Come dice lo stesso Antonio Malagrida, la raccolta comprende “due poemetti, ciascuno strutturato con testi che possono avere lettura e senso autonomo…una poesia filosofica che tocca i classici archetipi della Natura, del Tempo, dell’Amore, del Senso e dell’Oltre.”
Poesia filosofica, certo, se ancora è possibile oggi dare una definizione netta di filosofia e di poesia senza estraniarsi – farsi straniero/a – dal contesto umano; ma astraendosi – codificando, simbolizzando, nella metafora e nelle immagini poetiche – la realtà quotidiana.
Mi sembra che Antonio Malagrida esprima bene quest’astrazione poetica, usando anche altri simboli, il campione genio e sregolatezza (Maradona) o quello eroico (Pantani), che “sfuggono al vivere che è neve…e sempre va a morire”: il ciclista facendosi “storia. /Leggenda./ Mito della bandana.” il calciatore, che “ti lascia al palo/ ti strappa l’applauso contromano./ Può farti male il sublime/ fa paura come l’onda/ che non tieni, come l’uragano”.
Conoscendo la sabbia, sfuggente, e la neve, inconsistente, ma reali espressioni della Natura che ci ospita, ci accoglie con i fiori e ci atterrisce con le sue maniere forti, tanto che teniamo “ un borsone d’emergenza sulla porta”, l’Autore si chiede se ci sia differenza tra la ruggine e l’oro; se c’è qualcosa che ci appartiene – strada, binario, fiato, gesto, terra – perché siamo ammucchiati (forte immagine) gli uni agli altri, nonostante ci preoccupiamo tanto della nostra memoria, e come mai invisibili.
“Potessimo davvero/ girare i tacchi e tornare!” si abbandona al sogno, mentre attende, con un po’ di timore, al check- in dell’aeroporto; tornare indietro in un rifiuto, o meglio ripensamento critico, degli strumenti, percorsi, parole che aprono e chiudono il nostro privato, conti bancari, conversazioni, ricordi, foto. Tornare “sconnessi” per connettersi a tempo e luogo voluti, con gesti semplici, guardando la neve che cade, sentendo i rumori; poi di nuovo sconnettendosi per riprendersi, allora sì, la privacy, non quella finta e ingannevole, ma quella reale, nei gesti, nei suoni, nei libri, con “il naso nei quaderni, le zampe sulle penne” (animali pensanti,e parlanti, ma pur sempre animali…); oppure nel gusto di maneggiare francobolli e cartoline.
Ecco l’astrazione poetica, che non rende stranieri; anzi, avvicina gli umani, con il suo linguaggio mutevole nella storia letteraria, ma pur sempre suono e senso, immagine e nebbia, mistero della storia, arco teso tra ieri e domani, nell’oggi in cui siamo.
E così, Malagrida, che vive la scuola dal suo interno, che assiste ai cambiamenti di libri, studenti, parolacce, abiti e fantasie, sa bene che non potranno cambiare i baci rubati, i ruoli definiti, la voglia di scappare per sentirsi liberi dagli orari, dai compiti, dalle lezioni.
In questa “immutabilità generazionale” l’Autore ritrova quel filo infinito, che dall’epoca dei miti e degli eroi omerici, giunge all’eroe “più sfacciato della penna/ più della memoria.”; perché, seguendo la rotta della Poesia, il volo dell’allodola di fuoco – come scrive Davide Rondoni – si attraversano i giorni e gli anni, sfiorando e cogliendo certezze e significati della propria esistenza, mentre ci si affida al “nulla che infiamma la vita” – come afferma ancora Rondoni.
Quel magnifico nulla che canta:“Ulisse sarà la rotta/ la vela gonfia sul mare.”
LV
Se almeno le vocali
restassero un giorno
dei preparativi
di coriandoli e trombette
dell’urlo della curva
dei terremoti
di tutte le bandiere.
IX
La sabbia trattiene le forme.
Ma solo per un po’.
E non dice la combinazione
a te che resti e cammini
che segui le tracce sulla via.
A te che inquieto ti chiedi
se il segno che vedi davanti
reclama il passaggio
del diavolo giù alle fosse
o il piede dell’angelo bello
a due passi da qui.
X
Non lo tieni, vero?
L’oracolo dei bei ricordi.
Cosa c’entra diresti con noi due?
Ma cosa vai a pensare?
Civitanova, Macerata, il Derby
la neve giù allo stadio.
Ma cosa sogni?
Dove vivi?
XLVII
Ma se dici amore non giurare.
Pensa al binario, al treno
all’accelerazione micidiale.
Chiamalo solco, sabbia
che s’alza, chiamalo storia
chiamalo talento, libertà.
Pantani. Maradona.
Vivi un poco Rolling Stones.
E se baci
tieni a memoria il mare.
XXXIV
Non è solo sotto i piedi.
Ci vuole tempo e coraggio
a guardare in faccia le rovine
senza disperazione.
Si ricomincia piano a tagliare
il pane, qualcuno prega
se lo tiene addosso il tremore
sulla schiena. Tra la neve.
Come fai con dio
come fai col cellulare
con le chiavi di casa.
La sedia che traballa.
La terra non la riconosci.
Così la madre. L’odore.
Il suono.
Antonio Malagrida, La sabbia e la neve, Grafiche Fioroni Casette d’Ete, (FM) 2019
Antonio Malagrida (Macerata, 1961) Laureato in lettere e filosofia, insegna lettere. Ha pubblicato: Sprazzi e impressioni,1995; A chi è ancora vivo, 1997; Oltre, 2002; La tenda dello zingaro, 2007; Fuoristagione, 2016. Ha partecipato a numerosi premi letterari, risultandone vincitore o finalista. È stato invitato ad importanti manifestazioni culturali. Alcuni testi sono stati pubblicati su riviste e antologie ( Pelagos Antologia di poesia marchigiana, Convivio in versi ed. PoetiKanten). Dal 2014 collabora con Umberto Piersanti al Laboratorio di scrittura e cultura poetica Sibilla di Civitanova Marche. E’ stato membro di giuria al Premio città di Civitanova 2016.