Italo Calvino a Villa Baglioni. Un itinerario tra libri e memorie¹

di Matteo Vercesi

 

Prima di delineare un possibile percorso di attraversamento del libro di cui oggi parleremo, desidero innanzitutto ringraziare l’amministrazione comunale per aver concesso il patrocinio all’evento odierno, unitamente al Dott. Marco Perin – fedele custode di questa eccelsa dimora di civiltà, quale è Villa Baglioni, con la sua annessa biblioteca – per avermi invitato a raccontarne qualcosa; il Prof. Giovanni Tesio, autentica anima della conversazione calviniana impressa in queste pagine, essendo il mio ruolo ancillare ed assolutamente marginale – in fondo, improntato a semplici sollecitazioni rivolte all’interlocutore – rispetto al suo, che è di scandaglio e governo della materia; l’Avv. Giuseppe Cantele – il quale ha generato una delle migliori imprese di editoria indipendente su suolo nazionale – per aver ospitato il volume nella prestigiosa collana ‘Storia e culture del libro’, diretta dai maggiori esperti in materia; e tutti voi presenti, testimoni di quella curiositas che è cuore pulsante di fecondi incontri e di scoperte.

Concedetemi però una digressione, apparentemente lontana da ciò che germina dal volumetto, ma in realtà riconducibile al suo senso profondo, al pensiero di Calvino e a un orizzonte che si staglia oltre l’autore stesso; e abbiate la cortesia di perdonarmi se vi condurrò per mano con dei salti temporali forse arbitrari attraverso gli ultimi cinque secoli di storia per giungere ai caratteri tipografici (Arnhem di Fred Smeijers) di questo manufatto, sulla cui copertina si stagliano “Le città invisibili” di Oreste Sabbadin.

Comincio questa mia ‘passeggiata laterale’ affermando che non può esservi luogo migliore di questo per parlare di editoria e di scrittura. Ci troviamo nella Sala Nobile di Villa Baglioni, letteralmente avvolti dagli affreschi di Giambattista Tiepolo: un caleidoscopio di luce, che lascia abbagliati e piacevolmente frastornati, all’interno del quale possiamo quasi percepire le movenze dell’aria, del vento, le dinamiche di irruzione del mito nella realtà, con i suoi perenni insegnamenti (il racconto di Fetonte ci invita a restare umili, a non ambire a possedere ciò che in fondo dovremmo soltanto osservare). Da questo luogo, la storia dell’arte europea del Settecento iniziò a cambiare il proprio corso. Roberto Calasso (a proposito di editori), scrisse che in Tiepolo si incarna “l’ultimo soffio di felicità in Europa”, anche se piena di lati oscuri (“un addensamento di veleno e dolcezza” 2). La presente sala, da alcuni decenni, è tornata in modo preponderante ad essere luogo di cultura e di socialità, oltre che di gestione della cosa pubblica, in linea di continuità con ciò che avvenne in secoli lontani, mediante un’azione di recupero della sua identità originaria. Eppure, rispetto alle fasi precedenti al restauro, Giuseppe Pavanello – che nel 1985, insieme allo storico dell’arte Adriano Mariuz, identificò il vero ‘frescante’ di questo capolavoro – scriveva:

«Nelle mie prime visite al salone, che ospitava uffici comunali, rimanevo sbalordito nel vedere chiodi infissi nei muri direttamente sugli affreschi: così, solo per appendervi un calendario e cose simili. E poi notare che le persone si spostavano in quell’ambiente rasentando i muri, senza alcun riguardo se ci si strofinava addosso agli affreschi. Sì, perché la decorazione fu creata per avvolgere lo spettatore a 360 gradi e non c’è un centimetro quadrato di superficie di quel grande vano senza pittura³

Un patrimonio entrato da allora, in maniera graduale, nella coscienza collettiva del territorio – locale e regionale ma di respiro internazionale – e che nel tempo ci auguriamo possa essere reso maggiormente fruibile, stando agli sviluppi progettuali messi in atto dall’attuale compagine comunale, in collaborazione con gli enti del Terzo settore 4. 

Ciò che forse in parte sfugge ancora, relegato in una labile memoria, è invece  il legame tra questo edificio – emblema della civiltà veneta di villa – e un fondamentale pezzo di storia della stampa e dell’editoria europee, il cui recupero, in tale circostanza, ben si addice agli argomenti nostri. La villa, eretta nel corso del Seicento, divenne proprietà di Antonio Lombardo, che fu ambasciatore (bailo) della Serenissima Repubblica a Corfù, per poi passare alla famiglia Baglioni nel 1718. La bellezza dell’edificio fu celebrata in Veduta del palazzo Baglioni a Massanzago, olio su tela del 1720 di Luca Carlevarijs, e quarant’anni a seguire in alcune ottave di Carlo Goldoni, scritte per celebrare il matrimonio fra Caterina Baglioni e il nobile Lorenzo Minelli:

(…) Seguito a dir: sta casa gha in campagna

una delizia detta Massanzago.

In Italia, in Germania, in Franza, in Spagna

fursì un logo non gh’è più ameno e vago.

Mi almanco non ho visto la compagna

ai viali, ai verdi, a le Cedrere, al Lago (…)5.

I Baglioni, di origine bergamasca, furono stampatori a Venezia dalla fine del Cinquecento; Tommaso, il capostipite, fu socio e agente del tipografo Roberto Meietti. Un’attività, la sua, che all’inizio del Seicento, da pianamente artigianale si fece imprenditoriale 6. Nel 1688, un corrispondente della Stamperia patavina del Seminario scrive che le stampe dei Baglioni e dei Ciera “sono le migliori che corrino nelle stamperie, compresivi Hanversa e Parigi” e che “hanno più spaccio” 7.

In seguito, il

«figlio Paolo, anche meglio del padre, seppe avviare a maggiori fortune la ditta, dedicandosi, sull’esempio dei cessati Giunti e dei Ciera che languivano, alla stampa del “rosso e nero”, ossia dei libri liturgici, così comunemente denominati in Venezia. La stampa dei libri liturgici era stata per quasi due secoli accentrata nell’azienda dei Giunti, che di essa avevano quasi il monopolio, esportandone quantità notevolissime in tutto il mondo cattolico. Morto il secondo Tommaso Giunti (1618), i Pezzana rilevarono l’azienda dalle eredi nel 1651, ma già il monopolio non era più né giuntino né veneziano: Ch. Plantin per es., nel 1660 circa, aveva ottenuto l’esclusiva per la Spagna. Tuttavia queste edizioni rappresentavano un cespite di guadagno enorme, per quanto, secondo il parere di un editore dell’epoca, “quei libri fossero di tal spesa per la qualità della carta e degl’inchiostri, che i soli ricchissimi librai possono sostenerlo… gli vendono cari e sempre a contante”. Sembra che di capitali non difettasse Paolo: di soli breviari stampò centosedici edizioni, ed ogni edizione era, quasi sempre, di diecimila copie. Ai breviari si debbono aggiungere i messali, gli antifonari e graduali, i pontificali, i martirologi. La consistenza finanziaria dell’impresa raggiunse così, ad opera di Paolo, punte elevatissime. Testimonianze contemporanee ci informano che i Baglioni conducevano sugli inizi del sec. XVIII una vita signorile: Paolo e Tommaso suo figlio “vestono bene, stanno a bottega con garzoni, hanno stamperia e guadagnano molto”. Essi “non fanno libri difettosi” e il loro commercio è fiorente per la grande esportazione di “rossi e neri”. Il 6 ag. 1717 i Baglioni, mediante un dono di 100.000 scudi offerto alla Repubblica, furono aggregati al patriziato veneziano. Nello stesso anno Paolo, figlio del secondo Tommaso, fu ammesso a sedere al Gran Consiglio: così tutta la famiglia Baglioni era riconosciuta patrizia, esempio unico di tale onore tributato a semplici tipografi 8».

Da qui l’allestimento scenico del mito di Fetonte, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, atto a celebrare la magnificenza della famiglia assunta al patriziato, pur con la prudenza che il racconto veicola. 

Giambattista Tiepolo, Fetonte chiede il carro del Sole ad Apollo – Affresco parete est, Salone nobile di Villa Baglioni, Massanzago

 

La grave crisi che scosse i librai veneziani nel trentennio che intercorre tra il 1750 e il 1780 e che portò al fallimento aziende di piccole, medie e grandi dimensioni, non toccò particolarmente i Baglioni, i quali, nel 1780, avevano in attività ancora otto torchi, impiegando tre proti, due fonditori di caratteri e sessanta operai; dati che dimostrano come furono in grado di resistere alla concorrenza degli editori francesi, napoletani, livornesi, lucchesi, triestini, e soprattutto a quella del Remondini di Bassano, il quale aveva creato una filiera (collegando cartiera, fonderia di caratteri, tipografie, calcografie, trasporti  via terra e via mare) atta a fissare una concorrenza di prezzi assolutamente rovinosa per i veneziani 9.  Il punto di forza della ripresa e resistenza settecentesca furono proprio i libri liturgici, “richiesti in tutto il mondo ispanico, compresa l’America latina, e nell’intera Europa cattolica e ortodossa” 10. 

Nonostante il tramonto della Serenissima (1797) e il sopraggiungere di altri mutamenti di scenario, i cataloghi con l’aquila nera, acquisita nel 1615 tramite l’assorbimento della ditta di Girolamo Zenaro e divenuta stemma del casato, erano ancora ben forniti. L’attività cessò soltanto nel 1850. 

Paolo Segneri, Opere del Padre Paolo Segneri della Compagnia di Gesù, distribuite in quattro tomi, come nella seguente pagina si dimostra. Con un breve ragguaglio della di lui Vita. Tomo primo, Venezia, 1742, Nella Stamperia Baglioni, con licenza de Superiori, e privilegio.

La voce del pastore. Discorsi familiari per tutte le domeniche dell’anno del signor Reguis curato di Auxerre, e poi di Gap, tradotti dal francese. Tomo primo, in Venezia, 1792, Nella Stamperia Baglioni, con licenza dei Superiori, e privilegio.

 

Ma un punto di svolta nella storia dei Baglioni e dell’editoria, tornando a ritroso, risale ai primi anni del Seicento. Nel 1607 Galileo Galilei,

«allora professore a Padova, si vide costretto a replicare alle accuse mossegli da Baldassarre Capra, e non volendo, per giustificati motivi, far stampare in Padova la sua Difesa contro le accuse di Baldassarre Capra, su consiglio dell”amico Sagredo, si rivolse al B., indicatogli come tipografo di ottima fama, diligente e sollecito. Dovette il Galilei essere soddisfatto del suo editore, giacché quando nel 1610, subito dopo aver scoperto i satelliti di Giove, si trovò a poter menare un fiero colpo al sistema aristotelico-tolemaico, si rivolse ancora al B. per la stampa del Sidereus Nuncius, che rapidissimamente il tipografo compose e stampò, per vero non senza errori, sfuggiti anche all’attenzione dell’autore che quotidianamente, nella bottega del tipografo, rivedeva i fogli di stampa appena composti. Quest’edizione è oggi tra i cimeli galileiani ricercatissima e rarissima 11

I Baglioni diedero quindi alle stampe, in 550 esemplari che andarono esauriti in poco più di una settimana, uno dei libri più importanti della loro produzione e direi della modernità tutta: il Sidereus Nuncius (potremmo tradurlo con Annuncio sugli astri o Il Messaggero celeste, stellare). Un libro spartiacque nella storia dell’uomo, una svolta in cui le epoche si dividono, come ebbe ad affermare Cassirer. L’osservazione della volta stellata con il cannocchiale, derivata dal perfezionamento e il consolidarsi della tecnica (attraverso il mescidarsi della competenza nella fabbricazione delle lenti e della perizia dei mastri vetrai muranesi), fece crollare l’impalcatura dell’astronomia e della cosmologia aristotelico-tolemaica Egli individuò montagne e crateri sulla luna, analizzò la Via Lattea, scoprì quattro satelliti naturali di Giove (i pianeti medicei). Le sue scoperte vennero riconosciute da Keplero, e in poco tempo Galileo godè di fama in tutto il mondo (anche nella lontana Cina). 

Frontespizio della prima edizione del Sidereus Nuncius, 1610

 

E da qui ritorno al punto di partenza, dopo un giro largo quanto il vento, seguendo una logica intertestuale nascosta e cercando di far dialogare le tracce di memoria addensatesi in questo luogo e nelle figure che lo hanno attraversato.

Italo Calvino ha affermato che Galileo è il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo. In tale prospettiva, sapere umanistico e sapere scientifico tornano a confluire in un alveo comune: non confliggono ma si compenetrano, si alimentano l’uno dall’altro in modo vicendevole. 

Calvino, a sua volta, è uno spartiacque nella letteratura del Novecento, un classico destinato a non tramontare. Più lo leggiamo e rileggiamo, più ci accorgiamo che ha sempre qualcosa di nuovo, di ‘ulteriore’ da dire. Più la sua razionalità si fa lucida, più la fantasia combinatoria schiude orizzonti possibili di senso. 

Afferma Giovanni Tesio:

«Calvino – come Levi – non si è sottratto all’analisi di realtà complesse, ha scavato dentro mondi a cui la nostra letteratura non era abituata a guardare o aveva dimenticato coloro che ci avevano guardato ma essendo poi stati messi da parte (Galileo, Spallanzani etc.). La biologia, la chimica, il cosmo: in altre parole ha viaggiato mentalmente sondando mondi altri, affrontato questioni eluse, accettato la sfida di dare un ordine al caos. Certo è stato aiutato dalla sua esperienza di editore, ma quella non sarebbe bastata se lui non avesse intanto cercato altre vie, non si fosse recato in altri luoghi, a sentirne l’aria, e se non avesse fatto esperienze che lo hanno indotto a tante mutazioni. Forse, infine, la sua fama internazionale viene anche dal fatto che la sua scrittura disdegna tanto i ghirigori, quanto l’arroganza delle certezze, quali esse siano. Questa sua capacità di entrare con permesso nelle coscienze dei lettori provocandone però l’intelligenza attraverso l’uso della fantasia e della discrezione. Calvino non è né Proust né Céline: lui ha tentato una terza via, di cui ha saputo percorrere le diramazioni, inseguire i segreti, evitando quelli che chiamava con un po’ di disdegno i “profondismi” e attenendosi invece alle superfici in cui si specchiano le più inafferrabili verità 12 

La sua indefessa attività di editore – lettore, promotore e talvolta ‘stroncatore’ dei libri degli altri – ha rappresentato un modello di stile unico, un esercizio di critica e di ricerca di equilibrio che non ha avuto eguali. 

«Non solo l’editor non ha impoverito lo scrittore, ma direi che l’abbia arricchito, sia attraverso la conoscenza quanto meno forzosa – se non proprio e sempre forzata – di opere che gli sarebbero potute serenamente sfuggire, sia attraverso il contatto costante con l’esercizio critico, il dominio dei giudizi, la riflessione sulle parole, che di certo ha alimentato il suo bacino e la sua sensibilità di ascolto e di confronto. Perché questo va anche detto: che nel contatto con “i libri degli altri” anche il giudizio sui libri propri si è venuto arricchendo 13

Parlare di Calvino, quindi, significa tracciare una biologia dei libri: i suoi libri, e quelli degli altri. Essi, come le radici degli alberi e delle erbe spontanee, scavano senza sosta, invisibili agli occhi, mettendo insieme epoche e immagini lontane, i vivi e i morti. 

Lettera di Italo Calvino a Leonardo Sciascia. Fonte: Davide Mauro https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/58/Lettere_a_Sciascia_05.jpg 

 

Una sorta di sogno, ove si stagliano scaffali pieni e scaffali vuoti, presenza e dissolvenza, come insegna Alberto Manguel:

«Sogniamo una biblioteca della letteratura creata da tutti e appartenente a nessuno, una biblioteca che sia immortale e che porterà misteriosamente ordine nell’universo, eppure sappiamo che ogni scelta ordinata, ogni regno catalogato dell’immaginazione, istituisce una gerarchia tirannica di esclusione. Ogni biblioteca tende a escludere, perché la sua selezione, per quanto vasta, chiude fuori dalle proprie mura scaffali infiniti di scritti che, per ragioni di gusto, conoscenza, spazio e tempo, non è stato possibile includere. Ogni biblioteca evoca il suo fantasma oscuro; ogni ordinamento porta con sé, nella sua ombra, una biblioteca di assenze 14

Così questa sera abbiamo potuto avere qui con noi, adunati prima del calare del buio, i Baglioni, Goldoni, Tiepolo, Galileo, e chissà quante altre voci aggrappate ai caratteri impressi sulla carta e poi svanite in luoghi a noi sconosciuti. 

 


NOTE

1 Intervento tenuto in occasione della presentazione del volume di G. Tesio e M. Vercesi, Italo Calvino fra editoria e scrittura, introduzione di P. Gibellini, Vicenza, Ronzani Editore, avvenuta il 25 marzo 2026 presso la Sala Nobile di Villa Baglioni, Massanzago (Padova).

2 R. Calasso, Il rosa Tiepolo, Milano, Adelphi, 2006.

 3 Villa Baglioni e gli affreschi di Giambattista Tiepolo. Storia e arte, a cura di M. Perin, Trebaseleghe, Energia Futura, 2020, p. 10. 

 4 Ci si riferisce al progetto “Tiepolo 2.0”, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio Padova e Rovigo, nell’ambito del bando Luoghi (non) comuni. 

 5 C. Goldoni, Per le felicissime nozze di Sua Eccellenza la Signora Catterina Baglioni e Sua Eccellenza il Signor Lorenzo Minelli. Ottave in lingua veneziana dirette a Sua Eccellenza, il Signor Paolo Baglioni fratello amorosissimo della sposa dal dottor Carlo Goldoni, Venezia MDCCLX.

6 Si veda, a cura di A. Cioni, la voce Baglioni, Tommaso, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 5 (1963), Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-baglioni_%28Dizionario-Biografico%29/ (URL consultato il 16.03.2026).

7 G. Bellini, Storia della Tipografia del Seminario di Padova, 1684-1938, Padova, Gregoriana, 1938, pp. 182-183. Cfr. M. Zorzi, La produzione e la circolazione del libro. Storia di Venezia (1997), in Vocabolario Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/la-produzione-e-la-circolazione-del-libro_(Storia-di-Venezia)/ (URL consultato il 16.03.2026).

 8 Ibidem

 9 Cfr. M. Infelise, I Remondini di Bassano. Stampa e industria nel Veneto del Settecento, Bassano del Grappa, Ghedina&Tassotti, 1990. 

10 M. Infelise, L’editoria veneziana nel ‘700, Milano, Franco Angeli, 1989, p. 15. 

11 A. Cioni, cit.

12 G. Tesio, M. Vercesi, Italo Calvino fra editoria e scrittura, cit., p. 52.

13 Ivi, p. 27.

14 A. Manguel, La biblioteca di notte, traduzione di G. Baglieri, Milano, Archinto, 2007, p. 95.