Maria Lanciotti, nata a Roma, vive a Velletri, ma la sua terra d’origine è Subiaco: per questo ha recuperato con passione quel dialetto, conseguendo notevoli risultati: Premio “Vincenzo Scarpellino” 2016 per inediti, vincitrice; Premio “Ischitella” 2017, finalista. Alterna la poesia alla sua professione di giornalista-pubblicista, per varie testate.
Ha pubblicato: E dirti ancora, 2012; Giraceo, 2013; Se tu mi chiedessi, 2013; Caligola riflesso, (libretto d’opera musicato da D. Griffiths), 2012; Storia di un cantastorie– Daniele Mutino, 2014; Il villaggio di Gennaro, 2016
“Da qui parte la mia piccola ricerca per rimettere insieme i pezzi di una storia di “redenzione” al contrario…” così l’Autrice sintetizza molto bene il senso dello “scoprire” il capo, “coperto” dal battesimo impartitole, appena nata, nel 1942, presso Ospedale di S. Giovanni; capo ricoperto ancora e ancora nelle varie tappe di un’educazione religiosa tra le maglie della periferia romana (ma non è che nei quartieri borghesi fosse diverso) da uomini e donne di Chiesa preconciliare e da altri, per i quali il Vaticano II era passato invano. Certo, è difficile far comprendere ai più giovani il senso religioso del “capo coperto” per le donne (e quello scoperto per gli uomini) fin dall’infanzia, specie nella multiculturalità e multireligiosità attuale; ma la Lanciotti lo spiega molto bene- anche se interpretandolo per sé- con una narrazione in prosa poetica, scorrevole e piacevole.
Efficaci in alcuni passaggi, anche i contrasti tra lo stato d’animo interiore e l’ambiente quasi bucolico circostante, come nel caso della fuga dal confessionale del Santuario del Divino Amore “Corsi a perdifiato lontano dal santuario e dai canti e dalle urla e dall’odore di cera e d’incenso, e mi rotolai in un prato ancora umido di rugiada, piangendo…Un gregge pascolava nei pressi, il grosso cane pastore mi puntava a distanza e non m’incuteva alcun timore...” Dentro, l’oppressione, l’atmosfera soffocante e malsana; fuori, aria limpida, verde e gli animali non nemici.
Il santuario mariano del Divino Amore, torna spesso nel racconto, nel ricordo di Pasquette dell’infanzia, come “luogo di una salda fede popolare, non disgiunta da un sano spirito festaiolo”E non manca l’ironia, pungente, ma con stile “Sbrigate le faccende dell’anima, si pensava alle richieste del corpo…Era appena passata la guerra, la devozione per il cibo era pari a quella riservata alle cose sacre.” Alle donne e gli uomini di quegli anni però, l’Autrice non rimprovera la fede semplice, a tratti credulona, a volte indistinguibile dalla superstizione; tanto meno si lascia andare ad una critica dura nei confronti degli uomini di Chiesa e delle istituzioni ecclesiastiche. Anzi, verso le suore, che pure tanta parte hanno avuto nella sua “formazione” si dimostra indulgente, scusandole quasi, a motivo della loro semplice istruzione, così come era anche per gran parte della popolazione di quegli anni ‘50 e ‘60.
Con chiarezza e sincerità, ma senza acrimonia, racconta degli anni a scuola, di quelli nell’Azione Cattolica, dei primi turbamenti d’amore- etichettati come “vergognosi”, dai “grandi”; svolgendo gli anni nel vento del ricordo e non nella pedanteria dello scorrere ordinato del tempo.
Come sintetizza il titolo, il tema dominante del racconto resta l’accavallarsi dei dubbi nella Lanciotti bambina, adolescente e giovane donna, nei confronti del soprannaturale, dell’inspiegabile e della religione cattolica che dava a quei dubbi risposte “chiuse” e spesso incomprensibili.
Così, nell’ora di religione, l’insegnante, che tentava di spiegare il dogma della verginità di Maria, rispondendo ad un compagno dell’ultimo banco che affermava “Non è possibile che una donna possa concepire un figlio senza perdere la verginità”…don Giovanni, senza scomporsi, aveva risposto che per il trascendente non vale la logica, ma la fede e aveva fatto l’esempio…della luce che passava attraverso i vetri senza romperli”.
Non è stato facile, per la Lanciotti, “scoprire il capo” per permettere alla mente di espandersi al di fuori, nel mondo, e insieme di indagare profondamente il sé, in un percorso a tratti gnostico e a volte pelagiano, nell’onda lunga del ‘68 e degli anni seguenti- terribili e fecondi; non è stato facile, ma possibile, senza chiudersi a quel “soffio che permea e sospinge ogni essere pensante e volente a ricercare il vero ognuno, attraverso il proprio cammino…per trovare la spiegazione al Mistero che tutti- e tutto- abbraccia e contiene.”
E poi concludere dicendo “E’ bello vivere a capo scoperto.”
Maria Lanciotti, A capo scoperto, Ed. Controluce, Montecompatri, 2018
Maurizio Rossi
Pubblicato 12/9/2018