120 – ZAGAROLO

 

ZAGAROLO (12.638 abitanti, detti zagarolesi. A 305 m slm). Posta sulle pendici meridionali dei Monti Prenestini, la città si sviluppa su un pianoro tufaceo lungo 2 km, fiancheggiato da due valli.
La tradizione antica riconnette l’origine di Zagarolo alla città latina di Gabii i cui abitanti, scampati alla distruzione di Tarquinio il Superbo, avrebbero creato il nuovo insediamento.
 
IL DIALETTO DI ZAGAROLO:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
iI piccolo dizionario del dialetto zagarolese pubblicato (pp.119-175) nel libro di Michele Lacetera, Zagarolo dalla A alla Z, persone, storie, parole (a cura Amministrazione comunale e Amici di Zagarolo), Palestrina, s.e., 2006 pp. 192, si accompagna ad una piccola grammatica (pp.107-117). In premessa al dizionarietto, l’autore, precisa le direttrici della sua opera e cioè: 1) recuperare le parole dimenticate dalla maggioranza o usate solo dalle persone anziane (scartando tutti gli “italianismi”), 2) privilegiare tutti quei termini che conservano una loro specificità e originalità (per fonetica, grafia o struttura). Scelte esemplari, come anche quelle di servirsi solo di fonti orali, “di non essersi accontentati della prima risposta, ma di aver controllato e ricontrollato ogni parola.” Il lavoro pubblicato nel 1982, ha poi avuto uno sviluppo nel 2006, in Zagarolo dalla A alla Z. Persone-Storie-Parole, in cui i contenuti proposti vengono ulteriormente arricchiti in una sorta di enciclopedia dei termini dialettali zagarolesi, in cui il vocabolario si accompagna ad agili sezioni su: I colli di Zagarolo, i proverbi, la dote, i soprannomi, le numerose frasi idiomatiche, la galleria di personaggi di Zagarolo, un elenco dei nomi di persona.
Scegliamo solo pochi termini dialettali: abbassà le puche (calmarsi; puche sono gli aculei dell’istrice); bistecche de ’iale (bistecche di viale, cioè i cavoli: l’unica carne disponibile, una volta); capannaru (abitante nella capanna; venivano così etichettati gli abitanti di San Cesareo che ricambiavano definendo “cessi volanti” i zagarolesi, a causa dei gabinetti, in bella mostra nelle vallate del paese); fedatore (èndice); gnàcculu (corda per legare i barili al basto); ieraddimà (l’altro ieri); luccicandrella (lucciola); menagabbe (meraviglia); ncaraficchiatu (stretto, angusto); pistelluccia (nocche delle dita); racchéru (raucedine, bronchite, catarro); sbrillentatu (sfilacciato); trònita (tuono); ucaticcia (acqua sporca); zammammaru (sciocco, melenso, stupido).
 
2. I proverbi e i modi di dire

Per quanto riguarda Zagarolo nei libri di Michele Lacetera Zagarolo, un dialetto, una cultura, un modo di essere, e Zagarolo dalla A alla Z. Persone-storie-parole, sono contenuti repertori molto ampi sia di proverbi che di frasi idiomatiche locali. Tra i proverbi di Zagarolo preleviamo alcuni dedicati alla vigna (la ’igna, zagarolese): O crascia o carestia ’na botticella a la ’igna mia. Si tè la ’igna e te ’ó arricchì, manna l’opere e non ci jì. A la ’igna ’acci e a casa stacci. Quanno che è la ennégna chi s’encazza e chi s’enfregna. La ’igna fa la casa, la casa non fa la ’igna. E tra le frasi idiomatiche: Tè lo sangue de cimici (sei senza cuore). Tenè le saccocce a ciammaruca (essere avaro e ritirarsi indietro, come la lumaca, al momento di pagare). Zitta, ngésula (zitta, formichina; rivolgendosi a una bambina). Te lo dice Gnèo (fidati, te lo dico io). Te faccio ’n muccu comme ’n panpapatu; te faccio l’occhi comme ’n occhiu de zappa oppure comme ’n fonnu de otti (cambia la metafora ma si minacciano sempre botte. Se si preferisce, si può anche minacciare con: t’arefónno, te sdelùffo, te sdemetto, te sderéno, te scajcchio). Sperticonènno (andando di qua e di là). Zozzu quante ’n precoju (più sporco di un gregge). Nzutechegnó (su e giù, avanti e indietro). Muccu de pippa (persona insolente, sfacciata). Me scrio (sparisco, mi distruggo).
 

3. I toponimi e i soprannomi

I toponimi – “Chi è di Zagarolo / questi posti li conosce a volo, / ma per amore del postino / il nome vero metteteci vicino.” Così recita una poesiola posta in apertura al capitolo dedicato alla Toponomastica nel libro di Michele Lacetera (op. cit., pp. 91-94).
Infatti nonostante l’attribuzione di nomi a vie, piazze, vicoli, da parte delle amministrazioni civiche, la gente continua ad utilizzare in tutti i centri oggetto dell’indagine i vecchi toponimi ereditati da un’antica tradizione.
Lacetera, nel suo libro ci invita a fare una passeggiata zagarolese lungo un itinerario, che immaginando di venire da Roma si snoda lungo la Prenestina, nel quale si incontrano 58 toponimi, ordinatamente elencati e dei quali citeremo alcuni tra quelli più caratteristici: Lu passu de lu gigante, Le Cacciasete, Lu Mondanu, Lo Spallato, Le Moniche de lu ceciu, Le òti, da Chiocchiò, lu Tirinchiusu, la Costa de’ Ciogni, la Costa de lu Sfrociatu, Muru pezzùtu. Di quasi tutti viene fornita la derivazione del toponimo e l’indicazione della nuova denominazione.
Soprannomi – Nel libro già citato di Zagarolo, figurano oltre 700 soprannomi. Tra questi segnaliamo: Acchiappaburini, Assudecoppe, Bellumasséra, Cacampizzo, Cacastracci, Cenciu la pacchia, Fattecuntu, Giracarciòfani, Lardobello, Leccabionzi, Mottecòcio, Muccuzzozzu, Musicancorpo, Occhiu de trenu, Peppenèrchia, Pippolaporta, Recchia de marmo, Ruscacasséttu, Sacrapantofola, Schizzanìbbia, Setteprosperi, Strapparinzola, Stunzicapippe, Zicche-zacche.
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre – Festa di Sant’antonio Abate (17 gennaio) con sfilata e benedizione della macchine agricole inghirlandate per l’ioccasione. Festa patronale di San Lorenzo (10-15 agosto). Sagra dell’uva e dei vini tipici (prima domenica di ottobre) sfilate storiche nelle strade addobbate con filari d’uva e fontane che gettano vino.
 
4.1 Canti
Nel libro di Michele Lacetera, Zagarolo, un dialetto, una cultura, un modo di essere, Roma, Trevi editore, 1982, (pp. 179-180), sono inseriti alcuni testi di canti popolari, raccolti e musicati dal maestro Goffredo Petrassi (vedi I Canti della Campagna Romana di Nataletti e Petrassi, Ed. Ricordi e C.). Alcuni di essi per il loro notevole contenuto poetico meritano senz’altro di essere qui riportati.
Questi canti contengono elementi fonetici mescidati di un’area che comprende i dialetti di Gallicano, Palestrina e Zagarolo e sono “testimonianza di un modo di sentire ingenuo ed espressione di un mondo semplice nel quale dominano, alternativamente, arguzia, rimpianto e malinconia, i temi di sempre della poesia popolare”.
Il primo è “Fatte la ninna”: Fatte la ninna, ciutolo meo / ch’è venutu lu babbu teo; / t’ha portatu lu cappellittu. / Fatte la ninna, ssi bbenedittu. / O, o, o, che pacenza che ce vò, / je do la zinna e nun la vò / che pacenza che ce vò. / Ninna nanna, ninna oò.
Seguono due testi d’amore: “Le stelle de lu cielu”: Le stelle de lu cielu nun so’ tutte, / ciamanca quella della mezzanotte, / ciamanca la più bella, eppoi so’ tutte. // Le stelle s’aremittu a una a una, / abbagghia un cane e pizzica la strina: / dormi, bellezza mea, bona fortuna (strina: vento freddo, tramontana).
E infine: “Amore meo, levateme ’na voja”: Amore meo, levateme ’na voja, / portateme a la macchia a fa’ la legna, / e a lo canneto a fa’ la cannafoja. // E lo mi’ amore è bello de natura / e de velluto cià la camiciola / amallo vojo fin ch’er monno dura.
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Alcune filastrocche da Zagarolo, tratte dal libro citato di Lacetera: Seda, sedòla, / la pupa va a la scola, / se porta la ssediòla, / se porta ’n canestréllu, / pienu pienu de pizzutellu / la maestra ci fa festa / e lu ietta da la finestra. Poi: Quanno sòna nezzuggiornu / cacceraio lo pà da lu fornu / e se lo pà n’è cottu / me magno lu risottu. / Se lu risottu non è acconditu / me magno ’n pesce bollitu. / Se lu pesce non se po’ avéne / me magneraio cacio e pere. / Quesso sì ch’è bon magnà, / chi non crede ci po’ proà. E infine: Zompu, zompicchiu, calecagnittu, / guardate, belle donne, / che bellu zompu fa Jefrisonne.
Indovinelli – Da Zagarolo (op. cit.): È jta a la fontana la mattacina / Se l’ha bagnata… comme se chiama? (La catenella de la cunculina)
 
4.3 I giochi
Michele Lacetera in Zagarolo, un dialetto… (op. cit.) ricorda: “Il regno dei bambini e dei ragazzi erano le piazze, le strade, i vicoli, le piazzette e le valli vicine al paese. I ragazzi occupavano in permanenza questi spazi aperti e ne erano padroni incontrastati. (…) E oggi? Le strade hanno trovato altri padroni e si sono offerte alla prepotente invasione dell’automobile. Impietosamente i ragazzi sono stati respinti e ricacciati nelle case dove hanno trovato il soffocante abbraccio di ‘mamma televisione’. Il resto l’ha fatto la poderosa industria del giocattolo che ha offerto ai ragazzi un’infinità di occasioni di passare il tempo libero all’interno delle mura domestiche. Son nati tanti ‘piccoli chimici’, ‘piccole massaie’, ‘piccoli medici’ e il puzzle e il meccano hanno preso il posto della ‘lippa’, del ‘piccolu’ o del ‘buzzicu’.”
Questo accadeva agli inizi degli anni ’80. Oggi la situazione è si ulteriormente ‘evoluta’ con telefonini, videogiochi, ecc. nel senso di un abbandono, anche della memoria di quegli antichi giochi (Tippi-ti, picciule, muffa, somaracci, filaccetta, spaccapicculi, buzzicu e buzzicu rampichinu, musa arapezza, cascarella, schizzu, Gigetto e il fiasco del vino, Mariaccia, picca, cerchiu, caraghè, cacio). Essi sono menzionati con illustrazioni, nel libro citato, che si offre quindi come uno strumento per una loro riproposizione ai bambini e ragazzi di oggi, sempre più alle prese con problemi motorietà e di obesità conseguente. Dove ciò è stato fatto il successo è stato immediato e spontaneo.
Il libro di Lacetera riserva anche una sezione (pp. 61-65) dedicata a “le conte”, i conteggi, operazioni che precedevano i giochi di strada e in cui si stabilivano le regole, opportunamente trascritte. Si tratta spesso di sequele molto strane. Ne riportiamo qualcuna: Acca, racca, buccaracca / et me sciondò / Filibì esse Tò! Poi, Pisu, Pisellu, / colore così bbéllu, / lu Santu Martinu / che gioca a piattinu / la bella zitella / che gioca a piastrella / co’ lu fiju de lu re / che toccherebbe precisamente a te! Infine, Ponte ponente / ponte Pì / tappe tapperuggia / Ponte ponente / ponte Pi / Tappe tapperì.
 
4.4 La gastronomia
Dalla cucina povera di Zagarolo: L’acqua céca (acqua bollita e arricchita di un uovo, un po’ di formaggio, olio, pomodoro ed erbetta, il tutto versato su del pane raffermo); Lu bujone (zuppa di patate, zucchine, fagioli, fagiolini freschi, bieta e finocchio bastardo); La pasta pe’ ll’opere (per i lavoranti nelle vigne cui veniva dato da mangiare la pasta ricavata dai fondi dei sacchi della pasta, che si andava di proposito a comprare, prima che fosse buttata via). Altri piatti zagarolesi: burragini, sarze fine, petate alla ruzza-calla, zuppa di culi, pizza de pulenta co’ li cauli, cauli attufati, cauli strascinati, pizza acciaccata, pizza di tritellu, ecc.
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Nelle pp. 407-8 de i I parlari italiani in Certaldodi Giovanni Papanti (Livorno, Francesco Vigo, 1875) c’è una versione in dialetto zagarolese della nov. I, 9 del Decameron.
 
6. I testi di poesia
Poeta in dialetto di Zagarolo è Tito Novelli, impiegato delle Poste in pensione e animatore dell’associazione Aiuta un amico (nata nel 2002, per aiutare soprattutto i bambini dello Sri Lanca), che ha pubblicato nel 2003 la raccolta Zagarolo in rima.
 
Antologia
 
Cenni biobibliografici
 
Bibliografia
Lacetera, Michele, Zagarolo, un dialetto, una cultura, un modo di essere, Roma, Trevi editore, 1982.
Lacetera, Michele, Zagarolo dalla A alla Z, persone, storie, parole, Amministrazione comunale e Amici di Zagarolo, Palestrina, 2006.
Luciani, Vincenzo, Le parole recuperate. Poesia e dialetto nei Monti Prenestini e Lepini, Roma, Ed. Cofine, 2007
Novelli, Tito, Zagarolo in rima, 2003.
 
Webgrafia