Per Dalessandro

Recensione di Roberto Pagan alla raccolta Figure d’ombra

 

Torna sulla scena poetica – sommessamente ma con inconfondibile personalità – Francesco Dalessandro grazie a un nuovo libro, sobrio e insieme raffinatissimo fin dalla veste editoriale nella collana di Puntoacapo diretta da Giancarlo Pontiggia: “Figure d’ombra”, 2018.

Stampato l’anno scorso, è stato presentato a Roma solo di recente, e noi oggi ne parliamo. In ritardo. Ma la poesia, se è poesia vera, è fatta per durare. Perché da memoria e dolore essa sgorga, come ben sa l’autore che ne trae il titolo per la poesia conclusiva della raccolta: “Memoria e dolore”, appunto, citando in esergo Montale: Per me la poesia è questione di memoria e di dolore… (Lettera a Clizia del 5 dicembre 1933). Ché tutto il volumetto è ricco di epigrafi e citazioni. E alcune di esse, davvero ragguardevoli se non altro per la statura degli autori – Dante Alighieri, Virgilio, Leopardi – aggiungono un altro elemento, oscuro e fuggevole e perciò più inquietante, come appunto l’ombra: Quand’io dismento nostra vanitate / trattando l’ombra come cosa salda (Purg. XXI), …ché notte solamente e sonno ed ombre / han qui ricetto, e non le genti vive (Eneide, VI),… Ombra reale e salda / ti parve il nulla, e il mondo / inabitata piaggia (Ad Angelo Mai, 130-32).

Memoria, dolore e ombra: questi dunque lo sfondo e i temi costitutivi della poesia di Dalessandro. E tali erano – noi li ricordiamo vivissimi – già nella sua opera capitale, L’Osservatorio, pubblicata due volte, nel 1998 e nel 2011, a dire il “lungo studio” che vi ha impegnato l’autore; come pure nelle opere coeve, dal 2003 al 2010, Lezioni di respiro, La salvezza, Ore dorate, Aprile degli anni; ma anche nelle mirabili traduzioni: i sonetti di Shakespeare, per esempio (vedi in Ladro gentile, Il labirinto, Roma 2014): quanto di suo non ci mette il traduttore, benché fedele, in quei così umbratili ed enigmatici capolavori?

A stringere in una definizione comprensiva, Dalessandro resta un poeta lirico per eccellenza, in una dimensione prevalentemente elegiaca: crepuscolare o, se vogliamo, neoromantico per sensibilità, ma classicissimo poi nelle forme: un verso sempre fluido, musicale, rigoroso nell’eleganza prosodica. Sicché si impone a una lettura scandita, meglio se a piena voce e non silenziosa. Il flusso armonico ne sgorga con spontaneità naturale, sia pure sempre vigilato da un attento lavoro di lima, da scriba incontentabile, come lo stesso poeta si è più di una volta rappresentato. Diremmo anzi che, se c’è un rischio nel poetare di Francesco, è di troppo abbandonarsi a questo generoso rampollare di immagini e, quasi in gara con se stesso, alla vertigine dei suoni: sia che il verso incalzi pieno e austero nella misura dell’endecasillabo o si franga agile e pausato nelle forme più discorsive che mi sembrano prevalenti in queste ultime Figure d’ombra. 

Bisogna pur dire che, a imbrigliare e contenere l’impeto inventivo in questo suo nuovo lavoro, Dalessandro si è valso di un ingegnoso stratagemma compositivo che giova anche a strutturare il discorso in momenti diversi e sia pure omogenei nelle forme e nei toni. Le “figure d’ombra” appunto in cui nel libro si parla vogliono essere in prima istanza personaggi, in gran parte storicamente esistiti, alcune volte artisti o poeti essi stessi, le cui opere non sono sopravvissute o hanno lasciato solo labile traccia. Più simili a ombre dunque.

A dar voce e consistenza a queste ombre provvederà appunto l’autore, il poeta di oggi Francesco Dalessandro. Il quale, abruzzese d’origine, con una sua vena d’erudito e familiare com’è probabilmente presso la biblioteca dell’Aquila, ha pescato in qualche librone d’antan, tracce e spunti di biografie più o meno nebulose, disposte lungo tutto l’arco dei secoli. Di ciò si dà ragione in una succinta nota del libro (pp. 111 e sgg,). Da cui apprendiamo per esempio dell’esistenza di un conquistador di marginale importanza storica, il Conte di Buelna (1378-1453): lo testimonia il suo luogotenente. O di Andrea Bereal, feudatario di Cagnano nei pressi dell’Aquila, il quale “si piacque d’esser poeta, ma nulla giunse a dare alla luce”. O di Bernardo Bitti, nato a Camerino nel 1548, questo sì pittore vero, fattosi gesuita e inviato in Perù e laggiù morto ai primi del ‘600, dopo aver dipinto una famosa Madonna. E così via, fino quasi ai giorni nostri, quando troviamo Camillo Fonte, vissuto all’Aquila tra il 1951 e il 1987, suicida per amore, “poeta riconosciuto solo da pochissimi amici e quasi del tutto inedito”. Questi rivivono dunque, figure d’ombra senza voce, nei versi che Dalessandro mette loro in bocca.

Ma altri pretesti poetici da pur concreti indizi storici dovremo aggiungere. Ricominciando da capo e da tempi remotissimi, addirittura un papiro del British Museum che “contiene tre raccolte di poesie risalenti alla XIX Dinastia del Nuovo Regno”; o Sulpicia e Ligdamo, poeti veri del “Corpus Tibullianum”, anche se, per noi,  due puri nomi. Così il poeta di oggi dà voce al cantore del papiro: Vieni, amica, sulla riva del Nilo / dove dorme il coccodrillo…E con garbo e grazia infinita, l’amante pur le fa fretta: La stirpe orgogliosa / dei faraoni abbatterà mille regni / e dovrò, se non t’affretti, partire per la guerra…e insinua il presagio di un possibile dolore a rendere incerto l’amore di oggi: Cambia volto ogni giorno, l’amore – / t’avrò oggi diversa da ieri e domani più nuova / nelle mie braccia. Da Sulpicia ricava l’autore di oggi delle “riscritture”, sotto il titolo di Microelegie: la più breve, n. 5, suona così: Che vuoto compleanno / senza vederti! La campagna è triste / come me. Roma annoia. Dove sei? Così da Ligdamo derivano altrettante Elegie sentimentali. Quel che leggiamo a conclusione del n. 6 sembra davvero un malinconico testamento rivolto agli amici:…giunto al limite / della vita non posso rivedervi, / lontani a festeggiare questa molle / struggente primavera. Ma dovunque / io sia, qui vivo o dove / la sorte mi vorrà, voi, amici, siate / felici e ricordatemi.

Più giù nel tempo – siamo in un cupo medioevo feudale – troviamo un personaggio che di storico ha forse soltanto il nome: Ruggero Laspro (che, con l’apostrofo nel cognome, suonerebbe ancor meglio: L’Aspro, a inverarne il carattere corrucciato). A lui l’autore attribuisce un Diario apocrifo assai romantico e disperato. Siamo nel secolo XII, al sorgere della poesia trobadorica; ma, al contrario di un Jaufré Rudel, pago dell’ “amor de lonh”, il nostro personaggio, costretto a far la scolta, tutto armato di ferro tra i merli di una gelida torre di montagna, si strugge d’amore per la bella castellana. Tanto che, dopo averne goduto i favori fuggevolmente (tardi e inatteso – dice – avvenne l’averti), preferisce rinunciare alla vita in assenza dell’amata. Così congedandosi: Addio! Non c’è tristezza nel mio farmi / ombra senza peso / in limite a una notte che s’annuncia / senza sogni. (p. 45). E non dissimile sembra l’addio, a otto secoli di distanza, del giovane poeta abruzzese Camillo Forte. Così ne La rinuncia (p. 79): una bella poesia che si riassume già nell’epigrafe: Non è vivere vivere sospesi / sull’orlo dell’addio, dell’abbandono.

Altre sequenze, legate a più concreti personaggi, ci sono pure nel libro: borghesemente soddisfatti di sé compaiono in un Interno (p. 47) i Coniugi Arnolfini, nella luminescenza ambrata della tela di Jan van Eyck, miracoloso impasto di rinascimento italiano e solidità fiamminga: tre strofette in tutto di calibrato scavo psicologico; e più drammatico certo il dittico dedicato all’orgoglioso eroismo di Tommaso Campanella, che poeta era già di suo, determinato a resistere nella Fossa (così il titolo a pp. 75-76) del carcere di Sant’Elmo. Ma prevalgono senza dubbio le atmosfere di consapevole e rassegnata amarezza: anche nei testi scritti in persona propria di Francesco Dalessandro che fanno quasi da cornice alle storie dei suoi larvali e malinconici figuranti: le “figure d’ombra” per l’appunto. Così nel testo d’apertura (La chiromante, p. 9), prologo piuttosto minaccioso di quel che si presenta come un incertissimo incipit: “incipit”: del libro – ci chiediamo –o della vita stessa? E poi, in epilogo, tre testi non meno enigmatici: un Commiato da Calipso, p. 81, piuttosto esteso nel suo articolarsi tra nostalgia del passato e angoscia di fronte a un incombente futuro; una Lettera a Circe, p. 99, più scanzonata nei toni, ma amarissima nella sostanza. Nella nota in fondo al libro (p. 116) l’autore ne parla in questi termini: “Il personaggio narrante, tutt’al più un ulisside fuori dal mito e senza nome, nella prima poesia rammemora un lontano passato e nella seconda fotografa impietoso il proprio presente”.

L’ultima poesia Memoria e dolore (p.109) conclude nel segno di Montale – come già ricordato all’inizio del nostro breve discorso. È un piccolo dittico assai intenso. Ne citiamo appena il finale: …Il tempo raccoglie / i tuoi ricordi, come chi restringe / le foglie e ci dà fuoco.// Memorie, vano gioco. / Ciò che è stato non può / essere più. Questo – dicevamo – in persona propria. Ma chi ci assicura che i versi messi in bocca agli umbratili personaggi del libro, e ordinati poi in stretto ordine cronologico come le loro storie richiedevano, dal papiro egizio della XIX Dinastia al testamento del giovane poeta aquilano morto suicida il 21 giugno 1987, non fossero anch’essi già scritti in persona propria e con lo stesso spirito dell’autore prima di essere attribuiti ingegnosamente ai suoi cari fantasmi?

Francesco Dalessandro, Figure d’ombra, Puntacapo, 2018

Roberto Pagan

 

Pubblicato 31 marzo 2019