acqua potabile e, in fondo alla piazza, la chiesa parrocchiale. (…)”
E il poeta raccoglie e fissa in versi liberi i momenti più caratteristici della quotidianità paesana. Ne vien fuori una galleria di volti e di scene, di quadri, ora solenni ora esilaranti, ora tristi. Ma sempre efficaci, plastici. Come “Il Carme” d’apertura, che è un inno a Morlupo; come alcuni quadri e bozzetti riuscitissimi: quello delle “Due donnette in visita al Camposanto”, quello di “Santa Maria d’artri tempi” e “I due cugini Cantagallo e Ranocchietta”.
Nel “Carme” che apre la raccolta, dedicato a Morlupo, Orlando Mariani, dopo averne ripercorso, vie, strade, contrade, scioglie un inno, di intonazione epica, alla gente povera e a quella strada che portava giù alla Valle
(…) tutte curve, stretta stretta, / che ha visto tanta gente tribolata, / sotto al campanile, un mucchio di case vecchie / che ricordano il tempo de’ lupi e li briganti, / mezze cantine e mezze catapecchie / che hanno visto miserie e patimenti! (…) Quanti sudori e quanti sacrifici / ci hanno buttato, su questa terra, i padri nostri! / Lavoravano tutto il giorno, come mostri: / tanto lavoro e pochi benefici. / Erano colossi della vanga e del zappone; / vangavano a catena fino a notte / co’ un po’ d’acquato, una cipolla e co’ ’n sardone / e alla sera, per cena, pizza de trito e fave cotte! (…) Erano tempi di grandi sofferenze, al confronto oggi: se vive, come si dice, nella bambacia / per via dell’evoluzione e del progresso; / eppure a qualcheduno non gli piace. / Adesso quella terra è tutta abbandonata! / Non ci fiorisce più l’agricoltura: / una foresta fitta è diventata, / ci stanno li serpenti addirittura! / Hanno abbandonato tutto li paesani: / hanno preso la strada della Capitale: / oggi fanno li tranvieri, l’impiegati e l’artigiani, / muratori, carpentieri e manovali. / Se gli dura al paesano, è una cuccagna: / ma con l’agricoltura abbandonata, / si stoppa Roma, ce lo sanno dire cosa si magna? / Tocca ritornare all’alicetta e a l’insalata!
Molto efficace è la descrizione della Festa in “Santa Maria d’artri tempi”:
In tre giorni de festa, gni déva sotto lu paesanu: / magnava e beveva a tuttu spianu, / fettuccine, pollu arrostu, lo mègghio vino e pan de grano. / Se scolàvino damiggiane de mègghio vino e de boccioni, / ciammelle, ciammellette e ciammelloni. (…) Ma il più grande divertimento era la cursa de li cavalli maremmani. / Scegneva Bruschi su da Sacrofano, / lu maresciallu gghiò da Pontemmollu; / e vveniva ppure Nardi da Magghiano / co’ ttre cavalli da scaperzacollu. / Peccrotta e Fargò de la presidenza / Bizzirillu co’ la banghierina a la partenza. / Pronti! Vìa: sculettava lu maremmanu, / ma lu cavallu che vinceva era sempre quintiglianu. (…)
Brani di satira politica sono rispettivamente in “L’omo senza sottana”, “I patrioti morlupesi: in specie i vecchi fascisti, oggi trasformati in missini”, “Le Banderuole”:
È un omo molto furbo, assai compìto; / peccato che che non porti la sottana. / Adesso è l’esponente d’un partito / chiamato la democrazia cristiana. / È un politico provetto, / te fa sempre er sorrisetto, / così studiato, / che, appena t’arivorti, t’ha fregato.
Certi patrioti d’italiani / sò nazionalisti a tutt’ortranza: / strilleno forza Italia a crepa panza, / e quanno giocano l’azzurri se spellano le mani. / Però, ’sti patrioti doppio zero, / quanno c’è da difenne l’Italia pe’ davero, / lo sai che fanno? / A fare i militari
nun ce vanno! (Il trasformismo) È un difetto de la gran parte dell’Italiani? / Forse sì, ma insistono co’ dì che sò cristiani. / ’Sta gente è scaltra e intraprendente / e cià er fiuto de sceje, sempre, er cavallo vincente. / Cambiano marcia e solo er potere li consola / e seguono l’iter della bannarola. / Dice uno: – Guarda che faccia e che arroganza! / Dice l’altro: – A fesso stronzo, ma guarda che panza!
Infine (è nella nostra Antologia) “Due donnette in visita al camposanto” in cui due vecchine passano in rassegna, criticandoli severamente, i loro paesani defunti.
 
La poetessa Livia Venturini ha pubblicato I platani del Lungotevere, dal quale riprendiamo la descrizione della Mazzocca: Vecchio paese de li “scapicolli” / pe’ noi più caro de li “7 Colli” / co’ le stradette strette consumate / le case de pietra logorate / le stalle der somaro e le casette / de le galline, sieno benedette!
 
Rigorosamente anonimo, di F. O. non abbiamo altre notizie biobibliografiche. Ha pubblicato poesie in morlupese a partire dal 2000 fino al 2009 su un foglio locale “Il Gallo canta” della sezione politica locale prima dei Ds e poi del Partito Democratico (Si possono leggere sul sito: https:////partitodemocraticomorlupo.it). Le poesie che abbiamo esaminato sono ventisei: “Serenata a ’u Borgu”, “Me ricordo, de sera”, “A chiave”, “L’elezzioni de na vorta”, “L’elezzioni de mo”,“’A lampadinetta”, “Te sta bbé”, “Tempu de neve”, “’A ’nfornata”, “’U ciammellone”, “’U lavatore”, “’A tramontana”, “All’acquaferra”, “L’ortu”, “’E tasse basse”, “’U panettone”, “’Llu gran buciardu”, “Piove”, “L’anni passino”, “’A crisi”, “Duetto”, “Quanno li sardapicchi (Serenata a Maria)”, “I giovani de mo’”, “’A funtana”, “L’ortu”, “L’anni passino”. Tutte denotano una conoscenza profonda del mondo contadino, rievocato con straordinaria capacità e alla base delle sue storie che non difettano di spunti offerti dagli eventi sia nazionali che locali.
In “’Alampadinetta” rappresenta una storia di tre giovani sorelle del “millenovecentutrenta” un’epoca in cui era appena arrivata la luce “drento e case / e noi c’essimo na lampadinetta / che pareva ppena na cannela. / Steva ’n cucina e penneva da u suffittu. / ’A ccennessimo solu quannu u focu / s’era smorzatu ’n mezzu a brace. / Serviva a mala pena pe vedecce…” Le “tre sorelle munellotte” che avevano il ragazzo “de nascostu”, volevano sposarsi ma erano sprovviste di corredo, escogitano perciò un artificio: si mettono sedute sopra il tavolo e pongono sopra di loro una tovaglia che le avvolge, schermando la lampadina (in modo da non svegliare il padre che intanto “s’era ddormitu straccu mortu”) per “ricamà lenzola e lenzolette”: ’a luce era fiacca fiacca / e l’aghi ivino avanti e arreto sverti sverti / che parevino lucciche d’istate / sopre ’o grano de ’e Pianette. / Pe tutta a notte ciucciulassimo / riccontanno de ’i regazzi nostri / e de ’i baci che gn’essimo datu, / solu co l’occhi.Due sorelle muoiono giovani, resta la terza, sposata, con due figlie che, “vecchia vecchia” e col passo strascicato, ricorda: “De tutto quello ricamà / m’è rimasta ’a vista fina come ’a gorpe / e quanno sogno ppennicata / rivedo l’ago ì su e ghione / come na luccica pell’aria.” Ma, qualche sera, seduta fuori della porta di casa, scorge sopra l’orto na stella fiacca fiacca / che trema e brilluccica, / allora penso fra mi: è ’a lampadinetta / ndo’ ’e sorelle mee ricamino zitte zitte / o parlino de ’i regazzi, come na vorta.
Un lupo mannaro (u lope panaru) è nel ricordo d’un quindicenne di tanti anni fa:
Ero ppena rrivatu all’Archicinu / e stevo pe’ poggiamme lla lu muru / ch’ecchite tuttu ’m bottu, all’improvvisu, / sbucià da u scuru u lope panaru: / l’occhi de fora, gonfiu come ’n rospu, / coi peli gghierti quantu li coriòli, / bruttu, rosciu mpepatu lla lu muccu, / co a bbocca aperta che vvampava focu / guasi che masticassi i zzorfaroli. / Me s’è vventatu come ’n canferitu, / urlanno pe’ ’un fasse riconosce.” Segue una grande fuga con inseguimento fino alla salvezza rappresentata dalla chiave (“A chiave” è appunto il titolo di questa poesia) che apre la porta di casa, sbattuta poi in faccia all’inseguitore. Resta, indelebile, il ricordo di un portone, ridotto come una persiana dalla furia del lupo mannaro, tanto che d’inverno ci si sente soffiare la tramontana e a quel ragazzo, ancora oggi, sembra di vederlo: “ssidutu co a bava, lla a Rocchetta, / pizzutasse le ogne su le cosce / e guardà a luna, sgrignanno e ganasse / che nemmancu u demognu gni se ccosta, / pe’ paura de potellu riconosce.
“’A tramontana” disvela la vena lirica di F. O. e ci fa scoprire come lo stesso sia padrone della sua arte poetica sia in lingua, quando “traduce” i suoi testi (Brillano le stelle a mille a mille / che sembrano quasi una distesa di farina / o mille scintille da un gran fuoco di vite / che non si capisce se è notte o è mattina) che in dialetto (Pianu pianu sui monti l’ombra de la luna / cammina dereto a ’e vacche mentre pàscino. / Stretti stretti i vitelli, pe la tramontana / se scallino sopre l’erba bianca de brina).
I ricordi d’infanzia e di una giornata interamente trascorsa con giochi vari all’aria aperta dominano nella poesia “All’acquaferra” che così dolcemente si conclude:
Rrivassimo lla’ ’n casa mezzi morti / che ’nvedessimo l’ora de ddormicce / che subbetu chiudessimo già l’occhi / tantu nun essimo manco da svisticce. // E appena ce fussimo ddormiti / sentissimo dicce drento a ’e recchie, / co’ un soffiu appena, quasi gnente:
/ Sì, fiu mmìu, ricorditelo sempre, / solu l’acquaferra te fa sangue…
In “Me ricordo de sera”, dopo una rievocazione al lume di una luna che illumina talmente il granturco
spariatu’n mezzu au spiazzu che pareva che c’esse drento o sole / pe quantu rischiarava li zinali. / Le mati, ntornu a li balloni, / guardavino i fii co u fiatone / curre m’presso a lo bianco de le lucciche… il poeta si rivolge a Morlupo: paese miu, ormai un te conoscio (…) tutto è cambiato e sarebbero preferibili centinaia di noccioli di ciliegia che tutti sti ntrugghj d’oggigiornu… (…) Megghio le renche e li sardoni, / megghio li stronciconi a pagghiarozze. / Mò pure la bistecca è come ssogna, bona pe lucidasse li stivali / e oggi tutto quello che te magni / un lo magnino manco li magghiali.
In “’A crisi” del dicembre 2008, domina una cupa visione della disastrosa crisi dagli esiti incerti. Il poeta, preoccupato della tenuta dei giovani li ammonisce sull’onda dei suoi nitidi ricordi:
Quissi de mo’ ’un sanno ch’edè ’a fame, / ’a fame quella vera che startora, / quanno che ce magnassimo, a bonora, / certe pile de facioli a sciacquapanza / che ’n c’evino nemmanco la sostanza! // Che ne sapete voi de i’ a giornata, / de sta’ a culupuzzò là ppe’ la vigna / benché spulletta o pure si diluvia, / a cavà le troppe e ripalà le rasa; / a pranza’ co ’i pisciacani e li crescioni / da ’n fatte cacà pe’ ’na mesata. (…) Ma la fame però, mette giudizziu: / nun magnerete più solu pe’ sfizziu; / e quanno magnerete, che sapore! / le cocce de patate e li sardoni / saranno assai più boni de li gnocchi. // Ve leccherete ’e dèta doppo cena / co’ la renca che cola sopre ’u focu. / E vi ne basterà un cinicugghiu / pe’ mannavve a lettu a panza piena, / a sognàvve certe fila de prosciutti . . . // ppo’, antru che crisi, antru che fiotti: / ve sarete ’ntrippati già a sognalli, / già pure a vedelli solu co’ l’occhi: / ve’ basteranno li carozzi e i portugalli, / e sotto lu cuscinu, tanti pidocchi!
Dietro la sigla F. O. si cela un poeta di indubbio valore, che usa sapientemente il suo dialetto di cui possiede un nutritissimo vocabolario memoriale, sostenuto da un’abilità compositiva non comune. Un poeta senz’altro di vaglia anche in lingua; lo si deduce oltre che dalle ispirate traduzioni delle sue poesie dal morlupese, e pure da pregevoli racconti brevi apparsi nella rivista “Il Provinciale” in una rubrica intitolata “Epica morlupese”. Concludiamo la sintetica rassegna di poesie del nostro Anonimo morlupese con “Serenata a’ u Borgu”, un piccolo capolavoro (è, per intero, nella nostra Antologia) in cui F. O. sa piegare in un registro soavemente erotico una parlata dialettale molto aspra e rude, creando un’atmosfera d’incanto amoroso:
…Guarda che luna bianca: è de gioncata. / Strignite a mmì, che tte riffiato; / te scallo tutta, come ’na patata, / te ’ccènno ’a bocca co’ ’a bocca mea, che brucia. // E tu famme ’a mucia, come ’a gatta / c’arza ’a coda, e scrocchime un baciu… (…) Ngrugghite tutta a mmì, che mi te ngrugghio; / famme ’ppoggià a capoccia sopre ’a spalla / e famme da corogghia co’ ’ste zzenne. / Aò, come sì calla, come sì calla…
 

In un volumetto edito dalla redazione de "Il Gallo canta" (stampa litografia Veat snc, senza data, ma 2009), intitolato La luna de Coccione. Note poetiche appaiono numerose poesie di F.O., apparse in precedenza sulle pagine della rivista del PD prima citata ed alcune delle più significative poesie di Orlando Mariani (“La pasqua der prete”, “I quattro giocatori de carte”, “Riflessione del giorno di Pasqua”, “O galoppini, er crero, er mafioso. Elezioni Politiche del 1969”, “In quell’epoca tutti o quasi rubavano la corrente”), pubblicate in precedenza da Nicola De Mattia (benemerito per le sue numerose pubblicazioni sulla sua Morlupo, recentemente scomparso.
Lo scopo della pubblicazione è dichiarato nella premessa “Caro dialetto”: “La cultura è la nostra memoria e il nostro divenire, ‘ l’espressione della nostra identità e la voce inscindibile del linguaggio universale. E il dialetto è una particella inscindibile in ognuno di noi, anche quando non lo conosciamo e non lo comprendiamo. Ha il profumo, il sapore, il colore della terra ed è stato forgiato dagli eventi che la Storia ha condotto in quel territorio. Esso è un linguaggio puro, profondo, ricco e autentico, e non il parlar male di gente poco colta”. Le poesie pubblicate nell’opuscolo sono “frammenti preziosi della vita com’era e anche perché riteniamo che se la Politica vuole sinceramente conoscere e realizzare le esigenze di oggi e di futuro della gente deve guardare con grande attenzione e rispetto al passato e trasmettere quelle storie di uomini, luoghi, animali che, altrimenti, sarebbero dimenticate”.
Tra le novità dell’antologia si segnalano dell’inesauribile e multiforme poeta e scrittore anonimo F. O. (nella sigla si nasconde un poeta che ha avuto giustamente fama a livello nazionale) due poemetti, il primo, in 7 tempi, “In galleria (Cinema Orsini)” che rievoca i fasti paesani di un vecchio “Cinema paradiso”, datato 1951; il secondo è una interminabile e ancora non terminata “Filastrocca morlopese”, in sonanti ottonari, di cui nel libro vengono pubblicate le parti intitolate “Mo ve dico” in 6 parti, “’A neve der cinquantasei”, strofa n. 7, “Filastrocca Morlopese”, strofe dalla n. 8 all’11 e infine “Filastrocca morlopese (’U malocchju)” che comprende le strofe a n. 12 e 13. F. O. ama dire di sé: “Sono nato al termine della seconda guerra mondiale… I profumi dell’origano e della menta mi sono rimasti nel naso e nella memoria. Ho vissuto, a quel tempo, fra spazi accoglienti e orizzonti illimitati. Spesso sono rimasto appollaiato dentro il cuore generoso di un castagno o in cima alla chioma altissima e subdola di un noce. Tuttora quando scrivo in dialetto, penso in dialetto”.
F. O. è presente, come pure Orlando Mariani, ne Le parole salvate (Edizioni Cofine, 2009) di Vincenzo Luciani e Riccardo Faiella.
 

Antologia

 

ORLANDO MARIANI

Due donnette in visita al camposanto
Quanno sarremo morti a campusantu,
corghi pe’ sempre nell’eternità,
i posteri, pe’ cortesia, ogni tantu,
ce verranno co’ li fiori a visità.
Quanti commenti, su de novi, intrecceranno,
denanzi a ’na tomba, a ’na foto, a ’na croce;
quante e quante de novi ne diranno,
co’ pocu rispettu, e forse a bassa voce:
– Guarda che muccu che cià quillu,
che pèsta che è statu ne la vita terrena.
– Invece quillu llì guarda quantu è bellu,
a vedéllu ne la foto, quasi me fa pena.
– E guarda ’stu giògghia de munellu:
pare che parla ancora, da la fotografia;
era riccu, intelligente e bellu,
ma la mortaccia se ll’è portatu via.
– E ’sti pòri dó fratelli, disgrazziati,
giovini e fiorenti: che fatalità!
Quella notte maledetta se so’ mmazzati
su ’na strada, co’ la màghina, a gran velocità.
– Guarda quistu, ’stu poru ’nciurcinatu
quantu n’ha fattu de strazziu e tribbulà;
quissu ppure ghió all’inferno è statu condannatu
così ppure all’antru munnu soffrirà.
– Oh! armenu quistu sì che la vita l’ha goduta:
ha magnatu e bétu, senza lavorà:
la vita bella da vivu l’ha gustata e l’ha voluta,
ma quante pore gente ha fattu tribbulà!
– Guarda stu bergognone: poveracciu!
Pare rassegnatu, ppure cchèsso llà:
era un bon omu, poru cornutacciu,
era natu propio pe’ ddì: lascemo sta.
– Ecchelu lu biegu, e torvu taccagnu,
misantropu, antisociale, tirannellu.
Ha traditu pell’interesse e lu guadagnu
e ha odiatu fino a la tomba lu fratellu.
– Vedi, vedi, che muccu arcignu l’usurara;
quanta pora gente ha strozzatu, maledetta!
Esosa, cattiva, invidiosa e avara.
Mó, però, schiatta pe’ sempre drento a ssa bucetta!
–- Guardalu! Pare che chiede d’amagnà ppure mò cch’è mortu,
de rrobba n’ha magnata a sazietà, e quanta n’avuta,
s’ha magnate case, vigne, cantine e ortu,
ma armenu se po’ dì che la vita l’ha goduta!
– Invece ’stu sempricione era tuttu l’oppostu:
se ’mmazzava de lavorà e nun magnava:
era ’nvidiosu, odiosu e caca tostu
e godeva quanno la gente tribbulava.
– Mò tutti li gran sordi c’ha lasciatu
se li gòdino le nore, disgrazziatu!
In vita diversi e diversi ne la sorte;
qui vicini, corghi, uniti ne la morte!
– Èssulu llì, ssu grugnu de brigante,
spia, gnorante e prepotente:
de bogghierìe n’ha commesse tante
e n’ha rruvinate tante de pore gente.
Lu santu che dellà l’ha giudicatu,
l’averà siguramente condannatu.
– Èssulu ve’; me pare de vedéllu sopre a lu somaru,
zuppu e ’nfangatu, quanno viniva da campagna,
se ’mmazzava de lavoru, come ’nu schiavu
e ha vivutu sempre ’mmezzu a la migragna.
Sempre sporcu, malannatu e derelittu,
strapinatu e trasandatu, è mortu come un guittu.
– Guarda che faccia da fame, lu bruttu ghiottoncellu,
come ’ntruciava ’ntornu a la chiesetta:
cantava vivi e morti, ssu furfantellu
e quanti scassi ha fatti a la bussuletta.
La téa nun era fede, ladroncellu,
lo facevi solu p’arimedià lu sordarellu!
– Ècchine ’n antru de magnatoppe e fava!
Se venneva ppure lo fume de la pippa:
iva a Messa perché nun se pagava,
penzava solu a ccumulà e gnente pe la trippa.
Mò, sùghite lu detu: lu bottinu c’hai lasciatu
se lu gòdino li nnepoti a culu sparatu!
– E de quistu che nne dichi? De ’stu campione
che la mogghie l’éva ridottu ’nu schiavettu;
in tutta la vita gneva messa la soma su lu groppone
e in tutte le cose l’ha fattu sta a stecchettu.
Mò, ssu ’mbecillettu, che pretenne da lu Padreternu,
lu paradisu? Perchè deccà è statu ghiò all’infernu?
Mò, gnàmicine sorella, ch’emo fattu tardi;
li riverremo a trovà ’n’antra occasione.
Intantu mò pe’ strada gni dicemo l’orazione
a ’sti cornuti, ruffiani e fij de bastardi.
– Gni porti pocu rispettu, commà, a ’sti pori morti.
– L’ho conosciuti da vivi, chi ppiù, chi meno
èrino tutti avari, strozzini, ch’hanno fattu torti
che tu nun te ricordi più, come sputévino veleno.
Mò, li vedi: fornetti, fotografie e monumenti;
in vita pell’interesse e come de gnente,
tradiscévino, odiavino e sgrignavino li denti;
tantu male hanno fattu e rruvinàvino la gente!
– Sì, commà, hai raggione, ma che vvò fa:
quanno unu è mortu, bisogna perdonàllu,
ppure s’era un brigante, un ladru, un vassallu,
drento alle cucette, in pace hanno da stà!
(1954)
 
 
F. O.
Serenata a’u Borgu
Marì, sedite cchì, su ’stu scalinu.
Guarda che notte chiara: è tramontana 
e ’o freddo ce tarma. Ciai ’a carne 
come de lana e ’u pettu è un scallinu. 
            Guarda che luna bianca: è de gioncata.
            Strignite a mmì, che tte riffiato;
                        te scalllo tutta, come ’na patata,
                        te ’ccènno ’a bocca co’ ’a bocca mea che brucia.
E tu famme ’a mucia, come ’a gatta 
c’arza ’a coda, e scrocchime un baciu:
che se pozza sintì finu a Cachinu,
come sparassi ’u gallettu a zzi Luchetta.
            Ngrugghite tutta a mmi, che mi te ngrugghio;
            famme ’ppoggià a capoccia sopre’a spalla
                        e famme da corogghia co’ ’ste zzenne.
                        Aò, come sì calla, come sì calla…
Scorta come sta zzitta ’a funtana,
se so’ gelate pure ’e cannelle.
’A luna se rispecchia drento l’acqua
E ’o gghiacciu sbrilluccica de stelle.
                        Senti Marì, senti, so’ tuttu ’n focu.
                        Damme ’a mano, senti che maritozzu,
                        senti che maritozzu è diventatu.
                        E tu come sì calla, come sì calla…
 
SERENATA NEL BORGO – Maria, siediti qui, sullo scalino. / Guarda che notte chiara: è tramontana / e il freddo ci gela. Hai la carne / come di lana e il petto è uno scaldino. // Guarda che luna bianca: è di giuncata. / Stringiti a me che ti rallegro; / ti scaldo tutta come una patata, / ti accendo la bocca con la bocca mia, che brucia. // Fammi il filo, come la gatta / che alza la coda, e schioccami un bacio: / che si possa sentire fino a Cachinu, / come se sparasse ail tirassegno a zio Luchetta. // Avvolgiti tutta a me, che a te mi avvolgo; / fammi appoggiare il capo alla tua spalla / e fammi col seno da corona. / Ah, come sei calda, come sei calda… // Ascolta come è silenziosa la fontana, / si sono gelate persino le cannelle. / La luna si specchia dentro l’acqua / e il ghiaccio riluccica di stelle. // Senti Maria, senti, son tutto un fuoco. / Dammi la mano, senti che biscotto, / senti che biscotto è diventato. / E tu come sei calda, come sei calda…
 
Cenni biobibliografici
Mariani Luigi, figlio del poeta Orlando Mariani, è autore di testi teatrali in dialetto morlupese.
Mariani Orlando (Morlupo 1908-2000), poeta estemporaneo. Le sue Poesie in dialetto morlupese sono state pubblicate nel 2000 a cura di Nicola De Mattia.
Venturini Livia, poetessa morlupese, ha pubblicato nel 1985 sue poesie nel libro I platani del Lungotevere.
 
Bibliografia
De Mattia, Nicola, C’era una volta Morlupo (le nostre radici), Torino, Ed. Centro Studi Uno, 1996.
De Mattia, Nicola, Dio e il diavolo della Venerabile (Suor Caterina Paluzzi, 1573-1645), Torino, Ed. Centro Studi Uno, 1997.
De Mattia, Nicola (a c. di), Poesie in dialetto morlupese di Orlando Mariani, Torino, Ed. Centro Studi Uno, 2000.
De Mattia, Nicola, Morlupo dai giornali (anni 1930-1940),Torino, Ed. Centro Studi Uno, 2001.
De Mattia, Nicola, Morlupo: i soprannomi, Torino, Ed. Centro Studi Uno, 2003.
De Mattia, Nicola, Storia di Morlupo (Dalle origini al XIX sc.), Torino, Ed Centro Studi Uno, 2007.
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Le parole salvate: Dialetto e poesia nella provincia di Roma; Litorale Nord, Tuscia romana, Valle del Tevere, Roma, Ed. Cofine, 2009
 
Webgrafia