Tra cura e cultura le “sfumature” di Anna Maria Curci

Lettura e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

L’ortensia deve il nome al botanico Commerson, che la chiamò così in onore di una certa Hortense Barré Lepaute; il termine richiama anche il sostantivo latino hortus (giardino e poi più comunemente orto): dunque questa è una pianta che dice sia la cura dell’ornamento – che nutre l’animo – sia la coltura di quello che nutre il corpo. E mi piace pensare – per analogia – alla poesia, che “si fa” nella cultura e nella cura dell’autore, ed è cura essa stessa. Ma perché questo titolo? Anna Maria Curci – attenta lettrice, traduttrice e scrittrice – sorprende sempre e cattura l’attenzione già dai titoli delle sue raccolte precedenti: Inciampi e marcapiano, Nuove nomenclature e altre poesie, Nei giorni per versi, Opera incerta, Insorte.

La ragione della scelta è proprio nella poesia che introduce anche la prima delle quattro sezioni di cui è composta quest’opera; in un gioco di specchi, non inganni il nomen, si svolge un dialogo che rapisce nell’incipit e stupisce nella chiusa: “Tu riparti da me/ riacciuffa tutti i timbri perduti….o forse no/ fiorisco e basta/ sta a te scartabellare sfumature”. Nel ripetersi della fioritura e nelle sue sfumature, l’ortensia accompagna tempi e momenti dell’esistenza e sembra racchiuderne il significato: ma rimane quello che è, nel suo tempo circolare e solitario – assolo – quasi infastidita dal dover dire, più che farsi dire o “nominare”. La copertina stessa della raccolta esprime l’intento dell’autrice: l’apparente intreccio delle piante, che lascia però distinguere i toni di colore, sembra contrastare con la riquadratura della pagina, sottolineata da un motivo geometrico; come a dire il valore fortemente emotivo della poesia, qui raccolta in una forma ben delineata dal ritmo, dalla metrica, da tutta l’architettura dei componimenti, senza alcuna costrizione né esagerazione.

Questa silloge si compone di quattro sezioni: oltre a quella ricordata in precedenza – Assolo dell’ortensia – si susseguono A lei che attese, che accolse, con chiari e delicati riferimenti alla mamma scomparsa; Sommessi – una sezione di Haiku – e Breviario oltre il confine.

Brevità e completezza, sobrietà ed eleganza sono i caratteri stilistici di Anna Maria Curci che usa endecasillabi, settenari e altri versi brevi, a volte insieme nella stessa lirica, quando necessita un cambio di passo che guida il lettore e lo rapisce come in “Austera sobrietà” : “Austera sobrietà/ corre incontro alla grazia/ la sorgente è un mistero// se solo sillabando dipanassi/ il tesoro che mi andavi schiudendo/ severo suonerebbe uno staccato”. Colpisce in questa poesia la ricorrenza (quattordici volte) della sibilante “s” che, già presente tre volte nel titolo della raccolta (in solo tre parole) viene usata in più occasioni nel medesimo verso: la consonante che, quando ripetuta, invita al silenzio – e viene da sorridere al pensiero di quanto possa averla ripetuta in classe la professoressa Curci – silenzio di attenzione che induce all’ascolto. Inoltre, quella consonante è un avvertimento, a volte una minaccia “o un sibilo improvviso/pungerà chi/di lei si mette in cerca” (Lo sguardo, il tocco, il sibilo).

Questa ambivalenza sottende tutta la silloge: carezzante e graffiante, rapisce il lettore in percorsi lineari che suscitano stupore e meditazione, indignazione e desiderio di denuncia “Lungo il sentiero verso ciò che viene/si mischia ai passi il suono del sorriso/ senza motivo sembra zampillare/ osserva la ragione però attende” (Senza motivo sembra); “Ho visto penzoloni bestiacuore/ logora e fiacca, pulsa e poi espelle./ La lingua raspa e razzola tra i resti,/ a divinare scambia fondo e cima/…” (Exta irata). Non me ne voglia la poetessa, se la prima sensazione che ho avuto leggendo, è stata come gustare un liquore piacevolmente freddo, ma di sostanza e di gusto!

Nella ricchezza di forme – che non vuol dire certo mancanza di stile – la poesia di Anna Maria Curci comprende anche l’haiku, nella sezione Sommessi: il titolo è ancora una volta scelto con cura, per esprimere un messaggio tutt’altro che gridato e imposto, eppure ancora una volta netto, pur nella ricchezza di tonalità“menzogne e lame/straziano impunite/ umani e storie”; “Le ricorrenze/ non hanno compimenti/ ma interruzioni”; “rinnova il giorno/ la promessa di luce/ trascolorare”; “sulla mia spalla/ sì come mendicante/ bussa il mistero”;”compagna almeno/ se non consolazione,/ parola gemma”. L’ultima composizione mi sembra riassuma il percorso poetico della Curci, non solo della silloge, bensì dell’intera produzione letteraria: la parola contiene promessa di fiore/ bellezza e di frutto/sapore e sostanza; e quante parole sprecate e abusate, svuotate di bellezza e di sapore anche in poesia!

È vitale per il vivente accompagnarsi alla parola – che sia scrittore o no – soprattutto la “parola-gemma”; ne ha necessità specialmente nella solitudine e negli “squarci”: “il solco dello squarcio/ accompagna ogni passo”. Allora, che sia laico o religioso, il breviario fatto di parole, scansione delle ore e dei giorni, “ustione e insegnamento” (quanto spesso il dolore è insegnamento ed esperienza!) lo prende per mano e lo “educa” con le “gemme” che contiene, oltre il limite; oltre la paura dell’ignoto, la sfiducia di sé e dell’altro, la stessa sensazione di inutilità. Perfino nella contemporaneità, dove tutto sembra restare com’è, “un vicolo sprigiona raggi rari”.

Anna Maria Curci, Assolo dell’ortensia, Macabor Ediz. Francavilla Marittima (CS) 2024


È stato lungo il viaggio

È stato lungo il viaggio.

I piedi stanchi sanno

che il segno è ripartenza.

Per i viandanti in cerca

è mistero il prodigio.

Gli altri dormono ignari.


L’antico dono

L’antico dono di scorgere e scrutare

ritorna a palesarsi sempre nuovo.

Accoglierlo sta a te che ti affaccendi

e provi a contemplare pur facendo.


Inizia dopo l’addio

Inizia dopo il lungo addio

e trattiene tesori

lascia andare

scopre stupito squarci

inizia dopo l’addio

dolore e desiderio

sono i due fuochisti –

termine non è dato.


Giardini d’astri

Giardini d’astri hanno perduto il sonno,

si specchiano nell’erba spelacchiata.

Grattano umani tronfi e sbaragliati

la tigna di un assedio inconcludente.


Eppure a Roma

A volte oltre il tendone

del circo permanente a cielo aperto

un vicolo sprigiona raggi rari.


Anna Maria Curci, nata a Roma, insegna lingua e letteratura tedesca in un liceo statale della sua città. È nella redazione della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito “Ticonzero” di Pier Luigi Albini ha ideato e cura la rubrica “Il cielo indiviso”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler (La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott, 2012), di Hilde Domin (Il coltello che ricorda, 2016) e i romanzi Johanna (D2014) e Pigafetta (2021)di Felicitas Hoppe. Nel mese di febbraio 2023 è stato pubblicato il volume Georg Trakl, Anima azzurra, vagare oscuro. Antologia delle poesie a cura di Anna Maria Curci, Marco Saya Editore.

Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago Itaca 2019), Opera incerta (L’arcolaio 2020), Insorte (Il Convivio, 2022).

Maurizio Rossi 7/8/2024