16 Poeti nei dialetti del Lazio

[SETTEMBRE 2026] 16 Poeti nei dialetti del Lazio, prefazione di Paolo D’Achille, Collana Aperilibri, N. 30, Edizioni Cofine, ISBN 979-12-81642-21-8, pp. 48, euro 10,00

IL LIBRO

Il libro raccoglie le poesie dei vincitori delle 16 edizioni (dal 2011 al 2026) del Premio di poesia e stornelli del Lazio “Vincenzo Scarpellino”.

Tra essi ci sono quattro poetesse: un quarto del totale. Tra loro una sola, Nicoletta Chiaromonte scrive in romanesco; pur essendo anch’esse nate a Roma, Aurora Fratini e Maria Lanciotti usano invece, rispettivamente, il dialetto di Sambuci e quello di Subiaco (il sublacense). Infine, Angela Sgamma, nel dialetto di Allumiere.

Tra gli uomini, prevalgono coloro che hanno scritto in romanesco, e sono otto: Antonio Alessi, Luciano Gentiletti, Paolo Fidenzoni, Renzo Marcuz (nato a Roma ma di origine friulana), Marcello Nardo, Alessandro Palmieri, nato a Serravalle di Chienti (MC), e che ha scelto il romanesco come lingua della poesia, Claudio Porena e Fabio Prasca. Altri dialetti usati quelli di Sermoneta (LT), da Dante Ceccarini; di Civitavecchia, da Carlo De Paolis; di Allumiere, da Luca Sborzacchi; di Sant’Oreste, da William Sersanti, il più giovane vincitore.

NEL LIBRO

Dalla prefazione di Paolo D’Achille

(…) La sfida, affrontata e vinta dall’ideatore del Premio, Vincenzo Luciani, nativo di Ischitella, nel Gargano, consapevole di quante diverse varietà linguistiche possano convivere in una regione, è consistita proprio nella “apertura” alle lingue dell’intero Lazio, che ha trovato, da tempo, in Roma il suo centro, il suo cuore, ma che pure comprende aree che geograficamente, storicamente e linguisticamente sono state per secoli del tutto autonome rispetto alla Capitale.

Il Lazio, nei suoi attuali confini amministrativi, che si estendono ben oltre il Latium vetus e il Latium adiectum dell’età classica, racchiude parlate tra loro alquanto diverse. È forse il Tevere il vero confine linguistico intraregionale, che separa la zona nordoccidentale, la Tuscia viterbese e romana, che è molto variegata al suo interno, ma presenta comunque tratti in comune con i dialetti della Toscana e dell’Umbria, dalla zona sudorientale, le cui parlate rientrano appieno in quella che viene definita dai dialettologi come “Italia mediana”, posta a Sud della linea Roma-Ancona, che comprende dialetti marchigiani, umbri, laziali (sabini, castellani, ciociari), nonché dell’Abruzzo appenninico.

I dialetti mediani hanno una precisa fisionomia, che li differenzia sia dai dialetti toscani, sia da quelli alto-meridionali, che sono pure presenti nel Lazio nel lembo estremo nordorientale della provincia di Rieti, strappata all’Abruzzo, e soprattutto nelle zone meridionali delle province di Frosinone e di Latina, che comprendono centri come Sora, Cassino, Formia, Gaeta e Minturno, che, fino all’Unità d’Italia e anzi fino alla seconda metà degli anni Venti, avevano gravitato verso Napoli.

E poi, a sé, c’è Roma, il cui dialetto è quello che più ha subito nel corso dei secoli trasformazioni e mutamenti, in una continua dinamica di rapporti e interscambi, da un lato con il latino, con il toscano parlato, con l’italiano standard di base toscana, dall’altro con le diverse varietà degli immigrati, specialmente i laziali.

Luciani, con il compianto Achille Serrao (1936-2012), ha ideato un premio, intitolato a Vincenzo Scarpellino (1934-1999), indimenticato poeta in romanesco, destinato al/alla migliore di coloro che scrivono poesie in romanesco o in uno dei dialetti del Lazio.

Da ormai vari anni sono entrato anch’io nella giuria e, anzi, ho avuto anche l’onore di presiederla. Con cognizione di causa, quindi, posso dire qualcosa sulle poesie partecipanti. Scrivere versi in romanesco o in un altro dialetto laziale è un’impresa improba, per motivi diversi.

Nel caso dei poeti romaneschi, esistono per loro tre difficoltà:
1) la presenza, da un lato, di una tradizione gloriosa, pur se diversificata, che va da Belli a Pascarella, da Trilussa a Dell’Arco a Marè, alla quale è impossibile commisurarsi, e dall’altro di una produzione “media” abbondante, nella quale non è semplice trovare propri spazi e riconoscibilità;
2) il continuum tra dialetto, italiano regionale e italiano che caratterizza la realtà linguistica romana, che può far considerare dialettali testi in italiano che hanno solo una patina romanesca o a ricorrere a tratti dialettali sì, ma ormai arcaici, che non hanno riscontro nell’uso linguistico reale. Una spia di questa difficoltà sta nella diversa opzione fatta dai vincitori che hanno scritto in romanesco, di corredare o meno le poesie di una traduzione, spesso considerata superflua (e sostituita da note esplicative);
3) la caratterizzazione del romanesco, a livello sia locale sia nazionale, come varietà diastratica o diafasica “bassa”, popolare o popolareggiante, verso il comico, lo sboccato, il volgare, che tarpa le ali a chi vuole usare in poesia il dialetto di oggi, e che preferisce rinunciare alla stessa resa grafica di tratti innovativi, considerati propri non del romanesco, ma del “romanaccio”.

Per le difficoltà dei poeti laziali, ricorderei la frequente assenza di una tradizione di riferimento, l’invadenza del romanesco, soprattutto sul piano lessicale, il non pieno possesso del dialetto di chi non l’ha avuto come lingua materna, ma lo ha sentito usare, da nonni, parenti o amici, nell’infanzia e nell’adolescenza e lo sente, sempre più italianizzato, tutte le volte che torna al paese.

Tutte le difficoltà sopra indicate sono state brillantemente superate dai 16 poeti vincitori – opportunamente in ordine alfabetico e non cronologico in base all’anno della vittoria – di cui qui vengono riproposti i testi, preceduti da nota biografica e foto e da una brevissima nota critica, che va letta anche come una sintetica motivazione del premio.

Alcuni vincitori hanno all’attivo una non trascurabile produzione poetica, ma ci sono anche autori di opere storiche, linguistiche e letterarie, a documentare il livello culturale proprio, quasi sempre, dei poeti dialettali.