La raccolta più recente di Roberto Maggiani, Angoli interni, parte dalla constatazione, sedimentata nel tempo e gravida di conseguenze, che a essere messa nell’angolo è la diceria circa il mandato del poeta a farsi guida.
Messa nell’angolo, la poesia non rinuncia cionondimeno a ricercare, a esplorare campi di forze e luoghi di congiungimento e intersezione di punti, a tracciare linee, a raccogliere indizi, a misurare, a rilevare, come avviene nella poesia che dà il titolo alla raccolta, che i conti non tornano. Moti e azioni in tal senso vengono dispiegate proprio risalendo dagli Angoli interni.
Che cosa occorrerà intendere, allora, per «angoli interni»? Con buona approssimazione, a me pare che il nome indichi sia l’insieme dei dati sensibili ed empirici a disposizione, sia lo spazio che l’umano – pensiero carne ossa pulsioni – dilata e condensa in dialettica perenne, non di rado ironica (Invenzione) con il divino, o meglio, con i poli di causalità e casualità, cosmo e caos.
Cardine e motore sarà dunque l’apparente dualità di scienza e poesia, sintetizzata, come rivela il titolo della terza delle dodici sezioni che compongono il libro, dalla platonica (Simposio) immagine della mela, delle sue metà divise e dell’anelito a ricongiungerle, a ricongiungersi:
«Vado da Scienza e Poesia.
con una mela tra le mani divisa a metà –
è la mia offerta alla loro unione.»
L’umano – Homo, come recita il titolo della seconda sezione – è cacciatore e raccoglitore, la distanza con l’uomo del paleolitico sembra soltanto siderale. Il poeta misura – una manciata di minuti di una giornata di ventiquattro ore la presenza umana sul pianeta – e considera, accomuna, affianca negli affetti, come esprime limpidamente il testo, dedicato al nipote Pietro (al quale è intitolata, inoltre un’intera sezione, la settima) «e a suo nonno Nando», I tre cacciatori-raccoglitori.
Sintesi esemplare delle considerazioni circa distanze e affinità, dell’arco teso tra i segni sulle pitture rupestri e l’angolo nel quale sono stati scaraventati ragione e poesia, la scienza come la fede, sono i versi conclusivi di Contatto a Canada Do Infierno: «A ben pensare – fuori di qui – / il delirio della modernità/ ha i tuoi geni.»
Fuori dall’illusione di essere vate, il poeta resta dentro la coscienza nell’oggi, consapevole di ieri e pensoso sul domani: «Rimango sulla roccia della storia/ esposto al vento delle possibilità/ mentre altrove si è ostaggi/ a un passo dalla morte»: le sezioni ottava e nona, Disinnesco e Fanatismo (da quest’ultima è tratta la poesia Oggi – non domani) declinano le possibilità di coscienza ed esistenza. Disinnescare bombe atomiche, anziché armarle: in questo si racchiude il senso del vivere dell’io, che proprio così si presenta.
La carrucola, titolo della decima sezione, è una sonora («cigola la carrucola») metafora dell’avvicendarsi di cicli e fasi.
Il titolo dell’undicesima, La disfatta, non lascia adito a dubbi circa l’affanno del mondo, il delirio della modernità; la disfatta, tuttavia, si evince proprio dal dato sensibile e la ricostruzione del ragionamento viene così, dalle ‘sensate esperienze’, restituita: «Dove s’addensa l’ombra/ si scolora la materia/ s’evince una disfatta.»
È proprio nella sezione conclusiva, La minestra, e nella poesia omonima, che la consapevolezza del ‘mestiere’ del poeta, a dispetto della dismissione delle illusioni o forse proprio grazie a una salutare indagine chiarificatrice, si esprime nella vivace similitudine dello chef: «Come uno chef/ raccoglie affétta e rimescola/ nature animali e vegetali/ nello spazio di una cucina/ così un poeta raccoglie/ tutto il Cosmo in un solo verso.»
Roberto Maggiani, Angoli interni. Prefazione di Roberto Deidier, Passigli Editori 2018 (Il volume sarà nelle librerie il prossimo 26 luglio 2018)
© Anna Maria Curci
Invenzione
Oggi voglio usare l’intelligenza
per inventare qualcosa di mai visto
che lasci a bocca aperta e del quale si dica:
«Che ovvio, perché non ci ho pensato prima?»
Una favolosa idea nuova
che neppure io so da dove l’ho presa
da quale parte dell’intricata
rete di neuroni e sinapsi –
se tra i ricordi e le intuizioni.
I tre cacciatori-raccoglitori
a Pietro
e a suo nonno Nando
Siamo come tre cacciatori-raccoglitori
del paleolitico
anche se per destino e scelta
non cacciamo.
Tenendoci per mano
stiamo in equilibrio sui fossi
per raccogliere more tra i rovi:
uno di noi sulle spalle dell’altro
raggiunge quelle più alte –
è previsto che qualche spina
graffi la carne.
Ci inventiamo storie di dinosauri
e segni del loro passaggio –
alberi divelti e macchine distrutte.
Il più piccolo ha le mani rosse
di succo di mora
è attento alle variazioni del reale
e vede più lontano.
I mestieri di Pietro
Dopo la tua visita medica alla nonna
hai affrontato «La conquista del cielo»:
con lo stetoscopio giocattolo
sulle fotografie
di pianeti nebulose e galassie –
corrucciato con lo sguardo rivolto in alto –
facevi attenzione ai suoni
che m’inventavo e ripetevo
a ogni tuo «ancora» –
turbini sibilanti in diverse tonalità.
Calzavi pantofole con razzi e pianeti:
non le toglievi mai
perché avevi deciso di fare l’astronauta –
era prima che decidessi di fare il Vigile Urbano.
Disinnesco
a Lella
La fornaia ha scoperto
che non insegno fisica nucleare all’università
(un pensiero che si era fatta e di cui non sapevo).
C’è rimasta male perché
voleva una bomba atomica
da mettere al Governo
e la voleva proprio da me.
Gliel’avrei anche data
se ciò avesse potuto cambiare
il corso della nostra storia.
Prima o poi scoprirà
che non insegno neppure al liceo
ma in una scuola professionale
contro la dispersione scolastica:
si tratta di ragazzi che se stanno seduti
e dicono «buongiorno»
è già un successo.
Dovrò dirle che disinnesco bombe atomiche
anziché armarle.
Pubblicato il 20 luglio 2018