38 – FIANO ROMANO

 

FIANO ROMANO (97 m slm – 7924 ab., detti fianesi) a 34 km a nord di Roma, sorge su un verde colle che domina la valle del Tevere.
 
IL DIALETTO DI FIANO ROMANO:
Secondo Archimede Pezzola (Osservazioni sul dialetto fianese, 1996) la vicinanza geografica sia all’area romana che a quella sabina ha fatto di Fiano il trait d’union tra questi due mondi culturalmente più forti e impedisce di inserire il dialetto fianese in una specifica famiglia di dialetti. Ancora più complesso distinguere il substrato dell’attuale dialetto locale, dal variegato superstrato costituito dagli apporti successivi. Questa operazione è ostacolata dal fatto che nel 1800, Fiano è stato investito da una massiccia immigrazione (favorita dalla transumanza e dai lavori agricoli) di nuclei provenienti dal reatino, dall’Umbria, Marche meridionali e Abruzzo che hanno rinnovato il quadro etnico e linguistico del paese. Questi apporti diversi si sono comunque ben armonizzati ed il dialetto odierno è ben definibile nelle caratteristiche essenziali. Una tipica cadenza (evidente soprattutto nel modo di porre le domande) rende il fianese facilmente individuabile tra gli altri dialetti della zona. La vivacità e la forza rappresentativa di alcune espressioni fianesi sono riconosciute nei paesi attorno che talvolta le usano premettendo “come dicono a Fiano”.
Questa capacità espressiva del dialetto con tutta probabilità ha favorito la presenza di una discreta tradizione di poesia in dialetto o in italiano fortemente intriso di elementi vernacolari, tenuta in vita dal locale “Circolo dei Poeti a Braccio” che cantano estemporaneamente in quartine e ottave di endecasillabi.
Negli ultimi decenni la popolazione si è quasi raddoppiata, soprattutto con la venuta prima di famiglie provenienti da Roma e poi con l’afflusso notevole di immigrati europei ed extraeuropei. Ciò ha comportato l’affievolirsi progressivo dell’uso del dialetto in una Fiano divenuta sempre di più cosmopolita.
 
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Archimede Pezzola nel volume Osservazioni sul dialetto fianese, ha raccolto un campione di vocaboli, verbi, espressioni tipiche del dialetto con lo scopo “di evitare che, cadute in disuso, queste parole possano essere dimenticate” e con esse la loro derivazione dal latino.
Deriva dall’accusativo latino illum l’articolo determinativo maschile fianese lu che si alterna, a seconda dei casi e senza una regola precisa con lo: si avrà quindi lo, in caso di sostantivi neutri terminanti in e (lo sole, lo sale, lo pepe, lo pane); per concetti astratti (lo bene, lo male); per verbi sostantivati (lo beve, lo magnà); per distinguere il concetto astratto dal caso particolare, per il quale si usa lu (lo sòrdo: la sordità, lu sòrdu: l’uomo sordo, lo matto: la pazzia, lu mattu: il pazzo); per distinguere la specie dell’oggetto per il quale si usa lu (lo preciutto: il prosciutto in genere, lu preciuttu, quel prosciutto; lo ferro: il ferro in genere; lu ferru: quel ferro). Altri casi sono poi: lo burro, lo cacio, lo lardo, l’ojo, lo vino, lo vento. L’articolo maschile plurale fianese è sempre li.
I pronomi dimostrativi sono: quéstu, quéllu, quéssu (abbrev. ’stu, ’llu, ’ssu); quéssu ha il valore di codesto. I personali di terza persona sono: éssu, éssa, éssi, ésse.
Accanto all’avverbio italiano ècco sono usati in fianese èllo (ecco là) e èsso (ecco lì, vicino a te). Uniti ai pronomi personali atoni danno: ècchime, ècchite, ècchelu, èsselu, èllelu, ècchice, ècchive, eccheli, èsseli, èlleli.
Tipici del fianese sono i raddoppiamenti di consonanti iniziali di parola in r (rràbbia, rròbba, rrubbà, rruvinà, rrotolà) ed n (nnònnu, nnepòte, nnìdu, nnòmina, nnissùnu).
Tra gli usi che stanno venendo meno i pronomi possessivi con l’enclitica: màmmita, pàtritu, nnònnita, fràtitu (sostituiti con tu madre, tu padre, tu nnonna, tu fratellu).
L’uso antico resiste però nelle ingiurie e nei rafforzativi sine e none.
Solo gli anziani usano ancora , ’llaijò, quajò (giù, laggiù, quaggiù). Resiste l’ingiuria “si propiu de ’llaijò” (di una zona depressa).
Ed ecco una scelta di vocaboli:
a quàntu: (appena; es: a quàntu me vesto e viengo),’bramùcciu (persona avida di danaro; lett. Abramuccio, per il pregiudizio antisemita che voleva i commercianti avidi di denaro), ’ccannà (nauseare), cecolìnu (brufolo), cìferu (persona malvagia o molto brutta), ciuppàra (folto cespuglio), gallinàcciu (tacchino), jàccoli (cose vecchie da buttar via), màrtora (madia), mézzu (frutto troppo maturo, quasi marcio), ’mmintuà (menzionare, nominare), mórcelu o mórciolu (muco, moccio), ’nziripicchiatu (costretto in un ambiente angusto), òmminu (uomo), passatóra (punto in cui la staccionata può essere aperta per permettere il passaggio), piòrdu e spiòrdu (piovuto e spiovuto), piròlu, piru, pirùnzolu (oggetto appuntito di varia forma e per vari usi), puzzaròla (cimice), rafagànu (persona avida di danaro), rippongà (rammendare), sasticà (riempire fino a sazietà), scialìtu (esalato, che ha perso aroma e sapore), scòte (scuotere, agitare; ma anche passare, penetrare in un luogo, un’apertura: la machina lì a’ssu vicolu nun ce scòte! e, in senso fig.: turbare, sconvolgere: me scoti li nérvi), scòtise (stato di irritazione o di agitazione), sgrìma (scriminatura), sìsima, sisimósu (ansia, ansioso), stiticà (fare il solletico), tròscia (pozzanghera), tupinàle (talpa).
 
2. I proverbi e i modi di dire
Proverbi e modi di dire di FIANO ROMANO dal libro di Ettore Pezzola:
Ha metutu e ha fattu lu barzu; Opri l’occhi e bene spanni; N’è ’n callaru che lu ricagni! (non è pentola che puoi cambiare – riferito al marito o alla moglie);
Vino bullito e carozzi (vino bollito e fichi secchi, rimedio efficace contro il raffreddore);
M’ha chiacchieratu (mi ha rimproverato);
Te vojo fa ’llinchinì (ti voglio far struggere dal desidero);
Me so’ridottu un mùnnolu (mi sono tutto sporcato);
Guarda la ’mmandolina quant’è sciocca fiorisce de gennaru quanno fiocca (il mandorlo fiorisce di gennaio quando nevica);
So’ comme l’ogna co’ lu detu (non si separano mai);
M’ha riccontatu tutta la pianéta sua (tutta la sua triste vicenda);
Si vòi che te pulizza, lèvite ruzza (se vuoi che ti pulisca, levati, o ruggine);
Ddò l’hai riccudinati tutti ’ssi jaccoli? (dove sei andato a raccogliere tutta questa roba inutile?);
Je s’è fatta bbona la zenna! (di chi cambia opinione, come accadeva per una poppata di bimbo iniziata controvoglia, ma terminata con lo stesso che non si voleva più staccare).
E una favoletta fianese: C’era’na vorda, Panzarivorda, se rimmoticò (rovesciò) pè le scale, se ruppe l’ossa, ma nun ze fece male!
 
3. I toponimi e i soprannomi
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Festa Sant’Antonio Abate (terza domenica di gennaio): sfilata di cavalli. Sagra della Lumaca (giugno). Festa della Madonna Addolorata (terzo fine settimana di settembre): spettacoli musicali, gare e luminarie. Processione del Venerdì Santo: rievocazione della Passione di Gesù. Festa di Santa Eurosia.
4.1 Canti
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
4.3 I giochi
4.4 La gastronomia
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
 
6. I testi di poesia
Il locale “Circolo dei poeti a braccio” ha sempre mantenuta viva la tradizione della poesia in dialetto. Vecchi e nuovi poeti fianesi è il titolo di un libro (1986), con presentazione di Antonello Trombadori, un omaggio a sette poeti popolari tra cui Federico D’Ubaldi, Pancrazio Montereali e Germe Montereali. Due di loro sono donne: Gina Carlicchi e Laura Pezzola. Nei loro testi, in lingua, pulsa l’aspirazione di superare la durezza del quotidiano e la caduta delle illusioni.
Di Alberto Nardoni riportiamo nella nostra Antologia la “Matinata a Duria”.
Musicali
i versi di Ettore Pezzola, adatti alla pubblica recita come si evidenziano nei virtuosismi della poesia “La maggiore industria di Civitella” (1946):
E le paccuccie con i fichi secchi / a Civitella se ne fanno a sacchi / se vuoi mangiarli sani e non li spacchi / tanti vermetti bianchi te li becchi / quando le vedi dentro senti pecchi / il produttore d’insolenze attacchi / ma poi paziente con la mano stacchi / ti stanchi di levarli son parecchi / le giovinette, i bimbi e vecchi cucchi / con questi insetti si son fatti ricchi / che l’han venduti sempre ai mammalucchi / le fiezze fatte nel soffitto appicchi / l’osservi in movimento, se li stucchi / non trovi da rivenderle a li micchi.
 
Antologia
ALBERTO NARDONI
Matinata a Duria (ottobre)
Lu fossu scurre chiaru e silenziosu
tra li sassi che servinu a passallu;
na noce mostra un pizzicu de giallu,
li galli fannu un coru presciulosu.
            Su la costa un olivu assai prezziosu,
            te pare che te dice d’ammirallu;
                        un passeru ce scegne pe fa un ballu
                        sopre lu spiazzu tornu tornu erbosu.
Lo Sole ch’esce fora pun momentu
sbuca la nebbia fitta eppoi se posa
su li finili de color d’argentu.
            D’un trattu un nuvolone malandrinu
                        fa cascà na ramata dispettosa,
                        ma su lu tettu fuma lu camminu.
Ottobre 1983
 
Cenni biobibliografici
Nardoni Alberto, nato a Roma nel 1928, è stato vigile urbano a Fiano Romano. Una scelta di suoi testi poetici è in Vecchi e nuovi poeti fianesi.
Pezzola Ettore (Fiano 1880-1946), agricoltore. Una scelta di suoi testi poetici è in Vecchi e nuovi poeti fianesi.
 
Bibliografia
Luciani, Vincenzo e Faiella, Riccardo, Le parole salvate. Dialetto e poesia nella provincia di Roma: Litorale nord, Tuscia Romana, Valle del Tevere, Roma, Ed. Cofine, 2009
Pezzola, Archimede, Osservazioni sul dialetto fianese, Fiano Romano, s. e., 1996.
Pierrettori, Ettore, La Tòrfa dal barsòlo. Poesie in dialetto tolfetano, Torino, Gruppo Edit. Forma, 1982.
 
Webgrafia