119 – VIVARO ROMANO

 VIVARO ROMANO (213 abitanti, detti vivaresi. A 756 m slm). Sorge sulle propaggini rocciose del Monte Croce, sul Colle Gennaro e il suo territorio svaria dai 569 m del piano ai 1081 del Monte Croce.

 
IL DIALETTO DI VIVARO ROMANO:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
In Vivaro, la terra e la gente è stato ristampato il Vocabolariu ’ella lengua juarana antica, di Giuseppe Peruzzi, derivante da un più scarno vocabolariu del 1977. Ed ecco un piccolo campionario di vocaboli vivaresi:
abbazzurrà (raccogliere alla rinfusa), abbutirischià (arrotolare; abbutirischiu: mulinello), acchiapo’ (ma guarda un po’), acqua reposta (la gassosa o altra bibita in bottiglia; detto in senso spregiativo perché a Vivaro l’acqua si beveva direttamente alla fonte), affroscià (bere distesi da una polla d’acqua o da un ruscello immergendovi faccia e narici), ascagna (invece), ascia (destino, sorte, fama), bardasciu, bardascia (ragazzo, ragazza), botta cieca (mosca cieca), bovetta (confezione di circa 12 sigari), bruschetta (si faceva arrostendo su sterpi e rami secchi le mazzocchie, pannocchie fresche appena colte), cannaina (canepina, misura di terreno, per canapa), capammonte, capabballe, capappee (verso l’alto, il basso, da capo a piedi), capassotto (tuffo sott’acqua), carapella (crosta sottile come quella mezzo bruciacchiata che rimaneva attaccata alla cottorella nella quale si faceva la polenta), cerrata (lungo bastone con punta quadrata di ferro per pungolare i buoi e liberarne gli zoccoli dal fango), cettu (presto), chiattu, chiatta, chiattaregliu (ragazzo, ragazza, ragazzino), coregliu (crivello, grosso setaccio per ripassare il grano prima di macinarlo), cucciulapenda (lucciola), cuculacchiu (pic nic sui prati di Pasquetta a Santa Maria, derivante dal verbo ’ncuculacchiasse, accosciarsi, sedersi poggiando il sedere sui talloni), fagliuccu (formaggio di pecora da consumarsi fresco), fiara’ (assalire per divorare); gnucca (mucca da latte, marrone, con le corna corte), lippe lappe (appena appena, per un pelo), mammana (levatrice), mammaroscio (fantasma, incappucciato, mascherato; grossi nuvoloni forieri di pioggia), mistek (errore, scusa, importato forse da emigranti d’America), mpiucci (a piedi nudi); naticchia (chiusura di legno per trattenere le imposte), ntruissuni (in giro di qua e di là), nuacchiu (nudo); occhiu cattiu (malocchio), pastenaturu (larga pozzanghera fangosa), peale (calzini pesanti di refe da uomo, fatti a mano con quattro ferri), pennazza (ciglia), pennecchia (fiocco di neve), proenna (doppia razione di biada), rànena (grandine), ranzoli (chicchi di grandine), ranzulischia (fa scrosci di grandine), razzinna’ (riattaccare alla mammella materna i piccoli animali), refa’ fore (vomitare); refa’ fore fiume (straripare), rencaicchia’ (stringere le gambe sulla schiena degli avversari per non cadere durante il gioco), rencricca’ (arrampicarsi, montare sopra), rifirine (chiazze di neve che restano a lungo nei luoghi non esposti al sole), scambecanza (svista, distrazione, dimenticanza), scioccu (sottoveste), sdiuna’ (mangiare, far colazione), siu (sego, grasso), sorea (sorbe; soriu: sorbo), solletrone (capitombolo), sparra (cercine), sprescieregliu (formaggio appena fatto, prodotto con una manciata o due spremute dal siero), squinzia (sgrinfia), tobbo (pastone), turiu (il mosto, acquatu, non ben fermentato, acchiaratu), trasummarina (rosmarino), vattituri (due bastoni legati alle estremità per battere il grano), veerella (pupilla), zampani (tafani), zappu (caprone).
Nel libro Vivaro, la terra e la gente nel capitolo di A. De Angelis dedicato al territorio (p.75-76) sono elencati i finimenti per il basto delle bestie da soma (arcione, mastre, jàcculi, coelle, cegna, susta, carecatora, straccale, retranca, roppera, pettorale, funi) i ferri utilizzati dai contadini per la lavorazione dei campi (zappone con la scota, zappunittu con la scota, raina con la scota, vanga con la staffa, faciglia, surricchiu, fauce, cornu, cota), i componenti dell’aratro (ura, ceppe, coacchia, caicchia, vincu, attemperatora, chiatru, umera), gli attrezzi per legare i buoi all’aratro (juu, jonte, froscette, funette, concia, coegliu, capistru). Tutti nomi forse in via di estinzione come le lavorazioni che li hanno originati.
 
Il dialetto di Vivaro
(Relazione di Giulio Sforza al convegno di Anticoli C. , 20-21 febbraio 2010, Dialetti a confronto nei paesi del Medaniene)
In Vivaro, la terra e la gente è stato ristampato il Vocabolariu ’ella lengua juarana antica, di Giuseppe Peruzzi, derivante da un più scarno vocabolariu del 1977.
Ecco un piccolo campionario di vocaboli vivaresi: ecco alcuni vocaboli significativi: abbutirischià (arrotolare; abbutirischiu: mulinello), acchiapo’ (ma guarda un po’), acqua reposta (la gassosa o altra bibita in bottiglia; detto in senso spregiativo perché a Vivaro l’acqua si beveva direttamente alla fonte), affroscià (bere distesi da una polla d’acqua o da un ruscello immergendovi faccia e narici, bardasciu, bardascia (ragazzo, ragazza), botta cieca (mosca cieca), bovetta (confezione di circa 12 sigari), bruschetta (si faceva arrostendo su sterpi e rami secchi le mazzocchie, pannocchie fresche appena colte), cannaina (canepina, misura di terreno, per canapa), capammonte, capabballe, capappee (verso l’alto, il basso, da capo a piedi), carapella (crosta sottile come quella mezzo bruciacchiata che rimaneva attaccata alla cottorella nella quale si faceva la polenta), cerrata (lungo bastone con punta quadrata di ferro per pungolare i buoi e liberarne gli zoccoli dal fango), cettu (presto), chiattu, chiatta, chiattaregliu (ragazzo, ragazza, ragazzino), coregliu (crivello, grosso setaccio per ripassare il grano prima di macinarlo), cuculacchiu (pic nic sui prati di Pasquetta a Santa Maria, derivante dal verbo ’ncuculacchiasse, accosciarsi, sedersi poggiando il sedere sui talloni), lippe lappe (appena appena, per un pelo), mammaroscio (fantasma, incappucciato, mascherato; grossi nuvoloni forieri di pioggia), mpiucci (a piedi nudi); naticchia (chiusura di legno per trattenere le imposte), ntruissuni (in giro di qua e di là), nuacchiu (nudo); occhiu cattiu (malocchio), pastenaturu (larga pozzanghera fangosa), pennecchia (fiocco di neve), proenna (doppia razione di biada), rànena (grandine), ranzoli (chicchi di grandine), ranzulischia (fa scrosci di grandine), refa’ fore (vomitare); refa’ fore fiume (straripare), rencaicchia’ (stringere le gambe sulla schiena degli avversari per non cadere durante il gioco), rencricca’ (arrampicarsi, montare sopra), rifirine (chiazze di neve che restano a lungo nei luoghi non esposti al sole), scambecanza (svista, distrazione, dimenticanza), scioccu (sottoveste), sdiuna’ (mangiare, far colazione), solletrone (capitombolo), sparra (cercine), sprescieregliu (formaggio appena fatto, prodotto con una manciata o due spremute dal siero), tobbo (pastone), turiu (il mosto, acquatu, non ben fermentato, acchiaratu), trasummarina (rosmarino), vattituri (due bastoni legati alle estremità per battere il grano).
(…)
 

 
 
2. I proverbi e i modi di dire
Proverbi e modi di dire di Vivaro: A chi à e a chi promette (A chi dà le botte e a chi le promette), finiru e nuci Bacocco (che dovevano essere state molte), Gesù Crist’a mete e la Madonna a recoglie a spiga (avere sempre qualcuno che pensa a tutto), l’ha pisciatu Gesù Cristu (buonissimo).
 
3. I toponimi e i soprannomi
I toponimi di Vivaro sono stati analiticamente segnalati e commentati in Vivaro, la terra e la gente. In un capitolo del libro (pp. 37-42) vengono ad una ad una enumerate e descritte (con corredo di foto e loro storia) le fonti del paese: Scentella, Nocchia, Fonte ’e Susanna, Pacuni, Fontanelle, Spugna, Vazzimigna, Fonte ’e Óriu, Fonte ’e Mmianu, Santu Binittu, Funti Préti, Vagli, e tante altre ancora.
Un’accurata ed esaustiva descrizione dei toponimi vivaresi (pp. 70-81) è opera di Ascenzio De Angelis cui si deve pure il capitolo su cognomi e soprannomi (pp. 83-86 del libro citato).Tra gli oltre 400 soprannomi (razze) elencati citiamo: Morgiancapu, Fischiarculo, Cappegliupizzutu, Nasecunigliu, Peppe vapore, Pippobroccolo, Squacciammerda, Occona bella, Sassu e pallocca.
 
4. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Festa di San Biagio (3 febbraio: il paese si anima per “esposizione e canto” delle reliquie del santo patrono). Feste di Maria Santissima Illuminata (4-6 agosto, con suggestiva fiaccolata notturna che accompagna l’immagine della Madonna dal Santuario alla Parrocchiale). Pasquetta (lunedì dell’Angelo: l’effigie della Madonna Illuminata viene portata in processione dal paese al Santuario. Dopo il rito ha luogo gli cuculacchiu, una ricca colazione da consumarsi, secondo la tradizione, accoccolati sulle ginocchia).
 
4.1 Canti
I vivaresi e il canto popolare. Antologia di musiche e testi, scelti da Beatrice Sforza e Francesco Petrucci (con la collaborazione di Giuseppe Chiapponi, Giuseppe Cortellessa, Maria Cortellessa, Anna De Angelis, Andrea Di Pietro, Adele Mazzetti, Santino Molinari, Enzo Moglioni, Gabriele Moglioni, Antonio Peruzzi, Maria Petrucci, Girolamo Proietti, Giulio Sforza, Giuseppe Troiani, Luca Verzulli), pubblicato dall’Associazione culturale Vivarium è un bellissimo testo che contiene una compiuta raccolta dei canti vivaresi (con melodie raccolte e trascritte da Giulio Sforza e Francesco Petrucci). Sono suddivisi in: Canti d’amore e d’osteria; satirici; filastrocche, giochi infantili; canti numerativi; canti sociali, del lavoro e dell’emigrazione e liturgico-rituali. Il libro è corredato da foto e da trascrizioni di inni sacri.
Nell’introduzione, si afferma giustamente:
“il canto popolare non è una specie minore di espressione musicale. Può assumere alto significato e alta qualità: esso esprime, infatti, il mondo come è vissuto e visto dagli stessi protagonisti. E la vita, tutta la vita fin nei suoi aspetti quotidiani, è poesia. È la poesia dei dolori, delle ansie, dei turbamenti, delle gioie, delle feste, degli scherzi e delle burle, che tutti noi viviamo giorno per giorno. (…) queste note divengono emblematici testimoni di una storia che è storia di tutti gli uomini e gettano un ‘ponte’ tra noi e il passato, un mondo ancora per molti aspetti a noi, moderni e spregiudicati cittadini di internet, sconosciuto”.
Nella stessa presentazione si apprende che nell’anno scolastico 2001-2002, è stato prodotto dall’Istituto comprensivo di Arsoli, sezione di Riofreddo l’opuscolo: Raccolta di canti popolari dell’Alta Valle dell’Aniene (Riofreddo – Roviano –
Vallinfreda – Vivaro Romano), dal quale è poi nata la spinta ad approfondire la ricerca nell’ambito vivarese.
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Riportiamo dal libro I vivaresi e il canto popolare alcune filastrocche:
Prungichittu fa le cazette / Filomena se lle mette / se lle mette tantu be’ / prungichittu e Filome’. // Cióppu cióppu vaglinacciu / quante penne pórti ’n bracciu? / Ce nne porto ventiquattro / Uno, due, tre, quattro. // O madonna madonna madonna / s’è abbrusciata la sòreca a nonna / e mo’ nonna va fujènno / co la sòreca fumichiènno. // Padre nóstru tinche tinche, / ’e vagline ce nne tengo cinque / ce nne tengo un cintinaru / padre nnostru quotidianu. // Caccia caccia corna, / me lla ittu za’ madonna, / za’ madonna delle belle / che caccia tre bunnelle / tre bunnelle e tre camisce, / ’n gulu ’n gulu a za’ Felice. // Crinzu crinzu, carecarinzu / alla costa ’e san Giuanni, / san Giuanni sta a castégliu, / sta a prega’ gliu gigliu bégliu, / gigliu bégliu fa cuccù / scappa fòre scuppittù. // Cucciulapenna vien da me / ti darò il pan del re / il pan del re e della regina / cucciulapenna s’avvicina.
Traiamo infine una filastrocca dal Vocabolario vivarese di G. Peruzzi:
pinniculu (Pendolo) pennente che pennea, stea sopre a durmiculu dormente che dormea, ji stinniculu stennente che stennea, se rizza’ durmiculu dormente che dormea, cascà pinniculu, pennente che pennea e ammazza stinniculu, stennente che stennea.
 
4.3 I giochi
Nel libro Vivaro, la terra e la gente, è intitolata “Giochi e passatempi di altri tempi” la sezione dedicata ai giochi di una volta dalla curatrice dell’opera Beatrice Sforza che giustamente afferma: “Ricordare è richiamare in vita qualcosa di temporaneamente scomparso. Il mondo cambia, la memoria esige supporti magnetici, ma più che mai occorre restituire alla gente i brandelli di un mondo culturale che rischia di andare in frantumi”. I giochi antichi sono stati spazzati via da molte cause (TV, giochi elettronici, ecc.); le piazzette, le strade, i vicoli sono ingombrati dalle auto e tuttavia essi sono stati spettatori e protagonisti dei passatempi dei nostri avi, dei nostri nonni e dei nostri padri che li hanno tramandati di generazione in generazione. Ebbene è possibile ancora oggi ripristinare quei giochi e recuperare un patrimonio ludico che è delittuoso abbandonare.
La Sforza passa in rassegna alcune tradizioni ludiche quali: la trètteca di maggio, la pasquarella, il giro di carnevale, il rucicone, il palo della cuccagna ed alcuni giochi quali: bricci, sturdu, leppia, lizza, tippitina tippitana va alla tana, scuppittu, Mastru Gironimu oppure Esce ’u padre, tingolo barrattolo, tòpa tòpa, salta la quaglia. (Un’analitica descrizione dei giochi è nelle pp. 57-61 del libro citato).
 
4.4 La gastronomia
Le ricette vivaresi sono state raccolte nel volume Vivaro, la terra e la gente da Mina Moglioni che le ha descritte (con ingredienti e modalità di cottura) e le ha ordinate in antipasti, primi piatti (cecamariti, gnucchitti alla metetoregna, sagnozzi e fasóli, pulentone alla carbonara, pulentone co gliu baccalà, petacce), secondi piatti (braciole di pecora, pecorino locale e fave) e dolci (ciammèlle, ciammillitti, canitti, ciammellone, pizza battuta).
 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
 
6. I testi di poesia
Due i poeti da segnalare per Vivaro. Del primo, Gabriele Moglioni (detto Bebbi), una poesia figura nel volume Vivaro, la terra e la gente, intitolata “’A partita a carti”, un poemetto lungo su una inconsueta partita a carte tra il sacro e il profano, ed un’altra, riportata in antologia, “…E sse cantéa”, è un inno al canto popolare ed alle vicende paesane, in cui esso si esprime, ricordate con nostalgia. (È tratta dal libro I vivaresi e il canto popolare).
 
Di Vittorio Peruzzi invece abbiamo Sòle, rànena e pennecchie, una raccolta di poesie, curata con molto amore da Gabriele Moglioni, che è “un viaggio alla scoperta di Vivaro Romano” come viene precisato nel sottotitolo. Peruzzi, annota Beatrice Sforza, vi trasfonde “il suo inesausto amore per Vivaro” con la creazione “di una originale lingua dialettale ove, attraverso neologismi, autentiche creazioni vengono tradotti in vivarese termini di una lingua colta, letteraria, che certo non possono albergare nell’idioma di una semplice vita contadina. Una capacità raffinata, capace di allargare gli orizzonti del piccolo mondo (…) Il suo verso appare genuino, a volte ingenuo (…) le espressioni dialettali gli si adagiano nel verso con spontaneità e naturalezza. Gli studi classici e l’amore per la poesia gli hanno concesso una padronanza tecnica del verso e della metrica che donano lindore ed armonia alle sue composizioni. Anche i tipi umani non risultano forzati o di maniera: sono naturali, spontanei e si esprimono senza sforzo in una lingua di giusto tono e chiaro timbro”.
 
Antologia
GABRIELE MOGLIONI (Bebbi)
 
… e sse cantéa a lla chiesa a bboce piena
“lauda siòn” senza sapì ’o latinu…
uffiziu, laudi e alle fésti ’a nuena!
                               … e sse cantéa la sera all’ostaria,
                               pe’ nnon sinti’ ’gliu fischiu ’e tramontana…
                               e mmanna’ jo’ fatica e nostargia!
… e sse cantéa ’nnabballe e pe’ gliu monte,
quanno a zappa’, quann’a rrecoglie ’a spiga…
da costa a costa se fecea a responne!
                               … e sse cantéa ’e austu pe’ lla via,
                               quanno l’aria de notte éa renfrescatu…
                               e gli’eco se sentéa a Santa Maria!
… e sse cantéa pe’ ffa’ ’na serenata
alla recazza ss’affattea ’nnascusci…
’nnanti la porta tutta ’na ’nfiorata!
                               … e sse cantéa avendro a ’na cantina,
                               dapprima ’nsani modi e ppó ’mbriachi…
                               e spissu entrai la sera e iscìi ’a mmatina!
… e sse cantéa a gliu muru ’e lla Pischéra
Trento e Trieste e il Sirio che partiva…
s’èa da passa’ ’a serata ’n qua’ mmanèra!
                               … e sse cantéa senz’accompagnamentu,
                               a pilu de puticciu ma accordati…
                               e lo canta’ era pinu ’e sentementu!
… e sse cantéa… Mo’ se nn’è perza ’a via.
Più non se canta!… Dda malincunia!
S’è perza l’amicizia e l’alligria!
 
 
VITTORIO PERUZZI
 
Sulluzza ’u core
 
Meglio durmine a casa su ’n fraticciu
que sta a sonnà de for su lettu ’e piume;
più meglio ’o cagliu ’e gliu focu ’e puticciu.
Me fa più pròe o meu picciu e pattume,
u pulentone co’ foglie ’e raichicciu,
’nnanti a certu ciuile ’nzazaugliume;
m’òjo ragghiapponà co’ panni ’e licciu,
’nnanti a lle “dubble fasse” color fume.
La mia Patria me tène ’n-ogne tempo;
sulluzza u còre a reveé Juaru,
co’ lla Pischèra ’n-que i purmuni rrempio
de ’n’aria fina, ròmmaco l’amaru
surchiatu a lla città, sèmpe m’attèmpo
’a Villina a sguardà de tuttu ’gnaru.
 
SOBBALZA IL CUORE – Meglio dormire a casa sulla paglia / che altrove sognar su molli piume; / più caldo il fuoco fatto con sterpaglia; / preferisco il mio misero pattume, // il polentone con le erbe del prato, / a certi intrugli imposti dal consumo; / meglio avvolgersi dentro panni grezzi, / che vestir double-face color fumo. // La mia Patria mi tiene in ogni tempo! / Sobbalza il cuore a riveder Vivaro, / con la Pischèra dove il petto riempio // di un’aria fina, libero l’amaro / succhiato alla città, sempre mi attempo / il Velino a guardar, di tutto ignaro.
 
È settemmiru
 
Ne ’nfra niri macchiuni ’n’ammasciata
’e vacchi bianche sfila u scrimacolle
da mani manca, l’accoglie alla ritta
’a pèntoma qu’è ’n-faccia piena ’e sòle,
da poco isciutu da gli colli ’e Cogli,
remmirdulita ’e ’na fugliuzza nòa
doppu lo piòe, resgàrgia u pratu oale.
So’ gli macchiuni niri ’e gliu morrone
que sta a cunfine a gliu Colle ’e Sammiasciu
’n-cima,’nn-abballe co’ l’Ara Laònna.
Prima s’appicca una, e ppoi tutt’ante
sbanisciu all’atra; stau ’na crielletta,
responta la più bianca co ’n campanu,
que a Piaèrta retintinnìa e vè ècco!
 

È SETTEMBRE – Sulla cima del colle sfila un branco / di vacche bianche da mano mancina / tra scure fratte, e a destra le accoglie / il pendio che è di fronte, pien del sole / appena uscito dai monti di Colli; / verdeggiante di nuove foglioline, / dopo la pioggia brilla il prato ovale. / Sono i cespugli neri del massiccio / posto al confine tra Colle San Biagio / in cima e sotto con l’Ara la Donna. / Prima scompare una, poi le altre / spariscono dietro; stanno un pochino, / rispunta la più bianca col campano / che riempie la Piaèrta e arriva a noi.

Le traduzioni sono di Gabriele Moglioni
 

 
Cenni biobibliografici
Gabriele Moglioni, poeta e appassionato del dialetto vivarese, alcune sue composizioni sono presenti nel libro Vivaro, la terra e la gente, (2004) e I vivaresi e il canto popolare. Antologia di musiche e testi (2006). Ha curato la raccolta di poesie di Vittorio Peruzzi Sòle, rànena e pennecchie (2004).
Vittorio Peruzzi, poeta di Vivaro, è autore di Sòle, rànena e pennecchie, (2004). Nuova edizione 2010 a cura dell’Associazione Culturale di Varia Umanità e Musica Vivarium, traduzione e note di Gabriele Moglioni e Introduzione di Giulio Sforza.
 
Bibliografia
AA. VV., Dialetti a confronto nei paesi del Medaniene, (Convegno di Anticoli Corrado 20-21 febbraio 2010), Associazione Santa Vittoria, 2010
Luciani Vincenzo, Dialetto e poesia nella Valle dell’Aniene, Roma, Ed. Cofine, 2008
Peruzzi, Vittorio, Sòle, rànena e pennecchie, s. n., s. l., 2004. Seconda edizione 2010, a cura dell’Asociazione culturale di varia umanità Vivarium, con testo originale a fronte, traduzione e note di Gabriele Moglioni, Introduzione di Giulio Sorza
 
Webgrafia
 

 ultimo aggiornamento 17-02-2012