Pietro Civitareale, Nu munne, ju recuorde, le parole

Recensione di Giorgio Linguaglossa

 

Ci sono autori la cui opera e la cui storia, osservate in blocco e misurate nel tempo, danno un’impressione di invidiabile uniformità: non l’uniformità monotona e piatta dei mediocri, o di chi applica pedissequamente una poetica prefissata, ma quella che deriva da una coerenza complessa quanto limpida, fatta di continui rimandi tra diversi esperimenti formali e culturali destinati a rivelarsi come le articolazioni di un unico discorso necessario. È il caso di  queste poesie in dialetto abruzzese (1957-2023) di Pietro Civitareale. Si tratta di un libro ricchissimo di corrispondenze, sia interne sia col resto della sua produzione in lingua. Mentre ci raccontano, con rara attendibilità, il mondo che incontriamo tutti i giorni nei nostri suburbi, questi versi ci mostrano di continuo che cosa è per Civitareale la lirica. Non c’è quasi testo che non sia insieme un concerto, un quadro di vita e un’ars poetica o perfino un trattato tascabile, aforistico di filosofia morale. L’autore purga il linguaggio dalle sue scorie letterarie e lì, mattone dopo mattone, riedifica quelle figure retoriche elementari, prima di tutto la similitudine, che esigono una drastica frontalità. 

Civitareale insegue una poesia povera, insiste su una casta disposizione etica a dire solo le parole che, per usare di nuovo una sua espressione, possono stargli in bocca senza costringerlo a stonare. Il suo obiettivo è uno stile disposto a fare a meno di tutte le scaltrezze, rinuncia a considerare il linguaggio come un dizionario disponibile o uno strumento da maneggiare nel modo più virtuoso, mira a farsi scegliere dal parco vocabolario, è questo ospite che gli detta dentro le parole giuste. 

Poesia, dunque, come privazione, come verità del proprio limite e uso della parola che è a ognuno normale. Non bisogna forgiarsi un linguaggio, bensì far affiorare quello che già sempre ci tiene, castigando ogni volontà demiurgica. Nasce così la poesia che “ha voce”, la poesia che mette a nudo un proprio personale “verso”, Questa attitudine lirica per Civitareale è il “canto”, termine antico, al contrario di “voce”, parola molto novecentesca che acquista un senso nuovo alla luce della sua vicenda personale, e soprattutto della conseguente, ininterrotta riflessione sui modi nei quali i poeti moderni hanno rimosso ogni domanda riguardante l’adeguatezza tra la parola e il corpo di chi la interpreta – adeguatezza che invece è tutto nella canzone, dove si dimostra che la voce non è uno strumento musicale come gli altri ma una grana la cui consistenza, malgrado ogni affinamento tecnico, rimane individuale. Il dispiegarsi del canto, nodo che salda le due biografie artistiche di Civitareale, è al centro di molte delle “Poesie”. Spesso il poeta descrive uno stato in luogo, sono i luoghi i protagonisti delle sue poesie. Il verso, pur distinguendosi per un timbro irriproducibile e idiosincratico, chi canta non ha nome, chi canta non sente se stesso, come soltanto gli dèi possono fare. 

Mentre allestisce questa scena primaria, il poeta cerca di eseguirla. E lo fa, appunto, con una poesia vocale, che se non va confusa con una velleitaria eloquenza orale, è però una poesia che per apparente paradosso evita molti rischi retorici e molta tipica gestualità del poetico appunto facendo sentire l’intonazione, scegliendo come taglio il discorso di chi allinea allo stesso livello oracoli alti, solenni, e abbrivi colloquiali. Prima che al neoclassico modo cardarelliano di porgere la poesia, nel nostro Novecento questa dizione è appartenuta alla rastremata liricità di Sbarbaro. Come l’autore di Pianissimo, il poeta abruzzese scandisce le poche cose essenziali che vede in sé e intorno a sé. In entrambi la musica tende a essere tutta assorbita dalla pronuncia del senso, da un verso che acquista la sua inconfondibile natura di verso proprio arrivando a coincidere con la pura frase. Il discorso si appoggia, sì, su una trama di rime: ma si tratta di rime molto pudiche, ipermetre, interne o imperfette, di assonanze o consonanze discrete e lontane. Sono scalini, punti d’appoggio costruiti per procedere sicuri e amplificare il canto senza enfasi, per far circolare bene il sangue in tutte le giunture del testo: echi disseminati in modo che appaiano quasi dei naturali epifenomeni dell’esposizione. Civitareale riesce a essere originale malgrado usi una lingua di tutti che rende superfluo il ricorso al vocabolario: la lingua, appunto, che sola resta a una comunità il cui legame è ridotto a pochissimi, sghembi luoghi comuni, sia espressivi che fisici. Questa povertà si spinge fino alla sparizione di ogni traccia diaristica, che sottrae alla storia personale del poeta il suo tradizionale privilegio. Scrittura che non nasce solo dal tentativo di abbandonare le bravure dei letterati, ma anche dalla perdita di ogni biografia, sulla pagina si deposita solo il diagramma dell’apologo, dell’esempio messo in scena da, per e su chiunque; questa forma costringe all’allegoria, retta da un’assoluta nettezza di contorni, e non concede nulla all’allusione suggestiva, evitando così ogni eccesso patetico. 

Col suo uovo di Colombo, Civitareale ha trovato il modo di rendere immediatamente universale il più accidentale dettaglio di vita domestica, bucolica o urbana. Quando tutto sembra virare all’astratto, ecco che a puntellare il suo testo e a riportarlo a terra, con la concretezza del senso e del suono, arriva il quotidiano mentre viceversa l’impalcatura teorica rimane lì a difenderlo dal cronachismo e dal diarismo. Contingenza e astrazione s’illimpidiscono a vicenda in una forma piana che riduce al minimo gli effetti d’ironico cozzo crepuscolare e porta invece ogni oggetto allo stesso livello medio e anonimo, con un doppio e simultaneo risultato: l’apparenza più prosaica, senza smettere di essere tale, irradia una luce quanto mai straniante e magica, mentre la riflessione più disarmata e rarefatta acquista la solidità della materia. 

Talvolta, anzi spesso, quando viene colmato o invaso dalla pienezza della realtà, l’io prova un altro sentimento dominante: la vergogna per il fatto che si vive assieme, ma non si riesce a convivere davvero, a stare in comunione: anche ciò che apparentemente dovrebbe unire, anche il fatto che si è dei tizi oramai molto simili e ugualmente massificati non sembra avvicinare gli uni agli altri. Questo sentimento, che si traduce subito nel desiderio di essere altro, ha due termini di confronto. C’è la vergogna-desiderio del singolo davanti ai suoi simili, e c’è la vergogna-desiderio che si prova davanti alla perfezione senza tensioni delle cose inanimate e della natura. Visti da fuori, gli uomini sembrano all’io non minati dal loro vuoto, pieni come sono pieni di se stessi e completamente spiegati nell’incertezza dell’esistenza. Ѐ un mondo insieme infantile e inquietante, docile e oracolare, buffo e sinistro come quello dei bambini che così spesso fungono da termine di paragone. 

Il motivo del contrasto tra esistenza ed essenza mostra che anche sul piano tematico, come sul piano dello stile, Civitareale proietta in altro clima e su altro fondale il fantasma metafisico novecentesco. Il suo mondo, in cui la vita normale è insidiata da una minaccia senza nome, viene annunciata dall’intrusione di entità senza volto. Si potrebbe parlare di esistenzialismo minimalista, ma forse è meglio dismettere le etichette, l’uomo Civitareale si trova gettato in una realtà dove autentico e inautentico appaiono continuamente reversibili l’uno nell’altro fino a una tendenziale in distinzione; il “dolore” del singolo è divenuto più che mai una colpa, tanto che chi parla non vuole nemmeno declinare le proprie generalità, mentre sempre più urgente si è fatta l’esigenza di sparire nel mondo. L’unica religione accessibile al soggetto di questa poesia sembra infatti quella di chi aspira a sciogliersi nella totale immanenza a cui pure, rivoltandosi di continuo, si rivela comunque irriducibile. In un’epoca che non coltiva più speranze condivise nel cambiamento radicale della società, le masse reificate che tutti ormai siamo hanno sempre ragione. Non resta quindi che idolatrare ciò che è in quanto è, e di ciò, di cui non si può parlare, si deve cantare. 

Nonostante la poetica povera, nonostante il caparbio tentativo di sottrarsi all’arroganza della volontà, un volontarismo resta: e la sua traccia sta nello sforzo visibile con cui il poeta esclude tutti gli oggetti fisici, sentimentali e verbali che non siano stati preventivamente ripuliti e canditi, ossia nel gesto aprioristico con cui è mantenuta un’epoché che non può davvero coincidere con la lingua letteraria. Ma questo limite è quasi indistinguibile dai pregi che si sono elencati: è, potremmo dire, la loro ombra. E le cose vive, sia pur vive come tracce, un’ombra devono averla. Queste “Poesie” lo sono di sicuro. Restano anzi tra le poche, nell’Italia di oggi, di cui si possa dire che meritano di durare più di un’effimera stagione letteraria.

Pietro Civitareale, Nu munne, ju recuorde, le parole, Poesie in dialetto abruzzese 1957-2023, Edizioni Cofine, 2024, pp. 250, € 18.