400 – Juan Rodolfo Wilcock J

di Francesco Paolo Memmo

 

Juan Rodolfo Wilcock (17 aprile 1919 – 16 marzo 1978) dall’Argentina si trasferì in Italia nel 1955.

«Era arrivato nella Roma degli Anni Cinquanta come uno scrittore argentino, affine a Borges e suo amichevole congiurato, insieme a Adolfo Bioy Casares e a Silvina Ocampo: ma tutto questo era allora in parte troppo poco conosciuto, in parte troppo imprecisamente favoleggiato. Perciò la percezione più immediata, e inevitabile, di Wilcock fu un’altra: quella del suo stile. La totale assenza di perbenismo intellettuale, “l’ebbrezza aristocratica di dispiacere”, che provava spesso e grandiosamente, l’ironia in agguato dietro ogni sillaba, l’insofferenza per ogni sorta di “frasi di circostanza” dello spirito – tutto questo fu subito notato, e spesso con qualche timoroso sconcerto. Ma quei caratteri acquistavano il loro vero senso e sapore solo se si procedeva più oltre, fin dove – credo – solo pochi amici si sono spinti: fino a quella eccentrica e solida saggezza, a quella ammirevole autosufficienza che erano nel fondo di Wilcock. “Amava Wittgenstein, la poesia e la lettura del Scientific American” (così, forse, avrebbe potuto descriverlo Marcel Schwob): e questi tre elementi bastavano a dargli un sottofondo di felicità. Sapeva, come pochi, non dipendere dagli altri e dal mondo. Quando si mise a scrivere in italiano, riuscì subito a trasmettere alla lingua quell’impronta che apparteneva al suo gesto, al modo di apparire della sua persona. Così, il suo italiano è come un isolotto tropicale, carico di antica e folta vegetazione, preso nella corrente di un fiume ammorbato dagli scarichi industriali, che scorre in una magra e proterva campagna» (wilcock.it).

La sua opera in versi è raccolta in «Poesie», più volte ristampate da Adelphi a partire dal 1980.