L’urtima muta, la raccolta di ventisette componimenti in dialetto romanesco di Rosangela Zoppi, seconda classificata alla XXI edizione del Premio Ischitella – Pietro Giannone e pubblicata nel 2024 dalle edizioni Cofine, dà prova di un mirabile equilibrio tra il dire preciso, senza alcuna espressione superflua – in un dialetto romanesco impeccabile, che si avvale di una notevole ricerca filologica – e l’intensità dei sentimenti che l’io poetico prova e trasmette.
I versi di Rosangela Zoppi, endecasillabi ai quali si alternano talvolta settenari, con diverse combinazioni di rima – soprattutto rime baciate e rime incrociate – si distinguono per la originale combinazione di ironia e profondità.
Il testo iniziale, che dà il titolo alla raccolta, disegna l’arco entro il quale si iscrivono tutti i componimenti: l’opera della vita, in continuo cambiamento, volge il suo sguardo al traguardo che attende tutti gli umani. Non sono gli accenti del rimpianto a prevalere, tuttavia, bensì quelli alati di una metamorfosi in farfalla, che «liberatasi dar bozzolo opprimente de sta vita», spicca il volo.
I dieci versi, endecasillabi in prevalenza, con due settenari rispettivamente al quinto e all’ottavo verso, si susseguono con un ritmo rapido che scandisce narrazione (i primi due versi), argomentazione (versi centrali, 5 e 6) e slancio.
Sono le rime a disegnare l’articolazione dei dieci versi in una sestina con la sequenza ABCBA e in una quartina con la rima incrociata.
Come per le rime e i ritmi, anche per i temi la poesia di Rosangela Zoppi mostra salda padronanza e, allo stesso tempo, creatività nell’affrontare la tradizione. Questo avviene, per esempio, con Mazzamurello, nome che a Roma si dà al munaciello, monachicchio, mazzemarelle, mazapegol, mazzarol scazzamurill, scazzamurieddrhu, scazzamauridd (questi sono alcuni dei nomi attestati in altre regioni d’Italia). Il folletto che, soprattutto nell’Italia meridionale, affonda le sue radici nelle tradizioni popolari e che ha avuto fortuna anche in letteratura (si pensi, tra l’altro, a Il Monaciello di Napoli di Anna Maria Ortese, a Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia), diventa nei quindici versi del componimento di Zoppi un «Nanetto che de notte zitto zitto» pizzica il braccio, morde il polpaccio, suona il tamburello, bacchetta i piedi con le sue dita ossute e pare non avvedersi delle lacrime dell’io poetico che sgorgano copiose fino al petto.
Il dolore, uno dei motivi conduttori di questa raccolta, così come, semplicemente e inevitabilmente, dell’esistenza terrena, non è mai disgiunto da uno sguardo pronto a cogliere lati grotteschi e umoristici, con un pronunciato “sentimento del contrario”.
Non si assolve, l’io poetico, come evidenziano i versi di Pentimento. Le «millanta parole» buone sono rimaste inespresse. Erano affittuarie del cuore – «a piggione drent’ar petto» – e ora, non dette, bruciano nella coscienza, il cui tormento pare rafforzato dalla sequenza delle rime finali del componimento: ABCDBAB.
A metà strada tra apparizione dell’immaginario comune – si pensi agli acquerelli di Roma sparita che lo immortalano – e volatile simbolo dell’odierno degrado della città, è Gaimone, una specie di gabbiano che vive presso le rive del Tevere, invidiato dall’io poetico che così lo apostrofa nei due endecasillabi iniziali: «Come t’invidio gaimone che vai/ senza controlli indove più t’aggarba!». Il gabbiano scende in picchiata sul lerciume, ma riprende sempre il volo e, con esso la sua libertà, mentre l’essere umano resta prigioniero di paure e pregiudizi, ripugnanze e immobilità. Il senso di sicurezza si rivela una trappola, così che Rosangela Zoppi conclude: «e pe campà sicura, campo male».
Uno dei tratti distintivi della raccolta L’urtima muta è, come si è visto in Gaimone l’accostamento al regno animale per affinità o, al contrario, per contrasto. Ancora un caso di affinità si presenta nel componimento Er segno che lasciamo (cinque endecasillabi, sequenza delle rime ABCAB). Qui, con una iperbole che ricorda la poesia barocca tedesca nel suo insistere sul tema della caducità delle cose terrene e, in particolare, di ogni impresa umana, il dettato indica nell’operare umano un segno destinato alla totale irrilevanza, come la bava della lumaca che si muove tracciando una scia lieve, appena percepibile.
La consapevolezza del carattere effimero delle cose del mondo non toglie spazio, però, alla simpatia per gioie e affanni degli umani, anche dei reclusi nel carcere di Regina Coeli. In Reggina Coeli al gioco dei messaggi tra i carcerati e i loro parenti, o amici, al di fuori, è illuminato dalla luce di una luna maestosa che imprime unità allo splendore e allo squallore di Roma. La simpatia per gli umani ai margini – che risuona, per esempio, nella poesia Ar barbone de largo Giorgio Robberti – si estende ad altri esseri viventi, anch’essi esclusi e scansati, con indifferenza o perfino con disgusto. Nella poesia A un piccione l’affinità tra umani e animali reietti ha i toni di autentica compassione.
Gli affetti familiari sono rievocati sia con la tenerezza di una figlia che prova a indovinare i sentimenti dei genitori giovani e fidanzati ritratti in una foto d’epoca – La foto ner cassetto – sia nella constatazione malinconica di una successione tanto rapida di lutti, da far pensare, in Otto lapide, al cumulo di pietre sepolcrali nel cimitero del quartiere ebraico di Josefov a Praga.
Il canto e il controcanto di amore, devozione, ricordo gioioso di un legame tra sorelle incomparabile e irripetibile per intesa e complicità e, insieme, profondo dolore per l’assenza, raggiunge il suo apice nei dieci versi – nuovamente costruiti come l’unione di una sestina e di una quartina – di La risata: «e nessuno quaggiù ch’arissomija/ manco pe ombra a te».
Rosangela Zoppi, L’urtima muta, Edizioni Cofine 2024
L’urtima muta
Da quanno ch’a sto monno ho aperto l’occhi
ho fatto nun so quanti cambiamenti
e l’opera nun è ancora compiuta,
perché, prima de chiude li battenti,
farò l’urtima muta,
quella che vale, quella co li fiocchi,
ch’er penziero è da un po’ che ce se scalla,
quella de la sortita
dar bozzolo opprimente de sta vita
pe mette l’ale e addiventà farfalla.
Mazzamurello
Nanetto che de notte zitto zitto
sur letto mio ce vieni a fà bisboccia,
ce zompi sopra eppoi arzi er lenzolo
e me puncichi un braccio
o me ficchi er dentino a puntarolo
dritto drent’a un porpaccio.
E che dì quanno sòni er tamburello
e balli scarmanato er sartarello
sbottanno nun lo so quante risate
mentre a me m’arintrona la capoccia?
Co le dita che pareno zeppetti
me sbacchetti li piedi,
fregnetto senza còre che nun vedi
le lagrime sbarzate
dall’occhi ruzzicamme giù sur petto.
Pentimento
Quante bòne parole
ch’avrei potuto dì e nun ho detto
pe millanta raggione.
Parole che nun valeno più un zero,
che ciavevo a piggione drent’ar petto
e sò arimaste tante pietre ar sole
bòne solo a scottàmmece er penziero.
Gaimone
Come t’invidio gaimone che vai
senza controlli indove più t’aggarba!
Decolli da l’asfarto e in un seconno
je la fai in barba ar monno
guardannolo dall’arto,
poi scenni a precipizzio e te ne stai
a tu per tu co Fiume.
Tu immezzo a quer lerciume
ciappozzi alegro er becco a tutte l’ore
e a festa sbatti l’ale
quanno passa de prescia un vogatore.
Io invece, che ciò testa
e quarche preggiudizzio,
quel’acquaccia la schifo pe paura
e, pe campà sicura, campo male.
Er segno che lasciamo
È appena quello de la bava chiara
d’una lumaca, o quello che leggera
una conchija stampa su la rena
e vale meno d’un pumperumpàra
er segno che lasciamo su sta tèra.
Reggina Coeli
Niscosta fra li veli
de nuvole intriganti
la luna zitta spia Reggina Coeli,
indove che millanta còri affranti
cominceno a intonà una lettania,
che se spanne de posta p’ogni vicolo
finché ariva a l’orecchia de chi aspetta
immezzo ar verde cupo der Giannicolo.
Eppoi de punt’in bianco da la bocca
d’un carcerato scappa una parola,
che drento all’aria quarcheduno acchiappa
e nasce un botta e risposta che accòra
e te serra la gola.
Ma la scintilla scocca
quanno quarcuno strilla
è nato, er pupo è nato!
E da Reggina Coeli un granne urrà!
schioppa siccome un tappo ch’è sartato
pe un brindisi co tutta la città.
La risata
È un anno che m’inzogno una risata,
una bella de quelle
che sbottenu sortanto fra sorelle.
Da un anno invece bazzico sortanto
er santuario der pianto
che paro la Madonna addolorata.
E ogni giorno che passa me scompija
co millanta perché
e nessuno quaggiù ch’arissomija
manco pe ombra a te.
A un piccione
Griggio come l’asfarto e er sampietrino
nun c’eri mica nato
ma a sòn de smogghe e d’artre zozzerie
ce sei addiventato
da che hai deciso de lascià er turchino
speranno ne la grascia de città.
Che scerta disgrazziata, amico mio,
quella de stà coll’òmo a tu per tu
p’èsse segnato a dito
siccome un immigrato
che “porta malatie” e “viè a sporcà”.
Nun era mejo d’arestà lassù
a giocà co le nuvole e un fottìo
d’artri ucelli felici de campà,
e procurasse er cibbo cotidiano
drent’a un campo de grano
invece de spregà tutta la vita
a razzolà a l’inzecca,
fra la malacreanza
de gente imbufalita che te scanza,
rumori a nun finì, monnezza e zella,
solamente pe quarche mollichella
mezz’ammuffita e secca?
