60 – MANZIANA

MANZIANA (369 m slm – 5857 ab., detti manzianesi). A 45 km da Roma, sulla via Claudia Braccianese, alle pendici del Monte Calvario, all’interno dello stesso cratere dell’antico vulcano che comprende anche il Lago di Bracciano.
 
IL DIALETTO DI:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Da Voci dalla Fiora. Lessico Manzianese di Baldini e Totteri:
accanarzato (mettere il cane del fucile in posizione di sparo), accipollato (preso, colpito), accoratóra (fendente di coltello che arriva al cuore, vibrato sotto la spalla del maiale per ammazzarlo), accunnare (cullare), albuccio (pioppo), alleprato (eccitato), ammatupito (stupito, meravigliato, intontito), appeticonato (radicato fortemente a terra), bimbolenza (altalena), bùbbola (ùpupa), cacciamano (asciugamano), calatore (tratturo scosceso tracciato dal bestiame per scendere verso il pascolo o per abbeverarsi), cantasilena (cantilena, canto prolungato ripetitivo e noioso), chiorro (in generale: animali castrati. Riferito a persona, infecondo), ciochilà (espressione per mandar via il maiale), ciócio (maiale), ciónna (vagina; espressione di insofferenza: u la ciónna!), codarone (osso sacro), gabbarèlla (cambiare direzione repentinamente), giùppe (giù per andare), gnaolóne (andare carponi), gnè (gli, a lui), ierto (spesso. Fig. persona grezza, ignorante), lappe (che è nelle immediate vicinanze. Seguito dal nome del luogo serve a localizzare qualcosa di cui si non si conoscono le precise indicazioni, orario approssimativo), lippe (lì per andare. Serve per localizzare indicativamente un luogo prossimo ad un altro preso a riferimento), ’mproma ’mproma (comodo, a portata di mano), ’mpurcinato (uovo fecondato; frutta rovinata all’interno), mocóne (rancidito), morghettare (sfregamento dello zoccolo sul terreno da parte di bestie innervosite), ’ncornatura (rassomiglianza, ceppo da cui si discende), ’ncrudolito (detto di frutto che sotto l’azione del vento o del freddo ha perso la possibilità di maturare. Persona gelata dal freddo), ’nguattatrucchio (nascondino), ndaidannà (dove devi andare?), ngiammo’? (di già?, cosi presto?), pacchiarìna (terreno sdrucciolevole dopo la pioggia, fanghiglia), pàccole (piccolissime quantità di liquido lacrimale, rapprese all’esterno dell’occhio), pettorìna (prendere in pieno il vento o il sole: stare a pettorina), pianculo (lungo bastone a croce con il quale venivano infilati forati o pignatte per porgerle al muratore in alto), pietràngola (trappola a scrocco. Consiste in una pesante tavola o altro, sollevata e retta a 45 gradi da un sostegno legato a una cordicella che, tirata quando la preda – piccoli volatili – si trova a beccare l’esca posta nel perimetro sotto la tavola, la fa cadere sugli stessi, intrappolandoli), portogallàro (venditore di arance o verdure), quìppe (per di qui), rogàra (terreno inagibile per i rovi. Siepe di rovi), rosichìno (cartilagine), rumato (scavato; terreno tracciato con il muso dai maiali e dai cinghiali in cerca di radici), sacèrno (tabernacolo), santantognóne (persona dal fisico imponente), sarapìca (dittero, famiglia delle zanzare), sassicàra (pietraia), sbeccutà (curiosare), sbrollà (ripulire, con l’ausilio della roncola, il ramo di un albero dalla vegetazione), scafarotti (scarponi grezzi e fuori misura), scamozzi (scamuzzoli. Ramoscelli di legno usati dal rabdomante), sfirzafìco (spiedo di legno utilizzato per i fichi secchi), sicutèra (discorso lungo e noioso), spocciare (svezzare), spoggiare (scollinare, sloggiare, mettere in movimento un mezzo trainato da bestiame), stratarinàta (insieme di funghi in uno spazio limitato), sulavéna (così e così), svarduccio (cittadino braccianese), tafàna (buco), tarabbòzzolo (persona bassa e tarchiata), tàscio (tasso, mammifero; persona poco incline alla vita sociale), tètte (nomignolo affettuoso per indicare il cane), vèrta (due bisacce unite ai capi da una doppia bretella da trasportare sulle spalle o sulla groppa dell’asino), zàcana (fettuccia o nastro usato soprattutto per stringere busti o grembiuli), zepponcùlo (farfallina nera pigmentata gialla con pungiglione addominale dritto), zinnatella (bere un goccio di vino), zunna (insopportabile ripetizione).
 
2. I proverbi e i modi di dire
Da Voci dalla Fiora. Lessico Manzianese proverbi e modi di dire di MANZIANA.
A caso ripensato (ripensandoci); A quello j’è ’nato a stufo ’l brodo grasso (fare qualcosa di cui potrebbe pentirsi); C’è poco da zazzà (c’è poco da stare allegri); Che t’ha cacato la Befana? (che cosa ti ha portato la Befana); Chi cantone se fa cane ce piscia (se ti metti nella condizione di essere sopraffatto, la gente infierisce); Chi vie’dal morto sa come se piagne; Chiacchiere che lavorono (discorsi pratici, produttivi); Cucco cìccio su lo spito (nell’uccisione del maiale, questua di piccole parti di carne fatta da ragazzi che esibivano lo spiedo ripetendo la frase); È come mette ’l campano al porco (è impossibile migliorare l’immagine); È tutta casa e chiesa e ’mbroccoluccio d’acqua (per definire una ragazza molto seria); Ho fatto un botto e so’ cascato come ’n santo vecchio (cadere improvvisamente e imprevedibilmente); In tre a regge e uno a mannà giù (per indicare la pessima qualità del vino); J’ho fatto sperde ’l piscio (intimorire, mettere paura a qualcuno); ’L foco pia moje (il fuoco si sta spegnendo); La bocca porta le zampe (il cibo dà forza); La neve pe’ compóne è la Corsica depone (da queste parti la neve attacca solo se proviene dal nord-ovest); M’ha fatto ’na ’ncanata (urlare e trattare male qualcuno); Manno ripreso pe’ le grespe del culo (essere salvati in extremis); Me la so’ vista paiosa (essere scampato da un pericolo); Metti che voi caccià fori ’n carretto da ’nfangaro (ipotizzare una soluzione ad un difficile problema); Nun me tufa (non mi garba, convince); O è mula le’, o è chiorro lu’ (di coppia senza figli); Pea pea (grido di bracchieri che collaborano alla caccia al cinghiale); Quello pare che vo’spianà ’l monte dell’Ermo co le chiappe del culo (chi a parole fa credere di poter risolvere o fare tutto); Quello si sbroccola nun scarciofola (persona malata che se riesce a passare l’inverno difficilmente arriva a primavera); Salire a porzetta (salire facendo forza sulle braccia); Se crede che Montecacino è fatto de cacio (per indicare una persona credulona); Sei farzo come ’na lapide de camposanto (sei falso come le parole incise sulle lapidi); Sta co’ ’sta rifidanza! (fare affidamento su qualcosa di molto incerto); Te sei sarvato pe’ ’n cianco de mosca (averla scampata bella); Te tufa? Si nun te tufa fàttala tufà (se una cosa non ti va bene, fattela andare bene lo stesso); Vatte a fa’ da’ cinque lire de muso pisto e se n’cell’hanno pisto fattolo pistà (frase scherzosa rivolta ai bambini creduloni che venivano invitati ad andare presso una famiglia a fare questa richiesta).
 
3. I toponimi e i soprannomi
In Voci dalla Fiora. Lessico Manzianese, gli autori dedicano un notevole spazio alla ricognizione delle località di paese e delle contrade che non è una semplice elencazione (viene comunque indicato la loro collocazione e fornita una breve spiegazione delle particolarità del sito). Solo un esempio:
La fiora. Località circondata da boschi dove è sorto il primo insediamento di Manziana. Confinante con il comune di Oriolo e quello di Bracciano, la zona è ricca di acque. Una fonte, insieme ad altre si incanalava nell’acquedotto Traiano (da Nerva Traiano), portandola a Roma. Distrutto dai barbari. Soltanto nel 1607, sotto il pontificato di Paolo V, furono ripresi i lavori per incanalare nuovamente quest’acqua, assieme ad altre sorgenti, nelle strutture ancora efficienti del vecchio acquedotto. (…) Parte di detta sorgente fu assegnata a Bracciano, dove arriva superando il fosso di Boccalupo, tramite una serie di archi che prendono nome dal fosso (…).
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Festa della Primavera (ultima domenica di giugno): premi per i migliori balconi fioriti e concorso nazionale di pittura. Palio delle Contrade (16 luglio). Festa patronale di San Giovanni (ultima domenica di agosto): celebrazioni religiose e cena finale a base di trippa, fagioli con le cotiche, abbacchio alla scottadito, acquacotta. Madonna delle Grazie (9 settembre). La Pasquella (24 dicembre).
 
4.1 Canti
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Avvertimenti minacciosi da MANZIANA: Te caccio li budelli e te li metto pe corona, te concio come ’na pelle de becco, te lo do io ’l caffè del moro.
E una pastòcchia (favola, racconto): “La pastòcchia de Bbistè” si racconta ai più piccoli per prenderli in giro o quando non si ha tempo e voglia di dar loro retta:
La pastòcchia de Bbistè / Che ddura in zempitè / te la dico e tte la dirrò / te la dico, sì o nnò? / Se rispondono “si” si prosegue: De sì nun ze po’ dì / Perchè è la pastòcchia de Bbistè / Che ddura in zempitè; / te la dico e tte la dirrò / te la dico, sì o nnò? Allora essi risponderanno “no”, e si continua: De nò nun ze po’ dì / Perchè è la pastòcchia de Bbistè / Che ddura in zempitè; / te la dico e tte la dirrò / te la dico, sì o nnò? A quel punto i pargoli dovrebbero aver capito che non è aria.
 
4.3 I giochi
In Voci dalla Fiora… sono riportati molti termini riferiti ai giochi di una volta. Parmo, gobbone e quattro diti (misura adottata nel gioco delle biglie), sangiovannella non è né micco né ’ngannella (formula di controprova usata per dimostrare la veridicità di quanto affermato). Focolìgna: linea tracciata sulla terra a dividere due spazi dove giocano due squadre avversarie di ragazzi. Alcuni giochi:
Barca (a): consisteva nel delimitare ognuno una piccola porzione di terreno a forma di ovale, quindi con un chiodo da staccionata o baionetta si doveva infilare il terreno dell’avversario, poi facendo leva sul terreno, si sollevava una porzione (tacchia) dello stesso fino al completamento del perimetro. In caso di mancato obiettivo o caduta dell’attrezzo si passava la mano. Vinceva chi riusciva ad affondare completamente la barca avversaria.
Mortecazzùta: gioco da bambini che consiste nello svuotare una zucca grande e darle le sembianze di un teschio. Al suo interno, si accende poi una candela. Il tutto veniva appoggiato o su un pezzo di latta o su una tavola; quindi, di sera, al buio, gruppetti di bambini, andavano a bussare alle porte delle case limitrofe, cercando di spaventare i vicini quando aprivano l’uscio.
 
4.4 La gastronomia
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Le cronache manzianesi de Gli Arcavoli e le Storie manzianesi, ma soprattutto i romanzi Il fosso del lupo e La grottapinta di Livio Vecchiarelli racchiudono, secondo Antonello Ricci
“appassionate saghe domestiche e corali, memoria vitale d’un commovente epos contadino (giocate, le due vicende, tra Unità d’Italia e Otto Settembre), ben presto spazzato via dal progresso a tappe forzate, dalla metastasi consumista di una nazione tutta; storie dominate dal genius loci del paesaggio alto laziale, ben più che fondale, vero e proprio protagonista aggiunto. E soprattutto le divertenti, garbate, pietosissime prosette di storia paesana, dedicate alle terre e alle genti manzianesi. Apartire dagli Arcavoli, venuti da lontano a fondarla, Manziana, a inventarla, rubandola al bosco nella seconda metà del Cinquecento, ma in “queste ‘Cronache manzianesi dal XVI al XIX secolo’ l’erudizione è felicemente svolta, e risolta, a livello narrativo: storia e letteratura vi giocano felicemente a rimpiattino”.
La prosa di Livio non è agevole, è utile perciò seguire il consiglio di suo figlio, l’editore Varo:
“il lettore non si scoraggi alle prime battute e di fronte all’intreccio lessicale e alla complessità sintattica. Si faccia strada con vigore nella forra degli anacoluti, delle ellissi, delle espressioni dialettali, tra il dispetto di termini incomprensibili! Il premio sarà, arrivando in fondo al libro, la certezza di aver letto un’opera comunque diversa, che sicuramente lascerà un segno nella memoria e nella fantasia.
Un semplice assaggio dalla Premessa a Gli Arcavoli. Cronache manzianesi dal XVI al XIX secolo:
“(…) Una mattina di primavera in una pispilloria di uccelli in cielo e nelle fronde novelle, con non folto séguito l’abate Cirillo volle visitare Santa Pupa, ma varcata la muraglia sotto la torre non volle inoltrarsi altrimenti, scorto d’ogni intorno guasto e solitudine. Così fuori luogo per le mutate esigenze della società e lontano da strade di traffico, neppure un momento l’abate si soffermò sul proposito di farla rivivere, e scelto lui il posto nella piana sotto il monte fra le due pristine strade selciate dai Romani, ancora agibili, quivi stabilì l’impianto del nuovo borgo, sul primo chiamato San Giovanni, poi la Manziana dall’attributo infernale della selva. Alla spicciolata scesero d’Umbria e Toscana contadini e dicioccatori a cesare boschi e scopeti, e tanto di gagliardo operarono a disporli all’aratro, che già a dieci anni dai primi insediamenti, lieto è il feudo di pianure di grano, poggetti di vigne e selvette d’olivi; e la comunità ha preso consistenza da pretendere codificate le promesse verbali in titoli inviolabili, discussi da pari a pari fra il barone abate e i tre Massari eletti e deputati dal “Consiglio degli Uomini Capannari e Vassalli della Manziana”. Fu la Convenzione del 1560, la Magna Charta che nel volgere del tempo condizionò lo sviluppo agricolo del territorio e civile degli abitanti del nuovo borgo. (…)”
 
6. I testi di poesia
B. Moschetti nella prefazione a Voci dalla Fiora afferma: “Manziana può vantare, nell’opera illustre di Livio Vecchiarelli, una delle esplorazioni più intense ed originali, condotta innanzi per l’arco di un’intera esistenza e nella tensione di compiuti valori artistici e letterari, della propria antica e molteplice eredità culturale, di costume, di lingua”. A. Ricci, lo aggrega “alla folta anagrafe dei localisti” e considera ciò un omaggio alla sua multiforme opera perché è convinto che “solo per questa via si potrà – prima o poi – riscrivere una più ‘vera’ storia della letteratura nazionale e – perché no? – una storia d’Italia tout court. Almeno nel nostro paese cronicamente afflitto da disturbi della memoria. Ripartire dall’anonima, saturnina, operosa moltitudine di scrittori il cui estro si consumò – e si consuma – alla grata ombra d’un campanile. Storia mai udita prima, certo. E certo ‘in minore’. Ma non per questo meno densa di pathos e di senso”.
Dice Livio Vecchiarelli: “Pe conto mio / er profumo, le trame, li colori / de n’aiola de fiori / me fanno pensà a Dio” / e spanne na cariola de letame / fra li broccoli e annacqua i pommidori.
Il titolo della poesia, tratta da Straccetti ar vento è significativamente “Poesia e prosa” ed è tra queste che si è spesa la sua esistenza. Il suo dialetto è il “romanesco manzianese”, di conio trilussiano-pascarelliano. Sorprende l’assenza del sonetto dai suoi pur numerosi componimenti, desta ammirazione il sapiente intreccio di endecasillabi e settenari specie nelle favole e nei poemetti; non di rado usa solo settenari, come in “Amore trasteverino”:
Ah Gi’! strìgneme forte / da famme mancà er fiato; (…) È tosta e scrocchiarella / sotto li panni, Lella. // “Ah Le’! fatte un po’ smogne, / daje nun fa la cicia, / òprete la camicia / damme ste du’ cotogne: // so bianche come el latte / te possin’ammazzatte!…
Nelle favole degli animali-uomini i dialoghi sono ben condotti, come ad esempio, nella raccolta Piove e c’è er sole, in “Aspirazzioni” dove campeggia spaparacchiata ar fosso che le ninna / na majaletta nata ar maggio scorso che esalta davanti alle sue compagne il feroce dominio della madre: fa tanta soggezzione / che je gira a la larga pure er verro, / e nun ve dico er cignalone griggio… / e pure tra l’antre bestie cià prestiggio: / quanno l’ore de l’afa s’appantana / sùbbito er pomeriggio / che nun se move foja, / nemmanco le ranocchie escheno fora / pe nun intorbidaje; e la maialina confessa la sua aspirazione: “Proprio nun vedo l’ora / de famme adurta e diventà na troja.”
La sua vena satirica si esplica anche nelle storie paesane. Nella sezione “Arberi pizzuti” di Piove e c’è er sole, vizi e virtù dei compaesani sono rivisitati attraverso la lettura dei falsi epitaffi delle lapidi del cimitero locale opera di Curti Libberato:
IV – Grugnetto de ciovetta sur barzolo, / dove t’ho visto?… Ma sicuro: è lei! / Rosetta Tumisdei / che me soride dar ritratto in posa / de dietro a un lume e un ramo de mimosa: / “Prodiga verso er prossimo / qui rende a Dio la carne generosa / dar diciannove aprile Ventisei / ner fior de l’anni, Rosa.” / Prodiga?… Ma sicuro! Mai na vorta / a chi bussva nu j’aprì la porta, / benché no spicchio; solo / che a Curti j’è rimasto ner mazzolo / che lei si prodigava solamente / a casa sua, a un vicoletto scuro / dove ce bazzicava poca gente, / e in più tutti de prescia e muro muro.
V– “Agricortore esperto, in santa pace / Formica Giandomenico qui giace: / cor prossimo in bisogno mai fu avaro, / mai nessuno ha bussato / che pronto nu j’ha aperto / la porta der granaro.” // Proprio così, ma lo scarpello tace / fra tante virtù sue, che pe no staro / er mese appresso ne voleva due.
VI – “Era na donna pia Tarviso Bice, / presente ar banco a tutte le funzioni.” // La lapide nun dice / se l’estasi che cià dipinta in viso / ne la fotografia, / era pe la mezz’ora in ginocchioni / o li cinque minuti in sagrestia.
XVIII – Ma la più bella lode / Curti l’ha scritta pe un monello: “Mai / ha fatto piagne l’angelo custode.” / È vero, è bell’assai, ma pe nun piagne, / l’angelo sarà stato un bricconcello / eguale a lui, un roscetto / che a guardallo faceva simpatia: / viso a mela, occhi verdi e naso in su, / scalzo come un ucello, / più smirzo d’un furetto. / Er nome?… Boh!… Chissà perché, ar paese / lo chiamàveno tutti Frustavia. / Monelluccio, dieci anni e quarche mese / è lui ne le campagne / a rubbà l’ova, a vorte na pollastra, / e nun dico er zibibbo e le castagne… // Ma de certo Gesù, / letto er congedo inciso su la lastra, / che fai? Nun credi a l’Angelo custode? / L’ha preso in collo e l’ha portato su.
XXV – E mo’ che Curti è morto, chi ce penza / a sbiadicce ner marmo le magagne / de tutta l’esistenza? (…) Lo so: nun cià creduto mai nessuno, / e poi a pensacce bene, ma che faccia, / nojantri uno per uno / pretenne: “Fra le braccia de Gesù” / “Nel grembo de la Vergine Maria” / E così: probbo, casa e chiesa, basta! / Coscenze senza macchia e senza sgraffi? / tutti cascami… Intemerata?… Pia?… / Lassamo perde, e nun te dico casta! / Er paese te piagne?… È na bucìa. / Vedova sconsolata?… È na fregnaccia. / Moriggerato?… Ma si è morto sbronzo!… / Sonno der giusto?… Vallo a raccontà. / Na manciata de lettere de bronzo / nome e casato, a fianco entrata e uscita / da la favola breve de la vita, / Curti o non Curti, el resto è vanità.
L’amore per Manziana fa capolino in “Gaggia in fiore” (in Piove e c’è er sole):
Sarà che ce so nato, ma de marzo, / ar tempo che fiorisce la gaggìa / che t’ho da dì, me vié na frenesia, / che ciannerebbe scarzo / a passà na matina a casa mia. E questo nonostante le bellezze e le attrazioni di Roma, perché:
Lo guardo in faccia al lago / der turchino più azzurro che ce sia, / su lo sfondo de l’urtimi orizzonti, / dove ancora la neve immacolata / incappuccia le cime de li monti, / e me se smove la tinticarella / d’un antico peccato de poesia… / Ecco perché de marzo / ar tempo che fiorisce la gaggia, / pe dritto o de rimbarzo / devo fa’ na scappata a casa mia.
La memoria di quand’era fanciullo torna ne “I tajalegna”, in “Busca” (Piove e c’è er sole) e in “Ricordi d’infanzia” (Straccetti ar vento):
(…) un buco scuro che pijava lume / sortanto da quer mozzico de porta, / e dentro er fabbro: un omo granne e grosso / a bracci gnudi e l’abbito de sola / che sì e no lo vedevi in mezzo ar fume; e l’attrazione a recarsi presso la bottega pe incantamme a guardallo / che cantanno forgiava su l’incudine / piastre de bovi e ferri de cavallo. / Tanti anni fa, e me pare de vedello: / mette ar foco un massello e quann’è rosso / a corpi de martello / lo spiana, lo rivorta, l’intorcina, / poi lo butta ne l’acqua der mastello. / “Te va de tirà er mantice?” me dice: / “Prima na boccia d’acqua a la fontana.” / Faccio in un lampo e poi pompo felice / pure si tosso e a l’occhi ciò le spille. / Er foco quasi spento / s’anima e schizza cennere e faville; / e lui lavora e canta lo stornello: / “Fior de frumento / co sti ferri a li zoccoli me vanto / de fa core un cavallo come er vento”.
Nella sezione “Nostalgie” di Straccetti ar vento segnaliamo anche “Ar molino” e “La chiesetta”, in cui torna il vivido ricordo della madre e “Le lucciole”:
Stinto che s’era l’urtimo barlume, / ecco la prima, un’antra, eccone un paro / leggere come piume, / poi dieci, cento, mille, / accenne e smorzà er faro e volà via. // Prima ner pugno, poi dentro un bicchiere / me le portavo a famme compagnia / sur comodino l’urtimi de giugno, / povere lucciolette prigioniere. / A letto, spento el lume, / vorto er bicchiere e je do er via: la stanza / s’anima de fiammelle, / d’un buggerio de lucciche che danza…
In “Vanità” prevalgono il desiderio di un prolungamento del suo passaggio e la consapevolezza di aver lasciato una sua traccia. Quale? Autoironicamente esclude la sua opera letteraria (mica ciò faccia che pe quarche verso / e quattro pagginette a tempo perso / d’esseme fatto un nome) e afferma:
er vanto mio / è avé piantato un bosco / na centinara o giù dellì de querce”. // Lo guardo da distante: quer pendìo / fino a vent’anni addietro na spinara / de ferce e de brugnoli, mò le piante / le sventaja la brezza, e a primavera / piche, merli, usignoli / ce canteno e ce fanno er nido a gara / a sto bosco de querce che nun c’era.
Un vanto, non da poco, per chi ha cantato la saga degli Arcavoli (venuti alcuni secoli fa dall’Umbria e dalle Marche a disboscare, lasciando una profonda traccia sul paesaggio, da boscoso divenuto agricolo). Livio Vecchiarelli, secoli dopo, è orgoglioso di erigere una barriera contro le speculazioni edilizie, creando un ‘paradiso’ dove, dice: entro e me ce scapriccio in largo e lungo… e soprattutto quanno tra tanti ignoti / starò da un secoletto a lo sprofonno, / se fa conto, na vorta li nipoti / diranno a chi se sia: / “Vedi quer bosco? L’ha piantato nonno” / sarà come se a un tocco de maggia / fossi tornato pe un momento ar monno.
Il novantacinquenne cantore di Manziana ha imparato l’arte del vivere e del commiato, come si evince dalla poesia “La vita” che, non a caso, apre la raccolta Straccetti ar vento (vedi nella nostra Antologia).
 
Antologia
 

LIVIO VECCHIARELLI

La vita
Che festa esse na foja
na pennellata verde ne l’affresco
de la foresta!… E mò?… Non era eterna,
un fremito de gioia senza fine
salutà er sole tutte le matine,
sentì la guazza inummidì le rame,
l’ucelli cinguettà de San Francesco?
E venne ottobbre che ce orlò de rame
senza fassene accorge, un pò pe giorno,
ma fu novembre, fu sto brutto boja
co un fischio ar temporale
a vorticacce via come uno stormo
de lodole senz’ale.
Pure così, se un alito de vento
ci arza un parmo da tera,
uno sortanto, e chi de noi non spera
fosse solo un momento,
de tornà su la rovere o su l’ormo
a raggionà cor picchio e co la cincia?
A fa da nascondijo a le cicale?
Ma niente è eterno e niente ricomincia;
e mò che ha messo a piove e me sprofonno
sempre deppiù ner fango e se fa sera,
saluto la foresta, er cielo, er monno:
sento che torno tera ne la tera.
 
Cenni biobibliografici
Vecchiarelli Livio è nato nel 1913 a Manziana dove risiede. Dopo essersi laureato in Economia e Commercio, ha condotto un’esistenza tranquilla tra il lavoro, la famiglia e le sue grandi passioni: la caccia, l’archeologia, la letteratura. È considerato la “memoria storica di Manziana. Ha pubblicato: Gli arcavoli. Cronache manzianesi dal XVI al XIX secolo (1994), La grottapinta. Romanzo in tre tempi (1998), Storie manzianesi (2002), Straccetti ar vento. Poesie (2002), Piove e c’è er sole. Poesie (2002).
 
Bibliografia
Baldini, Mauro-Totteri, Mauro (a c. di), Voci dalla Fiora. Lessico Manzianese, Manziana (rm), Vecchiarelli Editore, 2007.
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Le parole salvate: Dialetto e poesia nella provincia di Roma; Litorale Nord, Tuscia romana, Valle del Tevere, Roma, Ed. Cofine, 2009
Vecchiarelli, Livio, Gli arcavoli. Cronache manzianesi dal XVI al XIX secolo, Manziana (RM), Vecchiarelli Editore, 1994.
Vecchiarelli, Livio, La grottapinta. Romanzo in tre tempi, Manziana (RM), Vecchiarelli Editore, 1998.
Vecchiarelli, Livio, Straccetti ar vento (Poesie), Manziana (RM), Vecchiarelli Editore, 2002.
Vecchiarelli, Livio, Storie manzianesi, Manziana (RM), Vecchiarelli Editore, 2002.
Vecchiarelli, Livio, Piove e c’è er sole. Poesie, Manziana (RM), Vecchiarelli Editore, 2002
Vecchiarelli, Livio, Manziana: la terra, la gente, Manziana, s. e., 1988-1989.
 
 
Webgrafia