63 – MARINO

 

Marino (360 m slm – 32706 ab., detti Marinesi – 26,10 kmq). A 23 km da Roma, è situato nell’area del vulcano laziale, a nord del lago di Albano, su terrazzamenti lavici e tufacei, alle pendici del monte Cavo.
 
IL DIALETTO DI MARINO:
Il marinese. Parlato anche nelle frazioni di Santa Maria delle Mole e Frattocchie e nell’ex-frazione di Ciampino, il marinese è stato studiato per la prima volta dallo storico Girolamo Torquati nel 1885, contestualmente alla realizzazione di un dizionario delle parole d’uso più frequente nel dialetto.
 Nella sua tesi I dialetti dei Castelli
nel “Ghetanaccio” M. Durante conduce un rigoroso studio del marinese, affrontando fra l’altro i temi del Vocalismo tonico (mancato dittongamento – la metafonesi e i due casi particolari di vocalismo tonico: quello in cui da ‘O’ latina si ha l’esito u marinese e il caso in cui da ‘U’ latina si ha l’esito di o marinese); del Vocalismo atono (protonia e postonia); del Consonantismo
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Un vocabolarietto di termini marinesi andati in disuso, frutto di una ricerca di Ilario Onorati, in Incontro con Marino (1983), che “essendo posteriori al dizionario del Torquati e coincidendo con una fase dell’immigrazione nella città di famiglie di lavoratori provenienti da molte parti dell’Italia centrale e meridionale, consentono un confronto tra il dialetto più arcaico e quello più recente che solo in parte si parla ancora oggi”.
Ecco una nostra scelta:
accucchiasse (sposarsi, accoppiarsi ma senza troppo entusiasmo), barbacchiu (sottomento, gozzo), cacchiatella (forma di pane rotonda del peso di circa 300 grammi), cafaiolu (piccolo rifugio di canne a forma di capanna usato dai cacciatori per l’appostamento della selvaggina), cénghelu (sorta di cinghia o di guinzaglio, usato un tempo per far fare i primi passi al bambino), ciàrcia (lavoro eseguito male), chiatru (tappo di legno usato per chiudere il cocchiume delle botti), colu (piccolo filtro di vino a forma di cono rovesciato), corìvela (stoppa), gargottara (confusione), fravuottu (figlioletto), lengheru (spettro, fantasma), locu (nei vecchi fabbricati il cesso o il tubo fognante coperto da una lastra di peperino), martera (madia), maracciu, maraccetta (rispettivamente, roncola dalla banda larga e roncola dalla banda lunga e stretta), mognachièchia (donna dalla parlata nasale e scialba nell’espressione), ’ngésela (tipo di formica dalla testa rossa; fig. si dice di donna infuriata), paccarutu (grassoccio), pezzucu (bastone corto di legno o di canna, con una punta e una impugnatura, usato per mettere a dimora le pianticelle degli ortaggi), pilozzu (trogolo di peperino squadrato), pifacchiu (baciapile), precoiu (recinto per pecora, traslato: moltitudine), rifota (piena, ingrossamento delle acque dopo la pioggia), scarpiàttela (donna priva di fascino femminile), spernucciu (frammento di filo che si stacca dalla stoffa, smagliatura), tòtela (buco alle calze), ttufatu (dicesi del pane poco lievitato).
 
Altri vocaboli tratti dalla citata tesi di Michela Durante:
a scaracoccia (giocare a scaracoccia: perdersi in cose inutili e inconcludenti), bussaportu (batocco del portone), cappucci (foglie di canna riunite e legate per le punte, a foggia di cappuccio), frutti de contrastaggione (primaticci), grippu (attacco epilettico), mocca (antiq. bocca), mocione (vocione), ’ngiarmà (imbrogliare), ’recchià (orecchiare), scalarola (cancello di legno in uso nelle vigne), vocca’ (lavoro che si fa con il zappone in agosto per togliere l’erba nelle vigne e nei canneti).
 
2. I proverbi e i modi di dire
Mario dell’Arco ricorda il proverbio: Marino dà le mele a ’gni Castello / e cià la gioventù cor sangue bello; e corregge Marino, cipolle e peperino, in: “Marino, vino e peperino: “dacché vi organizzano ogni anno, in lode e gloria delle avite vigne, una spettacolosa Sagra dell’Uva”.
Da “’A verità” (“Castelli Romani”, gennaio-febbraio 2009) alcune avvertenze proverbiali di Ilario Onorati: E… se tenno puro ragione de penzà / che nun so’pe’ l’asini confetti, / ne’ le melarose pe’ li porchi, / e manco ’e regazzette pe li vecchi! (Tenno: hanno). Ancora di I. Onorati, nello speciale a lui dedicato dalla predetta rivista (2008), una serie di proverbi marinesi riguardanti le piogge, utili o meno ai vigneti per la maturazione e la bontà delle uve:
Aprile / ’gni goccia ’n barile; maggiu / si piove d’ascenza, / nun c’è bigonzu che rimane senza, / ma si piove d’ascenzione / ’gni rubbiu ne fà mijone; / giugnu / a ’cca vita roppe ’u grugnu; acqua de luju / strugge ’u munnu; / agosto: / mèle e mosto.
(ascenza: prima decade di maggio; rubbiu: rubbio romano, mq 18.484; ’cca vita roppe ’u grugnu: danneggia qualche vite).
 
3. I toponimi e i soprannomi
Da Incontro con Marino (1983) alcuni toponimi delle campagne: Campofattore, Capo d’Acqua, Castelluccia, Ceraseti, Colle dell’Asino, Colle Picchioni, Costa Casella, Costa Rotonda, Cunetta, Messer Paolo, Monteferebbio, Montecrescenzio,
Pascolaro, Pietrare, Pozzo Carpino, Quarto di S. Antonio, Spinabella.
E da Marino: Immagini e letteratura (1981), alcuni luoghi caratteristici e toponomastica locale secondo l’uso e il dialetto dei marinesi a cura di Ugo Onorati:
’E Costacce (via Posta Vecchia), Su a’ Porta (piazza Matteotti), Fordeporta (via M. D’Azeglio e tutto borgo Garibaldi), ’A Trincéra (via M. Montecchi), ’A Mmazzatora (presso l’ex mattatoio, in via Garibaldi), U Ponte (tra via Fratti e via Ferentum), ’E Cammere nove (via G. Carissimi e dintorni), ’A Strada nova (via Roma), ’A Piazza dell’Erba (da piazza della Repubblica al mercato coperto), ’A Rua (via Cavour), U Marmeru (via Cola di Rienzo), ’E Pietrare (tutto il borgo adiacente alle cave di peperino), ’E Piazzette (piazza Farini e dintorni), U Castellettu (piazza S. Giovanni e dintorni), Piazza Padella (spiazzo adiacente a piazza Lepanto), U corsu (corso Trieste), U Capicroce (incrocio tra corso Trieste e v. F.lli Rosselli), Fordemura (via Garibaldi), ’A Villetta (piazzale degli Eroi), Pe’ a Trinità (a metà corso V. Colonna), Berpoggiu (Villa Desideri), I Forni (via S. Lucia), ’A Commune (presso Palazzo Colonna).
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
 
 4.1 Canti
Ugo Onorati in “La canzone romana in trasferta a Marino” (Strenna dei Romanisti 2000) racconta la storia della celebre canzone “Nannì”. di Di Silvestri-Petrolini (1926). Scritta e musicata negli anni venti, famoso “cavallo di battaglia” di Petrolini, la canzone descrive una gioiosa gita ai Castelli Romani durante una tipica ottobrata romana. Ecco il testo:
Guarda che sole ch’è sortito, Nannì / che profumo de rose, de garofoli e panzè, / com’è tutto ’n paradiso, / li Castelli so’ accusì. / Guarda Frascati ch’è tutto un sorriso, / ’na delizia, ’n’amore, / ’na bellezza da incantà. // Lo vedi, ecco Marino, / la sagra c’è dell’uva, / fontane che danno vino, / quant’abbondanza c’è; // appresso viè Genzano / co’r pittoresco Arbano; / s’annamo a mette lì, / Nannì, Nannì. // Là c’è l’Ariccia, più giù c’è Castello / ch’è davvero ’n gioiello / co’ quer lago da incantà; / e de fragole ’n profumo / solo a Nemi poi sentì: / sotto quer lago un mistero ce sta, / de Tibberio le navi so’ l’antica civirtà. // Ma è mejo de lo sciampagna / er vino de ’ste vigne / ce fanno la cuccagna / dar tempo de Noè; / li prati a tutto spiano / so’ frutte vigne e grano: / s’annamo a mette lì, / Nannì, Nannì. // E’ notte, e già le stelle / te fanno ’n manto d’oro, e le velletranelle se mettono a cantà; // se sento ’no stornello / risponne un ritornello: che coro, viè’ a sentì, // Nannì, Nannì, / che coro, viè’ a sentì, / Nannì, Nannì.
 
Leone Ciprelli ebbe un grande successo con la canzone “M’hai detto un prospero!” scritta da lui e rielaborata dal maestro Giuseppe Micheli che la riporta nella sua Storia della canzone romana. Mario dell’Arco dedica un capitoletto del suo Invito ai Castelli Romani ai rapporti di Romolo Balzani con Marino.
Nel testo citato sulla
canzone romana Ugo Onorati afferma in conclusione che “il luminoso periodo della canzone romana che va dal 1926 alle soglie dell’ultima guerra lo è grazie anche all’importante contributo recato dal concorso poetico musicale di Marino (…). In ogni caso ci troviamo di fronte a un fenomeno culturale e di costume che preparò il consumo di massa del prodotto musicale rappresentato dalla canzone e che fece per due decenni di Marino un’importante ribalta della tradizione canora romana”.
Al vino di Marino, che della Sagra è il fulcro, Mario dell’Arco dedica queste bellissime strofe riprese in Storia e Storie della Sagra dell’Uva di Marino:
I – (…) Er giorno de la Sagra de Marino / bevo er bicchier de vino / fino all’urtima goccia / e er celo se colora de turchino. // II – Più l’ammucchi l’oro ne la botte, più / arzi fra te e la gente un muro, tu. // Dentro a la botte mia / freme la marvasia: / marvasia de Marino e finché butta / ogni bucale frutta / un amico de più. // IV – Macché Funtan de Trevi! / Io la butto ar tinello de Marino / la nicheletta, a fonno ar caratello / de cesanese – a tutte l’ore. Tu / pe rivede San Pietro, San Giovanni, / Santa Maria Maggiore / slunghi er collo per anni. // Io da Marino nun me sposto più.
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
4.3 I giochi
4.4 La gastronomia
In L’Apollo buongustaio ai Castelli Romani del 1998 una strepitosa prosa di C. E. Gadda intitolata “La porchetta di Marino” di cui riportiamo il finale:
“(…) lo squisito colore della porchetta: ch’è un marrone chiaro da non poter dire, tutto lustro, morbido e croccante ad un tempo: e dentro, la polpa, un grigio carne senz’osso, dove il rosmarino ha combinato miracoli. Abbandonata sul suo catafalco, dimostra, invece dei visceri, l’opulenza dell’infarcitura, rosmarino, aglio, patate, il timo e l’origano, tutti i misteri delle erbe e della terra latina, e dei sapori meravigliosi”.
Nello stesso libro segnaliamo la poesia “Le lagrime der pecorino” di Alberto Arcioni: Sotto a la coccia nera / je piagne sempre er core ar pecorino. / So’ lagrime spremute gocce a goccia / doppo che j’hai tajato la capoccia. // Pe consolallo e faje compagnia, / sotto a le frasche e sopra ar tavolino / ce so’sempre l’amichi, / sempre l’istessi: er vino de Marino / e insieme, fresca fresca, / la fava romanesca.
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Nella tesi di Michela Durante su I dialetti dei Castelli nel “Ghetanaccio” sono presenti testi in marinese di Peppe De Filippis (“Incontru de do’ compari”), di C. O. Cadefarro (“’A cavisa ’e Dragone”, una farsa burlesca), Castro Meneri
(“In Pretura”), Alfredo Pompilio Panzironi (“’Mmazzemoli ttut’e dova”, “’U pranzu d’ ’u frate”, “Do’ femmine matte”, “Cendu lopi a ’a Rocca!”, “U taramotu a Marini”, “’U pataccaru a Marinu”, “Discurzi de giuvinotti”), Remo (“’U viaggiu de i do’ combari”). Alle Storielle marinesi di Ilario Onorati è dedicato un numero speciale (2008) della rivista “Castelli Romani” introdotta da un acuto piccolo saggio “I racconti di Ilario, fra memoria e narrativa” di Ugo Onorati. Una storiella:
’N giornu ’n zapponittu disse a ’u patrone: “Sor patrò vedi de damme ca sòrdu ’n più, quando lavoro, ’o vedi comme so’ seccu, tuttu pelle e ossa! Me tocca magnà sembre pa’, cicoria e bieda bullite, co’ po’ d’ojo”. Quillu co’ tantu de panzetta e ’n muccutonnu rispose: “Puro io magno sembre bieda, eppure so’ bellu pacchiarutu!” “A sor patrò – ribattè ’u zapponittu – quessa nun è bieda, ma è biada”.
La “Compagnia Teatro e Musica” ha rappresentato in dialetto marinese – il 2, il 3 e il 4 ottobre 1982 – la commedia musicale “… e tira a campà”, di Roberto Di Sante e Mario Galbani, in cui il Comune vuole espropriare la vigna di Felicettu. Per evitare il salasso la soluzione gliela dà suo cognato Gianni: basta dichiarare il falso. L’inganno viene scoperto e a Felicettu arriva un mandato d’arresto. A quel punto egli si sente male.
Ecco la scena del malore con la moglie Lucia, la suoceraAmalia, i figli e le comari tutti intorno a Felicettu, che giace a terra come morto.
Lucia: Felicettu miu, quesso non m’o tenevi da fa’. Te so volutu sempre be’.. (poi si dispera tanto da spingere i figli ad allontanarla). Voio morì puro io… detime ’n cortellu, voio morì puro io.
Lallo: O ma’, nun fa’ pazzie! Fallo pe’ noiatri, ’rmeno pe’ quella pora criatura d’Ercolettu che ’ncora ’n sa gnente.
Lucia: None, lassetime perde, è mortu u core miu! Signore riccoimite puro a mi!
Parmira: (per rincuorarla) Lucì, nun piagne! Felicettu sta’ ’n paradisu. Nostru Signore se riccoje sempre quilli che servino a Issu.
Lucia: (sempre disperata) ’Mbè, che ce serveva proprio ’n vignarolu.
Assunta: (ancora più premurosa) Coraggio Lucì, nun t’abbatte! D’artronne Felicettu è solu a prima vota che more!
(…)
Amalia: Pora anima de Felicettu.
Comari: Preghemo pe’ ti.
Amalia:: Che ’n vita eri tirchiu e tenevi i sordi sotto a ’n mattone.
Comari: Preghemo pe’ ti.
Amalia: Che tenevi a capoccia peggio de ’n mazzabove.
Comari: Preghemo pe’ ti.
Amalia: Che nu ce potemo giura’. Ma mettevi puro ’e corna a moita.
Comari: Bruttu fiu de ’na mignotta.
Amalia: Che tutte ’e sere, giù a cantina iavi e l’acqua rentro o vino ce mettevi.
Comari: Paraculu che eri.
Amalia: Che a Marini si fregatu a tutti ’rmeno ’na vota.
Comari: Ribruttu fiu de ’na mignotta.
Amalia: E pe’ nun pagà l’ommini, puro fiti sfruttevi.
Comari: Ariparaculu che eri.
Amalia: E mentre preghemo e ripreghemo se grattemo pure.
Comari: È rivatu u iettatore a pià ’e misure.
 
6. I testi di poesia
Il più rappresentativo tra i poeti marinesi è senz’altro Leone Ciprelli (pseudonimo anagrammato di Ercole Pellini (Roma, 1873-1953) che è stato anche drammaturgo in italiano e in dialetto romanesco, editore, nonché ideatore della Sagra dell’Uva di Marino.
Nato da genitori marinesi, compì studi elementari e medi che completò poi con una preparazione autodidattica, prediligendo testi di storia e di letteratura. Mentre lavorava a Roma come contabile e uomo di fiducia nella ditta di un commerciante di carni, si recava non appena poteva a Marino dove possedeva alcune vigne e soggiornava, quando poteva.
A Roma iniziò molto giovane a frequentare l’ambiente dei poeti romaneschi che si incontravano alla Galleria del Corso, frequentata da Cesare Pascarella e da Giggi Zanazzo, oppure al caffè di piazza del Gesù, dove si recava Trilussa suo coetaneo.
Nel 1893 Ciprelli pubblicò le sue prime poesie sul “Rugantino”, foglio popolare fondato e diretto da Giggi Zanazzo, che l’editore piemontese Edoardo Perino stampava nella tipografia di via del Lavatore. I primi sonetti di Ciprelli si ispiravano a fatti di cronaca corrente, ma non erano privi di una frizzante verve e di una naturale disposizione alle descrizioni drammatiche di avvenimenti e personaggi. Il primo successo di pubblico gli fu procurato dalla canzone M’hai detto un prospero!, musicalmente elaborata da Giuseppe Micheli e poi inserita nel suo repertorio dal tenore Beniamino Gigli, che rapidamente corse sulle labbra dei giovani fidanzati romani di origine operaia, impossibilitati a mettere su casa dalle incertezze economiche.
Entrò a far parte della cerchia di poeti e scrittori romaneschi già noti, come Nino Ilari, Adolfo Giaquinto, Giggi Pizzirani e il quasi coetaneo Trilussa. A trent’anni la sua attività era già consolidata e godeva della considerazione di molti autori ed editori tra le numerose riviste romanesche fiorite all’inizio del Novecento. Alle soglie del nuovo secolo, Ciprelli andava fissando i suoi interessi artistici, iniziando a dedicarsi al genere teatrale che, più di ogni altro, determinò la sua fortuna.
Nel 1899 con una tragedia di ambiente classico, intitolata Arta e le Termopili, sostenne il giudizio di un pubblico sui generis nel teatro del cav. Mercipinetti in piazza Guglielmo Pepe. Le insperate acclamazioni del pubblico, indirizzate all’esordiente drammaturgo, indussero l’autore a comporre nuovi lavori di carattere verista e tardo romantico, come L’accusa d’oltre tomba, rappresentato nel 1899 al Teatro Margherita dalla compagnia Baratta, e storico popolare, come Ciceruacchio, messo in scena al teatro Metastasio nel 1905 dalla compagnia Campioni-Baccani.
Tuttavia fu soltanto nel 1906 che a Ciprelli si presentò l’occasione per imporsi a Roma come principale scrittore drammatico in dialetto. In quegli anni Giacinta Pezzana intendeva dare nuova dignità al teatro romanesco e perciò indisse un concorso letterario per giovani autori. Santo disonore di Leone Ciprelli si aggiudicò il primo premio e un duraturo favore del pubblico che vide rappresentare l’opera per la prima volta al teatro Quirino nel 1907 dalla compagnia della stessa Pezzana. Questo lavoro teatrale costituì per molte generazioni un punto di riferimento e il dramma per antonomasia del teatro dialettale romano. Per la sua notorietà il dramma fu persino riproposto al pubblico in versione cinematografica per la regia di Guido Brignone distribuito
nel 1950 dalla società Romana Film.
Fra il 1902 e il 1905 la sua poesia evolveva dalla forma verista a quella simbolica e crepuscolare, fornendo apprezzabili
saggi anche di versi in lingua. Nel 1904 entrava a far parte della redazione della testata “Marforio”, dove incontrava Sergio Corazzini, allora alle prese con la poesia romanesca, cui si legò con affettuosa amicizia. Nel 1908 Ciprelli pubblicò i drammi: Sabbito santo, rappresentato al teatro Quirino dalla compagnia di Giacinta Pezzana, La mattina doppo (teatro Metastasio, 1912), Anime perse (teatro Manzoni, 1915), La Parrocchietta (teatro Metastasio, 1916).
Un aspetto non secondario delle capacità intellettuali di Ciprelli è rappresentato dall’attività editoriale, iniziata nel 1897 con la creazione della testata romanesca “La Tresteverina”, uscita dalla stessa tipografia Capaccini che stampava il “Rugantino”. Direttore del periodico era Valentino Banal, coadiuvato da Ruggero Rindi, Sergio Corazzini, Amedeo Caimmi, Tomaso Smith, Omero Vecchi (poi Luciano Folgore).
Nel 1905 fondò un’altra rivistina dialettale dal titolo “Er Marchese der Grillo”.
L’esperienza accumulata in campo editoriale si dispiegò nel primo dopoguerra, quando Ciprelli intuì che avrebbe avuto spazio e fortuna un’idea originale, quella di dar vita a un periodico dialettale che avesse tenuto conto non solo del romanesco, ma anche di altre espressioni dialettali regionali, alle quali nessuno finora aveva prestato attenzione, perché considerate subalterne al romanesco. Fu così che nacque il settimanale “La Voce del Lazio”, finanziato direttamente da Ciprelli, editore e proprietario. Il periodico dovette sospendere la pubblicazione nel 1926 per aver disatteso le nuove disposizioni della legge sulla stampa. Ciprelli non si diede per vinto e fondò un’altra testata che uscì dal 1927 al 1929: “Ghetanaccio”, anch’essa protesa verso i Castelli Romani e la Provincia.
Tuttavia la più importante e geniale delle invenzioni ciprelliane rimane ancora oggi la Sagra dell’Uva. Nel panorama piuttosto ampio delle feste dedicate all’uva e al vino in ogni parte d’Italia, la Sagra dell’Uva di Marino, che è la più antica, rappresenta un caso del tutto speciale per la sua originalità e rappresentatività delle tradizioni popolari romane e castellane.
La fama di Leone Ciprelli, nell’ambiente romano, fu all’apice tra gli anni 1907-1915, soprattutto quale drammaturgo, poiché, dalla rinascita del teatro romanesco in poi, egli fu considerato uno degli autori più rappresentativi, se non il principale.
Mutata la società e venute meno le identità culturali locali, il teatro dialettale perse terreno anche per l’azione contrastante del regime fascista, tanto che alla fine degli anni trenta crollò l’interesse per questo tipo di rappresentazione, fino quasi a scomparire nella seconda metà del Novecento.
 
La notorietà di Ciprelli, in qualità di poeta, si consolidò invece intorno alla metà degli anni Venti, tanto da essere considerato allora uno dei maggiori poeti romaneschi.
Tale fama, oggi molto ridimensionata, declinò nella seconda metà del Novecento.
A ciò si aggiunse il generale processo di omologazione e di declassamento del dialetto. Nel 1986 fu edita, a cura di U. Onorati, l’intera sua opera poetica che contiene 298 poesie romanesche e 119 in lingua.
Tra i giudizi sul Ciprelli poeta riportiamo quello di Ettore Veo in Poeti romaneschi: “Come poeta romanesco il Ciprelli ha spesso degli accenti cupi e drammatici singolari e la sua poesia, non abbondante, è comunicativa e personale come quella di tutti gli istintivi”. E quello di Mario dell’Arco e Romolo Lombardi sulla rivista “Poesia romanesca” (30.1.1946) che nel definirlo il più popolare commediografo romanesco, affermano: “La sua poesia quasi sempre greggia e drammatica, alle volte è pervasa di una sottile vena lirica e da un fermento nuovo e singolare. Notevole il poemetto ‘La stalla de Bettelemme’”.
Le favole scritte da Ciprelli si distinguono da quelle di Trilussa, per la personificazione di oggetti, piuttosto che di animali. Ne riportiamo due, inserite in un denso opuscoletto (ricerche e testo di U. Onorati) pubblicato dal Comune di Marino il 5 ottobre del 2003, nella ricorrenza del 60° anniversario della morte : il primo è “Er cagnolo e la Sonajera” (“Rugantino, LI, 6447, p. 1 – 9-12-1937):
Un Carretto cammina / per l’Appia Nova, ne la notte nera; / e er Carettiere, sotto la forcina / s’addorme ar canto de la Sonajera. / Ma accosto a lui, cià er fijo, un ber maschietto, / che trapassa co’ l’occhi l’ombra fitta, / mentre regge le guide der Muletto, / che seguita, oramai, la strada dritta, / co’ l’annatura giusta, / senza bisogno d’assaggià la frusta. // Er Cagnoletto, intanto, / corco su li barili, ruga e abbaja; / finché la Sonajera je baccaja: / – Perché, brutto Canaccio, / me vòi roppe l’incanto / de ’sta gran bella musica che faccio? / Perché nun te ne vai lontano un mijo? / Perché me dai cordojo? // Er Cagnolo abbajò: – Perché nun vojo / che, doppo er Padre, addormi puro er Fijo!
(forcone: ramo di legno o telaio su cui si stende la capotta, destinata a riparare il carrettiere dalle intemperie e il carico di vino nei barili dal sole cocente; ruga: braveggia).
 
Il secondo “Li du gatti”: Un Gatto grasso, de ’n so che barone, / disse a ’na Gatta misera, affamata, / de ’n so che pover’omo: / Io nu’ rubbo ar Padrone, / io rispetto la proprietà privata! / – Allora – fece lei – Sei ’n galantuomo? / – Macché – rispose lui – Manco pe’ sogno! / Nu’ rubbo più, perché ’n ciò più bisogno!
Il poeta “non scade quasi mai nel moralismo – osserva Ugo Onorati, al quale si deve la curatela del volume Leone Ciprelli. Tutte le poesie e un’esaustiva presentazione della personalità e delle opere – anzi trasfonde nelle poesie tutto il suo forte temperamento, rivelando non di rado le sue origini provinciali e la sua appartenenza culturale ai Castelli Romani attraverso canzoni e favole”. Come nelle poesie “La Sagra dell’Ua”, “La vite e la pompa der ramato”, “La vite e er vignarolo”, “La torcitura” e “La Fonte der vino”:
Du sorgente che valeno ’n tesoro / scegneno da li colli de Marino. / Una rossa, ch’è tutta de rubbino, / l’antra gialla, ch’è tutta quanta d’oro. // Sanno de sole, d’ua e de peperino; / danno forza alegria pace e ristoro / e scegneno, a mischià li schizzi loro / ner paradiso tuo Fonte der vino. (…) Fonte de vita, scaccia noja e pena / e rigala a chi beve più de gusto, / ’gni sempre còr leggero e borza piena.
Le caratteristiche del vernacolo usato da Ciprelli sono da un lato l’estrema duttilità e dall’altra la profonda aderenza alla lingua parlata a Roma, nella sua epoca dalla gente comune, anacoluti popolari inclusi. In alcune poesie usa anche, e con successo, forme espressive del dialetto di Marino, come in “Rocca di Papa” che inseriamo nella nostra Antologia, calato nell’esaltazione della realtà paesana, del paesaggio e delle caratteristiche dei Rocchegiani, quasi a smentire l’antica rivalità tra Marino e Rocca di Papa. In dialetto marinese sono pure “Ritornelli appassionati de Marini” in cui citiamo i due conclusivi: nel primo Fior de tabaccu: / ce sta chi sposa puru senza ’n boccu, / ciò dittu: bella mia, facemu saccu si fa riferimento all’usanza della fuga delle giovani coppie contrastate dal parere contrario delle famiglie e risolutiva perché in caso di fuga non si affrontavano ingenti spese del matrimonio; nel secondo, al diniego di lei, l’innamorato langue d’amore: Fiorettu d’oro: / essa ha rispostu: none, aspetto e spero; / io me cianneccio (divento sempre più magro) e sendo che me moro.
In “Strozzinaggiu d’amore” assistiamo a uno splendido contrasto tra innamorati in cui un giovane sembra disposto a restituirle il ritratto un tempo concessogli insieme a tante promesse, ma prima lui rivuole indietro i tantissimi baci e in più gli interessi usurari maturati:
(…) Fior de narcisu e fiore de mughettu; / tu me si scrittu che rivo’ ’u ritrattu, / me sa che non se po’ avverà ’su fattu; / ve’, pe’ dispettu, / si tiè core, a levammelu da ’n pettu! // Mela paccuta e fichera gustosa: / te sonno, ’e male lengue, persuasa / e me si’rimannatu tutto a casa; / scigna gelosa, / tutto non è, ce manca ’ca atra cosa. // Fior de castagne e fior de callallesse: / manchino mille baci, e, pe’ spiegasse, / quilli che te’ so dati a ’se ganasse; / (ce ’o sanno be’ esse), / più ’u novanta pe’ cendu d’interesse! // Fior de viole e de margheritine: / si vo’ ’u ritrattu tiu, me tie’ da dane / primo ’si baci e no me dì: – si’ cane! / Eppo’ a ’a fine, / mànnime, pe strozzinu, a ’u confine!
(te sonno: ti hanno; fichera: fico, frutto; callallesse: ballotte).
 
Il componimento più toccante della produzione di Ciprelli è La Stalla de Bettelemme. XX Sonetti Romaneschi, nel quale un delicato sentimento poetico si unisce a una lineare musicalità del verso, calati in una descrizione che sembra naturalistica, mentre in realtà è fiabesca e surreale. Proponiamo il XVIII, uno tra i più belli:
La Vergine se slaccia la polacca, / mette fora le “poppe” sue divine / e subbito Gesù, co’ le manine, / a bocca spalancata, ce s’attacca. // E tira e spreme e succhia e nun se stacca / come quele crature piccinine / che pijeno le sise pe’ vettine / e cia voja a strillaje: c’è la cacca! // Maria je dice: – Amore santo, zinna, / pija la sisa da ’na pora donna, / bevete tutto er sangue e fa la ninna. // L’angeli fanno coro: – Quella è manna, / succhia, ciumaco, e’ latte a la Madonna / e, quanno che se’ sazzio, fa la nanna.
(polacca: giubbetto da donna; pijeno le sise pe’ vettine: scambiano il seno per la vettina, cioè un piccolo orcio di terracotta invetriata per il vino o per l’olio; zinna: è l’imperativo del verbo zinnare, cioè succhiare il latte e lo stesso è pija la sisa)
 
Nella poesia di Ciprelli è sempre viva l’attenzione a Marino, alla Sagra, in una parola alle radici culturali di un luogo e della gente di Marino, attraverso la giusta considerazione degli elementi folcloristici e simbolici rituali, che soli possono distrarre l’individuo dall’omologazione e dallo smarrimento. Ed in “La Sagra, la tera e le stelle” preme con forza l’amore per la sua città d’elezione:
Notte d’ottobre, dorce come er mese. / La cuppola der celo se piegava / pe’ via de le gran lampene sospese. / Tutta quanta la Tera sfavillava / pe’ le Sagre dell’ua de ’gni paese. // Riposaveno, stracche, le campane, / che tutto er giorno s’ereno svociate / a chiamà le vicine e le lontane. / Sotto a loro, le folle spensierate / beveveno lo sciùrio a le fontane. // Pe’ tutto c’era armato un ber festino: / canti, fanfare, balli, sartarelli; / e luce a sfascio e, a fiumi sciurio fino! / Trasudaveno mosto li tinelli / e pe’ le strade, se sprecava er vino… // Queli sguazzi dell’ua vinificata / più quer mare de mosto che bolliva, / empiveno d’odore la nottata. / E quel’odore, sempre più, saliva; / l’aria se n’era tutta imbriacata…
 
Sulla rivista “Il Ghetanaccio” di Leone Ciprelli furono pubblicati oltre a sue poesie, testi poetici in dialetto marinese, ripresi nella già citata tesi di Michela Durante su I dialetti dei Castelli nel “Ghetanaccio” dei poeti Quattrocchi (“’E cavalle”), Antonio Cugini (“Marini…”, “’A radio” “I morti” “’A Sagra de quist’annu”, “A benzina”), Torre (“I cascamuorti”, “E fallette de zi’Totu”), Castro Meneri (“’Ndovinarellu…”).
Nella simpatica poesia di Torre “I cascamuorti” si criticano i modi, per il costume dell’epoca, piuttosto sbrigativi dei corteggiatori romani alla spasmodica ricerca di qualche picchietta o ciumacona marinese, certamente non disponibile ad appuntamenti là per là (Molto bella l’espressione ce fanno u lastricatu che sta per fare una corte spietata, passeggiando insistentemente):
conosce appena ’na persona, / che subbito ce ride e fa de botto: / Signorina, t’aspetto oggi a le otto… / Mangu si fussi stata ’na birbona! // Propio da mi! ma va a morì ammazzatu; / credino de sta a Roma, i Signorini… (…) Ancora ’n ci’o sanno che a Marini / benanche che ce fanno u lastricatu, / so’ poco affortunati ’sti paini.
Citiamo anche la scherzosa “’Ndovinarellu…” di Castro Meneri in cui:
Se tratta de sapè: quandu te (ha) tre mesi / a sorice, ’ndo rentra, schizzu fattu? (immediatamente) / Cerchete e risponnetime sull’attu, / tantu si sete e ’n sete marinesi. // Direte: rentro a ’a bbuscia? (buco) Ve sbaiete. / Và ’n bocca a ’a gatta? Questo nun po’ ’stà / cambia de domiciiu? nu ’n credete!!! // Io pe’ ’n famme mannà a quillu paese / ve ’u spiego: Pe’ ddi propio ’a verità, / doppo tre mesi, rendra… a ù quartu mese…
 
Antologia
LEONE CIPRELLI
 
Rocca de Papa
Si tu ’a vedi da Roma o da Ciampinu
’o sa che effettu che te fa ’a Rocca?
te fa ’n effettu de vedé ’na biocca;
e ca’ casale che ce sta vicinu
 
rissomia da lontano a ca’ pucinu
che resce ’ncontr’ ’a matre e vò che ’u’mbocca.
’Sa biocca, quando tira ’u ventu, o fiocca
e ’u celu è comm’ ’a cappa de ’u camminu,
 
te pare che s’aina a ruspà ’a tera
pe’ ribelasse e fasse ’na cucciola,
ma ammalappena stemo a primavera
 
e ’a rondinella canta e te conzola
riarza ’e penne e è uzza a ’na maniera
che guasi guasi dici; èsso che gola!
 
Li Rucchiciani sò bravi gristiani
sempre pronti pe’ fà ’na bon’azzione,
che tenno pe’ ’u paese siu a affezione
stessa che tenno pe’ ’u patrone i cani.
 
Viva ’a faccia de li rucchiciani
puro quandu ch’è sporca de carbone!
Muccu neru vabbè, ma nò finzione.
Issi nu’ stanno mai co’ ’e mani in mani.
 
Issi so vignaroli e spaccalegna,
issi vanno a ’u fruttetu e ’a carbonara
o fanno ’i sfocatelli co ’a legna.
 
’Nu rucchicianu conta pe’ miara
a giocà a caciu; si nun sì ’nciafregna
nun ce giocà, ce perdi’na caciara!
 
aina: s’affretta; ribelasse: ricoprirsi¸ uzza: abbellita; gola: vola; Muccu neru: faccia nera per la lavorazione del carbone; sfocatelli: funghi che nascono da ciocchi di alberi di nocciolo bruciati e messi nella grotta; a caciu: un gioco che si fa con le forme di cacio, la ruzzica è il nome del gioco e consiste nel far ruzzolare più lontano possibile il proprio formaggio; ’nciafregna: melenso; se non sei uno stupido.
 
Cenni biobibliografici
Ciprelli Leone (pseudonimo anagrammato di Ercole Pellini (Roma, 1873-1953) è stato poeta, editore e drammaturgo italiano e in dialetto e ideatore della Sagra dell’Uva di Marino.
 
Bibliografia
AA.VV., Marino immagini e letteratura, Ass. Pro Loco Marino, 1981
AA.VV., Incontro con Marino, Ass. Pro Loco Marino, 1983
AA.VV., Storia e storie della Sagra dell’Uva di Marino, Ass. Pro loco Marino, 1984
Ciprelli, Leone, La stalla de Bettelemme. XX Sonetti romaneschi, Banca di Marino, 1980 [ristampa da un libro pubblicato verosimilmente nel 1924].
Ciprelli, Leone, Petrolini. Un atto fantastico di Leone Ciprelli, a c. di Ugo Onorati (ristampa della I edizione del 1946), Marino, Biblioteca “Girolamo Torquati”, 1982.
Durante, Michela, “I dialetti dei Castelli nel Ghetanaccio”, Tesi di Laurea in Dialettologia a.a. 2000-01, relatore prof. Ugo Vignuzzi. [Consultabile presso Biblioteca di Marino.]
Lucarelli, Antonia, Memorie marinesi, Marino, Pro Loco di Marino, 1997.
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Castelli Romani e Litorale sud. Dialetto e poesia nella provincia di Roma, Roma, Ed. Cofine, 2010
Scuola media statale Giacomo Carissimi, La lingua di Marino, Marino, [1980]
 
Webgrafia