11 -ARSOLI

Arsoli (1463 abitanti, detti arsolani) sorge a 470 m slm na ridosso del Parco Nazionale d’Abruzzo, tra i Monti Simbruini e Sabini, nella Valle del Bagnatore in cui scorre l’Aniene, alle pendici dei Monti Lucretili. E’ sede del Museo delle Tradizioni musicali popolari e del Centro di documentazione delle Arti e Tradizioni.

 
IL DIALETTO DI ARSOLI:
 
  1. I vocabolari e le grammatiche
Arsoli. Fondamentale, e non solo per il vocabolario e la grammatica è l’opera di Walter Pulcini, Il dialetto di Arsoli: grammatica, antologia, vocabolario. Il dialetto arsolano, secondo l’autore, è risultato dalla sovrapposizione delle parlate equa, latina, barbarica ed appartiene al gruppo marchigiano-umbro-romanesco, con qualche traccia del dialetto abruzzese per la particolare posizione del paese, tra Lazio e Abruzzo. La parlata di Arsoli è priva di particolari cadenze. Dal vocabolario (pp. 99-120) citiamo:
acqua ndròscia (minestra lenta), aggliumà (illuminare), allappuccià (essere sul punto di piangere), alleperasse (sdraiarsi), ammopatu (scuro in volto), ammorgià (sopportare), aoserà (ascoltare), appratasse (sistemarsi in un luogo), bissèculu (cosa grossa), burlandotto (spaventapasseri), carracciu (forte flusso d’acqua), catascella (saliscendi), cazzumattu (semplicione), cerrata (arnese per togliere la terra dal vomere), ciaramà (chiacchierare), ciucciulapenna (lucciola), cresciareglio (singhiozzo dei bambini), cria (poco), cruacchiu (crudo), cunzuli (pranzo per i parenti dei defunti), ècco (qui), emà (mattina), fandacia (voglia), fasoglio (operaio del frantoio), fregne (nervi), jacculu (corda del basto), janna (ghianda), jengo (torello), jure (scintille del fuoco o di chi è irato), lamatora (terra in frana), livina (spicchio d’aglio), munnuru (panno per pulire il forno a legna), naticchia (saliscendi), ngèrgamu (per sottintesi), ngialifu (fango), ngiavarrasse (imbattersi), ngrumà (ombrarsi, detto di persona e oscurarsi, detto del cielo), ngucurasse (accovacciarsi), pennazzule (ciglia), procacciola (attiva nel procurare), quinatu (cognato), ranzulischia (grandine), rapazzòla (giaciglio), revennareglio (dettagliante), rifilina (corrente d’aria), ròsa piocchiosa (papavero), sandificèta (santarella), scarciòfalu (carciofo), scatellaturu (pettine fitto), scifa (tavola incavata per mettervi il pane),
scifu (truogolo), sciucchittu (sottana), scocciolapigna (ciclamino), scurniata (serenata ai vedovi con gli strumenti più disparati), sderruzzà (togliere la ruggine), signòre (granturco arrosto), sippurdura (sepoltura), soo (terreno incolto), spitturiatu (scamiciato), stazzittu (pianerottolo, cortiletto), taccula (persona noiosa), tembèra (pioggia ristoratrice), tisichelle (paste con uova e zucchero), tizzulà (stimolare), trammollenga (accompagnatrice della sposa), trasumarinu (rosmarino), vaci (quasi), Virtuti (legumi lessi misti mangiati per devozione il 1° maggio), zaccari (schizzi di fango), zannetta (scheggia di dente), zarambogna (zampogna).
 
Comunicazione di Walter Pulcini sul dialetto di Arsoli al Convegno “Dialetti a confronto nei paesi del Medaniene” del 21-22 febbraio 2010
Lavoro, da oltre un cinquantennio, sul dialetto di Arsoli ed ho pubblicato i risultati sulle riviste “LAZIO- Ieri e oggi” ed “AEQUA”, in bozzetti teatrali realizzati in collaborazione con gli alunni della scuola media e nel volume “IL DIALETTO DI ARSOLI – grammatica, antologia, vocabolario”.
Quest’ ultimo lavoro è quello che mi ha dato le maggiori soddisfazioni in quanto pubblicato su sollecitazione del professor Giacomo Devoto, presidente dell’Accademia della Crusca, richiesto da numerose Università italiane e straniere e premiato con un Riconoscimento del Ministero dei Beni Culturali e con il Premio della cultura della Presidenza del Consiglio.
Il volume si articola in tre sezioni: la grammatica, l’antologia ed il vocabolario.
La grammatica esamina in maniera sistematica tutte le regole fonetiche, la morfologia ed alcune forme linguistiche
particolari.Per brevità esaminerò cominciando dagli articoli maschili “Ju” e “lo”:
– lo, contrariamente a quanto avviene nella lingua italiana, che lo usa in base alle lettere iniziali delle parole, si accompagna con i nomi dei generi commestibili: lo pà, lo casu, lo vinu, lo lardu ed a quelli dei minerali: lo rame, lo zingu, lo ferro, lo piummu, lo marmu, indipendentemente dalle lettere iniziali; una particolarità è la parola ferro in quanto se è preceduto da ju, ju ferro, indica il ferro da stiro, lo ferro indica invece il metallo di cui è costituito;
– non esiste il superlativo assoluto con il suffisso ma si forma o ripetendo due volte l’aggettivo, bejio bejio, o premettendo ad esso tandu e mutu, tanto e molto: tandu bejio, mutu bono;
– gli aggettivi possessivi, in alcuni casi, si pospongono al nome e si fondono con esso: casta, casa tua, parimu, mio padre, mammeta, tua madre, figliema, mia figlia;
– non esiste il verbo avere che è sostituito dal verbo tenere: tenemo tre figli, tengo na crapa;
– come ausiliare nella coniugazione dei verbi, in qualsiasi forma, si usa solo il verbo essere con la sola eccezione della terza persona singolare e della terze plurale con i verbi transitivi attivi: io so vistu, tu si vistu, issu ha vistu, nui semo vistu, vui sete vistu, issi au vistu.
L’antologia, la parte più corposa, comprende:
RACCONTI registrati dalla viva voce delle persone più anziane che narrano vicende della loro vita, i riti matrimoniali, i lavori nella campagna romana, le disavventure dei venditori di prodotti agricoli nei Paesi confinanti e mille altri episodi della loro triste vita.
Un racconto patetico è quello dell’“Usuraio”; un padre di famiglia¸che per rifornirsi di granturco per sfamare a polenta e pizza i numerosi figli, chiede un prestito e l’usuraio, oltre alla “sicurtà” cioè all’impegno per la restituzione del denaro vuole la collana di coralli della moglie e questa povera donna è costretta a subire , nei giorni successivi, l’umiliazione di tutti coloroche le chiedevano perché non portasse più i coralli; il contadino si adoperò in ogni modo per recuperare al più presto la somma necessaria per saldare il debito onde evitare che scadessero i termini anche di una sola ora perché l’usuraio era pronto ad incamerare denaro e coralli.
BRANI tratti dalla “Fenice”, una rivista in dialetto di carattere umoristico e satirico che si pubblicò in Arsoli dal 1920 al 1928 .
PROVERBI assai numerosi tra i quali quelli di carattere meteorologico come “Se febbraru non febbraria marzo e abbrile lo repparia” cioè se il tempo non è cattivo nel mese di febbraio si ripercuote nei mesi successivi, solidali come “lassa i foco ardende e fui a partorende”, lascia anche il fuoco acceso e corri in soccorso della puerpera cioè quando c’è bisogno lascia qualsiasi altra incombenza per aiutare il prossimo, prudenziali come “’j usciu de casa sea non mena guerra” cioè cercare di non immischiarsi in tante questioni ad evitare di esserne travolto, pedagogico come “chi alleva ’n porco ’j alleva rassu, chi alleva ’n figlju ’j alleva mattu” cioè chi cura un figlio unico con cure eccessive come fa per l’ingrasso del maiale non ottiene certamente buoni risultati.
IMPRECAZIONI tra le quali alcune terrificanti come “de casta puzzi retrovà are lla chiave”, cioè l’augurio di perdere tutti i suoi beni o, peggio ancora, “quanno revengo pozza ngiampà a gli canneleri” cioè al mio ritorno possa trovare esposta la tua salma.
SOPRANNOMI, ne esistevano dei più svariati e si attribuivano in base a difetti fisici come “nasca” per il naso grande, “checchè” se era balbuziente, “pizzefritte” attribuito ad un ragazzo che voleva assolutamente dalla mamma le pizzafritte altrimenti avrebbe creato un finimondo, “libbellola” toccato ad una ragazza che, durante una recita, anziché dire che era una libellula usò il termine libbellola.
STORNELLI, INDOVINELLI.
POESIE, da quelle di Francesco Leggeri “Checco Torello”, una persona singolare che faceva il bidello, il sacrestano, il musicante ed il cantore, vissuto all’inizio del 1900, a quelle di autori anonimi e alle più recenti di Angelo Napoleoni, allora giovane studente universitario, e Giuseppe Piacentini “Cannulucchiu”, un giovane muratore.
Ancora oggi, quando scrivo articoli relativi ad Arsoli, non disdegno di usare vocaboli o espressioni dialettali per colorire di più il discorso.
 

 
 
  1. I proverbi e i modi di dire
Nell’opera di Pulcini, Il dialetto di Arsoli, (pp. 34-43) è presente un’ampia raccolta di proverbi arsolani. Tra questi scegliamo:
Quannu se ngruma monde Ròfa pùsa la vanga e vatt’a ngròfa (Le nubi sui monti Ruffi consigliano di tornare a casa); chi tè ju turdu mmani e non ju pela la va a recchiappà nfregna la furtuna (non bisogna farsi sfuggire l’occasione); chi ranu (grano) sceglie, congiatura (scarto del grano) tròva (chi troppo sceglie, casca male); saccu sghiuidu (vuoto) non ze règge rittu (chi non si sostenta non può vivere); porco rassu janna se sònna (chi sta bene sogna solo benessere); chi agliu piccu (piccone), chi a lla pala e ju cazzumattu a lla carriòla (il più fesso fa sempre le spese); scorta la vacca e finita la sòcceta (con il venir meno dell’oggetto che lo aveva stabilito finisce ogni legame).
Ed ecco alcuni modi di dire (pp. 66-69) del libro già citato:
Tè le teteme (smania, sta sulle spine), recòglie la cabbula (indovinare), non j’a venzia (non dargli ascolto), non pòzzo stà a lla reccaènza tea (non posso stare ai tuoi comodi), me ju sò reccoto (l’ho capito), me sò reccòta la nvruènza (sono stato contagiato dall’influenza), nn’annu e j’aru (fra qualche anno), è itu n fede (sposo che va ad abitare con i suoceri), s’è missu a ll’appummissu (si è messo in un luogo ben riparato), le sporcai co j’occhi (le sciupavi con gli occhi), stà a lle osere (origliare), refilà i roppone (dare una buona dose di busse), na cria e pà (un pezzetto di pane), parlà n gèrgamu (parlare per sottintesi), comme te nne tè (come ne hai voglia), beje a mmènde (bere direttamente dal fiasco), vau sèmbre n draurzu (vanno sempre in giro), fattu mutu bbè (fatto alla perfezione), se mittu n zurla (si mettono in fermento), non mme nne tè (non ho voglia).
 
  1. I toponimi e i soprannomi
Un elenco di 174 soprannomi arsolani è alle pp. 122-123 del libro di Pulcini, Il dialetto di Arsoli, tra questi scegliamo: Cucurittu, Sciabbulone, Spapparielli, Pippupuzzu, Cirimicirdu, Papacchiola. Nel volume Arsoli – il suo sviluppo e la sua cultura, c’è una trattazione su toponimi e toponomastica. Di Pulcini sulla rivista Aequa, n. 18, 2004, segnaliamo: Storia e attività nella toponomastica di Arsoli.
 
  1. Canti – filastrocche-indovinelli – giochi – gastronomia – feste&sagre-altro
Feste e sagre. Palio dell’Amico (Istituito nel 1997, nel millenario della fondazione di Arsoli. I quattro borghi si contendono la riproduzione della spada del grande condottiero e si svolge un imponente corteo storico);Festa patronale di San Bartolomeo (24 agosto; si svolge ogni anno dal 1630). Festa patronale di Nostra Signora di Guadalupe (12 dicembre).
 
4.1 Canti
Una stornellata arsolana:
Uricula, Uricula e ppo Roma, / Arzuli bbeglio e lla chiara fondana. / Me sse so arruzzuniti i cucchiari, / a ffòrza de magnamme i fasoli. // Arzuli è fatto a ferro de cavagliu, / ce stà la giuvindù de sangue bbeglio. // Vist’è ju viculittu de lle bbèlle, / venate giovenotti a piglià moglie. // E tutte se maritanu e io none, / mangu non lo sapesse fa lo pane. // E tutte se maritanu vist’anno, / io so remasta a ffa la pappa a nònno. // Manganza de chitarra e dde mandòla, / te vèngo a reverì co lla rostèra. // La bbòna nòtte te lla lasso scritta, / sopre ju stangareglio de lla porta.
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
Dal libro di W. Pulcini un indovinello di Arsoli: Pòrta la otte n goglio / e vinu non ge nn’è, / pòrta le còrna n gapu / e bbufale non è, / fa le mura d’òro / e rrefice non è. (La lumaca). Ed alcune imprecazioni colorite ed originali:
Te puzzi fumà l’òssa (possano fumarti anche le ossa), te puzzi fa gama (possa diventare polvere), te sse pòzza magnà n’upu candu l’acqua, cuscì magna e bbeje (ti mangi un lupo vicino l’acqua, così mangia e beve), de casta puzzi trovà are lla chiave (di casa tua possa trovare solo la chiave. Perché è stata distrutta completamente), te pòzza scrocchià n furminu (ti possa scoppiare un fulmine accanto), quanno revèngo pòzza ngiambà agli canneleri (quando torno possa inciampare nei candelieri del tuo catafalco, perché sarai già morto).
 
4.3 I giochi
Pigne è un gioco con pentole di coccio ripiene e sospese a un filo che vengono rotte con un bastone da giocatore a piedi o a cavallo. Per l’approfondimento dei numerosi giochi di una volta, segnaliamo di Waler Pulcini, nel n. 12 del 2003 della rivista Aequa: Aj’orto meo ce manganu tre cocozze… Giochi e giocattoli del passato ad Arsoli.
 
4.4 La gastronomia
 
  1. I testi in prosa: il teatro, i racconti
Angelo Napoleoni, oltre che poeta, è autore di due commedie: Le lengue zozze. Commedia brillante in tre atti in dialetto arsolano (1984) e La mititura. Commedia in tre atti in dialetto arsolano (1997).
Le lengue zozze (rappresentata con successo per ben cinque volte) è una commedia “impostata sul tema del pettegolezzo e della maldicenza con le relative possibili conseguenze” è il primo esempio di opera teatrale completa in dialetto arsolano. Il tema della maldicenza aveva già appassionato l’autore che nel 1972 aveva composto la poesia “Le lengue affurcinate”:
Che lengue affurcinate c’àu le femmone, / quanno s’assèttanu n dre o quattro / chi a reccongià e cchi a ffa la maglia: / freganu le ìpere! / Non zi j’assucca mmai ’gliu cannarozzo / a ciaramà de vistu e ppo de vigliu: / e a vistu na pecetta / e a vigliu fau i redrattu / co lla curnice puru.
ma l’autore sentiva che questa era insufficiente e che c’era bisogno di un ulteriore sviluppo e l’occasione si presentò quando gli fu chiesto di preparare un bozzetto di vita paesana da rappresentare in occasione della Befana del 1976. Le prime quatto scene dell’opera furono rappresentate, con grande successo il 4 gennaio di quell’anno nella sala comunale di Arsoli. Sull’onda della calda accoglienza ricevuta dal pubblico arsolano, l’opera fu poi completata e rappresentata il 1° maggio del 1976 e replicata l’8 maggio, e poi il 27 agosto sempre ad Arsoli ed il giorno seguente anche nella piazza principale di Marano Equo. Il II atto dell’opera fu ripreso dalla Rai e andò in onda nel novembre del 1977.
 
Da Le lengue zozze riportiamo la parte finale della Scena I del II atto.
Pippinèlla – E.. cci gli sta bbè! Te ll’ico io figlia mé, perché tu non za’ vello che ffa Rosina, quanno che ju combarucciu non ce sta?
Elena – Perché, che ffa?
Pippinèlla – Biàta a tte che non za’ gnènde: io me sò ngondrata massera, pe ccasu èh, a na descussione fòrte ntra la comare Carulina e Ròsa, la mamma no; e figlia mea… te nn’ìi da fuì!! Giustamente la commare Carulina se rescutìa ju figliu no, perché poro chiattu… s’è ghitu a ’ngiavarrà pròpriu co vvella; e te ll’ìi da sindì la mamma, ’lla zòccola, mbè co gni sò pròpriu ittu èh, e comme s’èra puru ’nnarderata e strillava po. Ma pperò la commare Carulina, non ze ll’è fatta mica fa, sa?! E ci gni à itte quattro bèlle tonne, pròpriu nvaccia nvaccia, che io me sarrìa reficcata sotto tèrra, fregala!
Elena – Ma nzomma, Rosina che sarrìa fattu?
Pippinèlla – Ma allora tu, pròpriu non za’ gnènde figlia me’?
Elena – Io no, sarvugnunu! Ma che arrìa da sapé de stranu io, che ce stò sèmbre nzemmora a Rosina?
Pippinèlla – Pe mme figlia mé, se ttu non va ppiù co vvella, me fa n piacere rosso,
perché se doppo lo sa paritu, chi lo sa comme ce lla mettemo…
Elena – Ma perché, ma’? Ma che à fattu de male ’lla pòra Rosina?
Pippinèlla – Ma angora non zi ccapitu che vella è na ciuetta!? E ppo tu, t’ìi da sindì
la commare Carulina tu, pe ssapé vello che cumbina “’lla pòra chiatta” (rifacendo il verso alla figlia), mbè ddici tu!: io sò vaci remasa massera. È rrobba, à da sapé, che a essa non j’abbasta Pippinu, ju combarucciu meo, no! Essa, à da ì a descorre puru co j’ ari e a fasse alliscià n guà e llà, pròpriu comme à fattu la mamma; e allora la mamma à comenzatu a strillà che no nn’è vero gnènde e che ssemo tutte lengue zozze e che lla figlia j’è sèmbre piaciuta a j’ommini e che s’è fatta sèmbre respettà comme essa, nn’à capitu; e ppo à ittu che ju combarucciu è n’alòcco, e nzomma, tutte ’sse cose a baccaglià a mmèzza via. È robba che ce stìa a ffa vergognà puru a nnui; e ppo doppo, basta, io me nne sò ghita e esse so’ remase lòco…
Elena – (meravigliata) A ma’! Ma che me va icènno tu, mo?! Ma che la commare Carulina è deventata matta essa, a ghì a piglià de petto la gènde, e a mmendasse tutte ’sse risìe?!
Pippinèlla – (ad alta voce, risentita) Allora , pe tte, la commare Carulina se ll’ìa da tenè n gorpo tutte ’lle bèlle cose? E che ju figliu, vella, si j’è trovatu pe lla via?
(…)
Elena – (…) Tu m’à da ice, vedamo èh: se pe tte Rosina è comme à ittu la commare Carulina!
Pippinèlla – (in lieve difficoltà) Mbè, figlia mea, a tte mo llo pòzzo puru ice, che cèrto pe mme, tuttu ’gliu discurzu no nn’è statu mica tandu na cosa nòva sa; perché già pur’io, tembo fa, èra ndrasindite cèrte chiacchiare da lla gènde, e che press’a ppoco ddicìanu la stessa cosa. Mbè ccèrto, me cc’era rengrisciutu pe gliu combarucciu, ma da vella me llo sarrìa puro aspettatu.
Elena – Allora, tu già lo sapìi? E cc’èri puro criùtu? À capitu!
Pippinèlla – Mbè, comme se ice, da na parte c’èra puro criùtu; perché? Pe tte, no nn’è vero gnènde?
Elena – Pe mme!? Pe ffòrza che pe mme nn’è vero gnènde, mangu na spilla; mica sò matta! E ppo la conoscio troppo bbè Rosina, io, mèglio de te e de lla commare Carulina pe ppoté à mènde a sse cose, che vella pòra Rosina, non se lle sarrìa mangu sonnate de falle! Me cce ficiarrìa spaccà la capòccia!
Pippinèlla – (ironica) Ah, pe vesso non soccedarrìa pròpriu gnènde; allora (riprendendosi) pe tte, sotto a lla ficora non ce nasce ppiù la ficorella?! Tu lo ici!
Elena – Cèrto che ce nasce, tu vidi a mme. (quasi pavoneggiandosi)
Pippinèlla – E mma, se n t’ammùgli ’ssa còccia…
Elena – (di nuovo battagliera) Ma pperò, ce pò nasce puru n’ara pianda, no? E sò sicura che Rosina, de lla mamma, non ce’ à repigliatu mangu un capigliu, e sse cce sta na bardassa che non zì gli pò ice gnènde, è pròpriu essa: ma a ’stu paese, non pozzu vedé gnènde che va rittu che subbitu te cce mittu la pèzza! E comme se ice ècco: fatte ju nome e mittite n piazza! No nn’è ssuscì comme ddico io?
  
  1. I testi di poesia
Nella seconda parte (pp. 79-97) del volume di Walter Pulcini Il dialetto di Arsoli, è raccolta un’antologia di componimenti poetici di cui il primo, di Anonimo, intitolato “La chiatta mea” risale con ogni probabilità all’Ottocento.
Nella godibile poesia (che veniva recitata nei pranzi di nozze) la mamma della sposa mette in risalto le virtù della figlia:
La chiatta mea vale quandu pesa; / è bbèlla, procacciòla e faccennosa, / è na sandificèta che n za cosa, / che mmai de dì no qué non l’ajo ndesa. / E nonn’è comme tande che tte scasa; / vella laora sèmbre e mmai s’appusa, / che pe llo troppo laorà non g’è remasa. / Tutte le sere se fila quattro fusa; / prima de isse a lletto rezzela casa; / beatu ju mammòccio che se lla spusa.
(chiatta: ragazza; procacciòla e faccennosa: attiva nel procurar tutto e laboriosa; è na sandificèta che n za cosa: è un’anima candida; che mmai de dì non qué non l’ajo ndesa: non l’ho mai sentita dire alcunché di male; scasa: manda in rovina; non g’è remasa: ridotta pelle e ossa; fila quattro fusa: riempie quattro fusi di canapa trasformata in filo; rezzela casa: rassetta la casa).
 
Di Tommaso Passeri, composto nel 1873, è il sonetto, molto ben costruito (è in antologia) “Per la principessa Francesca Massimo” la quale dimostrò la sua munificenza vendendo i suoi gioielli per realizzare l’asilo e la scuola di Arsoli.
Di Francesco Leggeri, sono riportati da Pulcini, cinque poesie. In “Le due liste” due ragazze cercano di convincere un arsolano a votare per la propria lista elettorale. Alla fine, per non scontentarle, ecco la sua risoluzione: Ma domeneca lo sacc’io comm’ha da fà / pe non sindì più sta vècchia e nnòva, / sènza stacce tandu a repenzà, / piglio e ci gn’ò a tutt’e ddoa.
In “Marì preché”, dell’aprile 1899, un innamorato abbandonato cerca di convincere la sua bella a ritornare da lui finché,
disperato ma non troppo, conclude: Arrabbiate, Marì come sci ttòsta, / tu me fa fà, perdia, cae frescaccia, / ché s’addemà non m’ha vessa respòsta / piglio ju schioppo… e mme nne vajo a caccia.
Con il titolo “Ha raggione” sono contrassegnati due sonetti, composti con maestria, padronanza del verso e capacità di racconto, con scene tratte dalla vita paesana. Nel primo, del luglio del 1930, una mamma si rammarica delle disavventure amorose della figlia e si sfoga, parlando male di un’altra ragazza sulla quale probabilmente, ha messo gli occhi addosso Giovanni l’ex fidanzato di sua figlia. Perciò costei invita la sua comare a fare questa perorazione in favore di lei: Va da lla mamma (di Giovanni) e falla perzuasa, / commare mea, e digli secca secca: / che fìgliema la pòrca la fa a casa! Ovviamente pòrca, in dialetto arsolano vuol dire polca, il ballo).
Nel secondo, dell’agosto del 1930, un giovane si offre di accompagnare Maria alla stalla: “E addó va, Marì? Vajo a lla stalla. / Te pòzz’accombagnà, bbèlla pe tuttu?” Ma lei pronta gli risponde di no: “Annò! Che sse spavènda la cavalla / se mme vede co n’òmo ssuscì bruttu”. Subito dopo gli insinua il dubbio che la sua ragazza si è fatta accompagnare da altri. E infine, dicendogli che ha solo scherzato, lo ammonisce: “Recordate, però, che mea o non mea / vell’e ppe tte non vo, a gliari non fa” (quel che non vuoi per te, non farlo agli altri).
In antologia riportiamo il “Canto vendemmiale” che F. Leggeri compose in occasione della Festa dell’Uva nel settembre del 1934.
Del “giovane” (nel 1972) poeta Angelo Napoleoni sono riportate nell’antologia di Pulcini le poesie “Arzuli 1959” dell’agosto del 1969, “Ju focareglio” del dicembre 1969, “I prezzi” dell’agosto del 1970 e “’N mariscialle”. Esse lasciano intravedere la capacità di costruzione di scene di vita che si dispiegheranno poi sia nelle commedie che nelle poesie (è, recentissima, dell’aprile 2008, la pubblicazione di A mèzza còsta, una raccolta dei suoi testi poetici e di riflessioni linguistiche). In antologia due poesie, tratte da questa silloge. In “La pricissione” in assenza del suono delle campane, mute per l’occasione, irrompe il frenetico e rumoroso scorazzare dei ragazzi, per annunciare sia il mezzogiorno sia l’imminenza della processione del Venerdì Santo. Poi la suggestiva lentezza e mestizia di questa, dai suoni inconfondibili che piangono la morte del Cristo. Netto è il contrasto della luttuosa peregrinazione con l’assordante battere delle nacchere che sgorga dalla vitalità prorompente della giovinezza, quasi del tutto dimentica del significato profondo della Passione. In “Le mèzze lengue”, il poeta constata come l’Italia sia ormai diventata meta di extracomunitari, sempre più numerosi. Sempre più si sente parlare la nostra lingua (le mèzze lengue) con le varianti tipiche dei paesi d’origine.I nuovi parlanti vengono per fame, a fare i mestieri più umili. Sta nascendo un nuova schiavitù; siamo o saremo noi i nuovi schiavi? Ci sarà integrazione?
 
Antologia
TOMMASO PASSERI
 
Per la principessa FrancescaMassimo, nata Lucchese Palli

Non saccio s’ete vistu mai n giardinu

co cendo vasi e cendo e più spallère,
co pigne, co buschitti e cco peschère,
sènza na raicuccia e sènza u spinu.
 
Mmagginateve po che pinu pinu
da capu a ppei j’avesse n giardinere
de fiori n tutte quande le manère,
che mèglio n’arria fattu n parigginu.
 
Ndrammezzo a stu giardinu, ndra l’erbetta,
nascì na piandarèlla che ficia
tandi fiori diverzi nne rametta.
 
Chinga vedé sta rarità putia,
raritane agliu munnu ssi perfètta,
co lla occa spalangata remania
(1873)
 
FRANCESCO LEGGERI
Canto vendemmiale
Arzulanèlla mea, arzulanèlla,
sci la più bbèlla figlia degliu munnu,
ma quanno candi sci na Madonnèlla.
Arzulanèlla! (…)
Fra mmezzo a quisti pambani me pari
più bbèlla de lla Dèa de ll’Abbonnanza
e sci più bbòna tu che na ciammèlla,
Arzulanèlla!
L’uva che porti tu me pare n mèle
preché ll’ha còta co sse bbèlle mani
ve ècco che t’ògli’à na strettarèlla,
Arzulanèlla!
E sse lla pisti tu ssa bèll’uvetta
lo vinu èsce più bbono d’un convetto
me l’òglio bbeje pròpriu a garganèlla.
Arzulanèlla!
E quanno sò bjutu vèng’a casta
cogli’organetto e co’ lla zarambogna
però ce vèngo co na speranzèlla,
Arzulanèlla!
(1934)
 
Pambani: il carro è addobbato con tralci di vite tra i quali si nascondono le ragazze in costume arsolano; ciammèlla: dolce locale; pisti: l’uva veniva pestata con i piedi.
 
ANGELO NAPOLEONI
La pricissione (Venardì Sandu)
Parìa ju tèrramutu!
co ttutti ’gli bardassi ammelenati
co lle gnàccare mmani
pe ddì a lla gènde l’ora.
                        Ficèmo i sacrestani, allora!
                        E èrrèmo contendi l’istesso…
                        co lla gnàccara da ’na parte
                        e ju còre da ll’ara: “A pricissio’! A pricissio’!”
                        ce sganganèmo a ffòrza de strillà.
E ppo’… la pricissione passava…
sèmbre uguale:
ju Trungu,
la Croce de sùaru, che s’ìa da portà co lle catene a gli pei,
la Trasparènde,
j lambiùni appicciati,
du’ o tre Cristi e ppo’
ju bardacchinu niru co lla Madònna appresso;
e appresso la ’oce de ju prète e de gli chirichitti
se ’ngardocchiava co vvella ’e lle catene…
e lla gènde dereto
ciangicava miserère, rosari e litanie.
 
(Ottobre 1971)
 
bardassi ammelenati: ragazzi scalmanati; co lle gnàccare mmani: con le nacchere in mano; pe ddì a lla gènde l’ora: per dire alla gente l’ora del mezzogiorno e richiamare i fedeli alla processione; ficèmo… allora – facevamo le veci del sagrestano che non poteva suonare le campane perché era usanza farle tacere; si diceva che, per la morte del Signore, “èranu attaccate”, erano legate; A pricissio’!: Era il grido dei ragazzi per chiamare i fedeli. Ce n’era anche un altro: “a pricissio’, a pricissio’, s’è morto ju Redendo’, s’è morto a mèzzanotte… bussate a lle pòrte!; ce sganganèmo – ci sgolavamo, alla lettera: uscivamo fuori dai gangheri (gangani), tanta era la foga; ju Trungu: il tronco. Croce caratteristica simile per fattura ad un tronco d’albero; la Cròce de Sùaru: la croce di sughero, costruita con un’intelaiatura di ferro rivestita con grosse scaglie di sughero; la Trasparènde: la (croce) trasparente, con un telaio di legno e ferro, diviso in vari settori, in cui erano alloggiate delle piccole candele, accese prima della processione; Ju bardacchinu niru: il baldacchino nero (per distinguerlo da quello bianco del Corpus Domini). Lo portavano sei portatori vestiti di nero ed incappucciati, copriva la bara del Cristo morto, tenuto a spalla da altri quattro; la ’oce: la voce; se ’ngardocchiava: si intrecciava; la gènde dereto: la gente dietro; ciangicava: masticava, biascicava.
 
Le mèzze lengue*
Ce potarrà rriscì ’na poesiòla, corta magara,
stòrta, renturcinata, scingimellata,
ammaciaccata,
matta comme j tembi ’e mo,
matti comme tutti i tembi
novi, quanno le nuvità te vengu addosso
comme la pieme ’e ’n fòsso,
o comme tramontana, puru,
sgrulla?
– Accòglie!? –
Fregna, s’accòglie!
                        Ce sta a cagnà la vita sott’a j’occhi…
                        mani mani:
                        – e figli comme pacchi… –
                        – e vecchi comme ’mbicci… –
                        – e vissi quanni i cacci?!… –
                        Ce sta poco da dì, no, no nn’è scherzo,
                        e no nn’è mangu fèsta.
                        – Apràmo j’occhi! –
                        – Ascì. –
                        – Stemo a ju munnu e basta! –
                        – È vero. –
Stemo a ju munnu, munnaroli cari…
E stamoce bbè, perdìa! Che semo tandi…
– O troppi? –
Me pènzo che lo pà non zi j’attoppi
’n canna… vello che nui jettemo a tocci!
Non zo’ vinuti p’arrobbacce case,
a cagnà l’aria, e a spassu a passiggià…
È solo pe ’nà fenda che vengu a villiggià.
E gli semo scirnuti
alleperati… appojàti… ciancicati… carcerati…
’mpauriti
e de stracci accolemati.
La fame j’à ’ngarrati a catenèlla, lo zuzzu, lo male sta’
j’avvindi, o puru…
la lindèrna più brillante…
So’ mèzze lengue, so’ facce nòve, colorate e nno,
puru ’mbiastrate;
capòcce basse, ocche sdentate
comme le nòstre de tand’anni fa…
Schiavi de oj…e ladri…
Schiave de oj… e ladre…
Ma cchi sarrà ju schiavu ’e prisdimà?
 
(Gennaio 2003)
 
* Le mèzze lengue: le mezze lingue. Voce di recente acquisizione; stòrta, renturcinata… ammaciaccata: storta, attorcigliata o ritorta, sbrindellata o scompigliata, acciaccata o ammaccata.  Scingimellata, ridotta in cenci (cingi o cinci). Ammaciaccata: dal v. ammaciaccà, atu schiacciare, acciaccare in modo più evidente e ripetuto; la pieme: la pièna; sgrulla: colpisce con forza; Accòglie!: colpisce; e figli… vero: una serie di luoghi comuni illustra un’ipotetica conversazione tra vari personaggi; munnaroli: uomini di mondo; non zi j’attoppi ’n canna: non gli si blocchi in gola; scirnuti: visti. È un vedere con più attenzione, diversamente da aocchià, occhià, vedé, accòrgese, sbaioccà; accolemati: ricolmi; la lindèrna più brillante…: la lanterna più brillante. La prospettiva di una vita migliore; prisdimà: dopodomani. Il futuro.

Cenni biobibliografici
 
Bibliografia
AA.VV., Dialetti a confronto nei paesi del Medaniene, Atti del Convegno, 21-22 febbraio 2010, Anticoli Corrado, Ass.ne Santas Vittoria, 2010
Vincenzo Luciani, Dialetto e poesia nella Valle dell’Aniene, Roma, Ed. Cofine, 2008
 
Webgrafia